Posts Tagged ‘rete’

I lager della ragione

sabato 12 febbraio 2011

Qualche giorno fa mi sono imbattuto nella parola totalitarismo per almeno 3 volte nel giro di 24 ore. Certo, a un filosofo della politica o a uno storico capiterà anche più spesso di incappare in un’espressione così novecentesca (e così abusata), e però così profondamente reale nel descrivere quei fenomeni di statolatria che hanno avvelenato la nostra storia recente. Ma veniamo alle 3 occasioni:

-leggo un amico virtuale in rete lamentarsi della rete e dire che la rete è totalitaria (faccio notare che si tratta di un iperconnesso compulsivo come me – io però lo faccio per lavoro e, molto più piacevolmente, a causa di questo blog; mi concedo poi qualche sollazzo da perditempo su facebook, che è un po’ come giocare a carte, e dunque, a prendere per buona la tesi di Schopenhauer a proposito del gioco delle carte, per proprietà transitiva prova fondata dell’umana condizione di noia; mentre di quel mio amico, che è però un amico virtuale, e dunque l’abuso stesso della parola amico, francamente non saprei dire);

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Solo face, niente book

giovedì 7 ottobre 2010

(Anticipazione in forma semi-ironica di un post ben più serio a seguire)

Fu solo verso la fine degli anni ’80 che il primo personal computer fece il suo ingresso (ben poco trionfale) nell’ufficio dove all’epoca lavoravo. Fui preso dapprima da sgomento; poi ebbi un attacco di ira funesta; quindi lanciai irripetibili contumelie a destra e a manca; infine, calmatomi, vidi affacciarsi nella mente pericolosi propositi luddistici e meditai così di prenderlo a martellate.

Ho resistito (ben poco eroicamente) a farmi infilare in tasca (e in testa) quella maledetta diavoleria  inventata dal Kapitale e chiamata buffamente “cellulare” o “telefonino”, utile solo a farti tracciare e controllare in ogni tuo millimetrico spostamento (dove sei? è la domanda scema che segue ad ogni squillo; mentre un mio amico komunista l’ha ribattezzato, non a torto, butta la pasta) – ho resistito, dicevo, finché ho potuto. So che tra tutti i miei amici e conoscenti sono stato davvero l’ultimo, ma poi ho ceduto anch’io (con l’alibi di averlo ricevuto in regalo da mio fratello). E il Kapitale ha trionfato anche sull’ultimo dei mohicani…

Ancor meno eroicamente – e qui ormai tutte le difese razionali erano andate a farsi catafottere – ho resistito a quella contagiosa e nefanda pestilenza chiamata facebook. (more…)

E tre!

venerdì 19 febbraio 2010

Il 19 febbraio 2007 aprivo il blog, un po’ per celia un po’ per gioco un po’ per… no, per noia direi di no. In verità c’è un retroscena che non ha nulla di faceto o giocoso; potrei anzi dire che si trattò di una sorta di effetto indotto da “cascami lavorativi”. L’idea mi era infatti stata messa in testa da un mio collega ed amico – tal Gianni Stefanini, direttore di una delle reti bibliotecarie più importanti d’Italia, il Csbno (cui la mia biblioteca ha la fortuna di aderire) – il quale nella sua (un po’ pazzoide) visionarietà, prefigurava già una gamma di servizi digitali che i nuovi cybrarians avrebbero potuto e dovuto offrire agli utenti del web. Tanto più che – secondo lui – le biblioteche tradizionali erano destinate al declino… (ne approfitto per ringraziarlo e restituirgli il merito dell’intuizione originaria).
Cominciai così a sperimentare e postare (il termine mi fa ancora venire i brividi) tramite una piattaforma provvisoria (e piuttosto inadeguata) della suddetta rete Csbno. Dopo di che feci la scoperta di WordPress e, nonostante un certo analfabetismo digitale, mi buttai nell’impresa – non più per lavoro, a questo punto, ma per “hobby”, come si suol dire. Peccato che la filosofia non sia per nulla un hobby, sia anzi una cosa maledettamente seria, forse una delle cose più serie in cui si possa incappare nella vita. E blablabla. (La pianto qui, altrimenti va a finire che mi cimento in una filippica critica sul concetto di blog e sull’ossimoro contenuto nell’espressione “blog filosofico”. Ma anche in questo abbiamo già dato).

