Posts Tagged ‘responsabilità’

Piccola razionalizzazione del suicidio al fine di…

mercoledì 28 ottobre 2009

Già: al fine di che? Per allontanarne lo spettro? Renderlo più comprensibile, o accettabile? Onde prosciugare l’acqua in cui nuota? Per normalizzarlo oppure per esorcizzarlo?

Edouard Manet suicidio

(Sono, quelli che seguono, “ragionamenti a voce alta”, riflessioni e note sparse senza alcun valore di sistematicità).

Al di là del continuo oscillare emotivo a causa dei boli di angoscia che ci soffocano da un lato o delle esplosioni di gioia e di vitalità che ci invadono dall’altro, con tutte le più o meno percettibili tonalità intermedie – un oscillare ontologico, costitutivo dell’umano, come ci testimoniano i più acuti osservatori, siano essi poeti (uno a caso, come Trakl, per il quale ogni giorno ha in serbo un bene e un male), scrittori (come Dostoevskij) o filosofi (come Spinoza) – al di là di tutto questo, si pone l’esigenza razionale di comprendere fenomeni così estremi quali il suicidio, volti a recidere tutti i fili del “destino” o a sottrarsi proprio a quell’intemperanza emotiva di base, che ad un certo punto diventa insostenibile.
Non intendo parlare qui del suicidio in termini psicologici, sociologici o antropologici, e tutto sommato nemmeno storico-filosofici; vorrei solo provare a schizzare qualche riflessione da cui partire per costruire le basi per una (eventuale ma non garantita) comprensione essenziale del fenomeno. Sgombro quindi il campo dalla pretesa di una comprensione integrale, totalizzante: rimane, io credo, un atto con una sua dose di insondabilità, e pertanto di irrazionalità, irriducibilità alla ragione, anche se i filosofi spesso si illudono che non ci siano lati oscuri che non siano prima o poi illuminabili. (Un’illusione che personalmente mi trova piuttosto partecipe anziché no).

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INUTILE

venerdì 17 ottobre 2008

Qualche giorno fa ho sentito un ragazzo pronunciare questa frase: “Non perder tempo con quella persona inutile“. Al di là della “gravità” e del contesto specifico dell’espressione – ma anche dell’ironia che se ne potrebbe ricavare, dato che è tutto sommato un bene che una persona sia “inutile”, visto che non è un utensile – non ho potuto esimermi dal fermarmi di nuovo a riflettere sul linguaggio e sul suo uso più o meno cosciente. Temi, questi, su cui vado ragionando quasi ogni giorno da anni e con i quali prevedo di intrattenermi ancora per un bel po’, prima di essermi dato risposte esaustive. (Naturalmente il suddetto ragazzo ben poco sa di ironia, ragione strumentale, mezzi/fini, o teorie linguistiche – cosa che non gli impedisce certo di utilizzare con grande nonchalance parole e proposizioni in abbondanza…).

Da Aristotele ad Heidegger, tutti i filosofi hanno riflettuto sulla centralità del linguaggio – la sua quasi “sacralità”. Avevo pensato a questo termine in occasione dell’episodio che ho citato sopra, e guarda caso, qualche giorno dopo, leggo su un giornale dell’ultimo libro di Giorgio Agamben, intitolato proprio Il sacramento del linguaggio (edito da Laterza), che ho già provveduto ad acquistare e che senz’altro leggerò e recensirò. Ne riporto per ora solo un assaggio:

“…la specificità del linguaggio umano rispetto a quello animale non può risiedere soltanto nelle peculiarità dello strumento […] essa consiste, piuttosto, in misura certo non meno decisiva, nel fatto che, unico fra i viventi, l’uomo non si è limitato ad acquisire il linguaggio come una capacità fra le altre di cui è dotato, ma ne ha fatto la sua potenza specifica, ha messo, cioè, in gioco nel linguaggio la sua stessa natura […] egli è anche il vivente nella cui lingua ne va della sua vita“.

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