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Aforisma 22

venerdì 23 ottobre 2009

Comprendere è irretire.
L’estensione della rete è l’estensione del mondo, mentre l’assenza di pesci indica l’assenza di mondo.
Ma sta forse nel girare a vuoto il pungolo maggiore della conoscenza.

Affabili pensieri

martedì 6 ottobre 2009

tenerezza

Di tanto in tanto, nelle mie quotidiane passeggiate là dove la cintura urbana si sfalda per diventare bosco, mi ritrovo a pensare a questo o a quello, un po’ a casaccio – non mi è chiaro se tali pensieri svolazzino attorno e finiscano per appollaiarsi sulle mie spalle o se si limitino a turbinare placidamente nel mio cervello. C’è qualche filosofo della mente che accampa in proposito teorie che potremmo definire “estensioniste”: la nostra mente non sta nel cervello e nemmeno nel corpo ma è tutt’uno con l’ambiente del quale siamo parte.

Lasciando perdere tali quisquilie, mi ritrovo anche a pensare a certe stranezze della nostra epoca: non ho ad esempio ancora ben capito quali trasformazioni sociali ed antropologiche finirà per indurre la avviluppante e labirintica e onnipresente (e spesso appiccicosa nonché soffocante) “rete” nelle nostre menti-ambiente e relazioni. Al di là di una certa dose di casualità, l’incontro con altri umani è sempre stato regolato soprattutto dai contesti sociali, urbani e produttivi: villaggi, campagne, città, mobilità, viaggi, emigrazioni, ecc. – si trattava di contorni piuttosto definiti del mondo delle relazioni possibili. Entro questi contesti giocavano poi, certo, anche gli elementi psicologici individuali. La nostra però è l’epoca “liquida” per eccellenza. Quando su un celebre social network (né più né meno che una piazza virtuale) come facebook i contatori automatici dei contatti segnano numeri come 300 o 1000 o 3000 “amici”, c’è qualcosa che mi sfugge, sia nel numero che nel termine utilizzato.

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Sedicenti blog e Medioevo 2.0

venerdì 3 luglio 2009

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Sedicente blog filosofico: era stata questa l’espressione utilizzata qualche tempo fa da Vincenzo Cucinotta, in un commento sul suo Sito dell’ideologia verde, nel riferirsi al “mio” blog. Chiarisco subito che il termine non sembrava voler avere nessuna connotazione particolare, tantomeno negativa, anche se non ho potuto esimermi dal rimarcare, un po’ piccato, la stranezza di quel “sedicente”. Eppure, forse involontariamente, direi che quella qualificazione mostrava uno dei nervi più scoperti del mondo Web 2.0, in particolare della blogosfera. La parola “se-dicente” ci rivela il suo significato nel modo stesso in cui è stata costruita: “ciò che uno dice di sé”, l’autodefinirsi e autonominarsi, con la connotazione però negativa dello “spacciarsi per ciò che non si è”, “che si qualifica in modo abusivo”, come recita lo Zingarelli (ecco perché, mi perdoni l’amico Vincenzo, un po’ mi ero risentito).

Fabio Metitieri nel suo interessantissimo libro Il grande inganno del Web 2.0 uscito di recente per i tipi di Laterza, purtroppo in concomitanza con la sua morte improvvisa, indica come uno dei grandi problemi oserei dire “ontologici” dell’informazione in rete, proprio quello della validazione delle fonti.
Premetto subito che non dovrei essere molto contento di quel che in questo libro viene detto a proposito dello strumento blog e del mondo dei bloggher – dunque anche dello spazio che quotidianamente sto utilizzando da due anni e mezzo circa – dato che l’autore non perde occasione per criticarli e, talvolta, in modo piuttosto rude e impietoso, non sempre condivisibile. Autoreferenzialità, poca autorevolezza, diffusa pratica del copia-e-incolla, superficialità, ideologia nuovista, una rigida linkogerarchia – e soprattutto un mare di inutile e ridondante “fuffa”: queste in soldoni le caratteristiche principali della blogosfera. Mi verrebbe da dire: e come dargli torto? senonché significherebbe propriamente sputare nel piatto in cui sto mangiando.
Ma vediamo meglio, anche se per sommi capi, i punti più salienti delle tesi esposte da Metitieri (che, giova ricordarlo, si è occupato di Internet fin dal 1992, è stato giornalista, esperto di comunicazione e di biblioteche in rete – argomento quest’ultimo al quale sono oltretutto direttamente interessato).

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2, 253, 3923, 100.000: i numeri, la ragione e la barbarie

lunedì 9 febbraio 2009

el_sueno_de_la_razon_produce_monstruos

Avrei voluto “festeggiare” con gli amici e le amiche della Botte i 2 anni di attività  (il prossimo 19 febbraio) e le 100.000 visite al blog (ieri) – con 253 post pubblicati e quasi 4000 commenti, giusto per completare i resoconti quantitativi.

Avrei voluto, ma mi pare che non ci sia nulla da festeggiare, specie in questi infausti giorni.

Questo blog aveva fin dalla sua nascita l’obiettivo dichiarato di praticare la filosofia non solo ai fini della interpretazione e della comprensione del  mondo, ma anche, se non soprattutto, in vista di una sua trasformazione – tanto per citare il buon vecchio barbone di Treviri.

Credo che la filosofia non se ne debba stare rinchiusa nelle accademie, nei libri o nei monasteri del pensiero, ma anzi debba farsi corpo e sangue del vivere sociale, “stile di vita”, presidio della ragione entro la quotidianità. Non saprei che farmene di un sapere filosofico che – come l’hegeliana nottola di Minerva – dovesse limitarsi a spiccare il volo a sera, quando ormai tutto è accaduto. Sarebbe un volo triste, consolatorio e, tutto sommato, inutile.

Un presidio – dicevo – ancor più prezioso oggi, in un paese dove (per caso) ci troviamo a vivere, che vede una pericolosa avanzata della barbarie, con il suo convergente premere dal basso (razzismo e xenofobia, violenza, egoismo, cinismo, qualunquismo complice) e dall’alto. C’è una classe politica al potere, e nella fattispecie un governo, che ritengo una pericolosa fucina dei peggiori mostri dell’anti-ragione – gli atti di questi giorni contro le nude vite degli immigrati, con quella intollerabile crudeltà che ne vorrebbe fare dei paria sociali (le ronde, la delazione dei medici, la quotidiana caccia al clandestino); il colpo di mano “biopolitico” contro la libertà e l’autodeterminazione dei corpi e dei soggetti, con quell’uso cinico, per non dire sadico, del corpo sospeso tra la vita e la morte di Eluana Englaro, in tutto il suo significato necrofilo e totalitario; lo svuotamento progressivo dei principi costituzionali – sono, questi, gli atti estremi di un processo autoritario in corso che, con l’aggravarsi della crisi economica provocata dal sistema neoliberista, potrebbe avere uno sbocco neofascista. Se ne vedono già alcuni tratti e ingredienti: l’autoritarismo demagogico, l’ossessione securitaria, un’inedita alleanza (o servitù) teocratico-clericale, l’uso sistematico della paura, una riedizione del nazionalismo populista. Mi paiono questi gli orribili pilastri su cui si vorrebbe edificare la nuova struttura politico-giuridica sulle ceneri della Costituzione repubblicana. Se questo non è neofascismo, gli si trovi pure un altro nome, la sostanza non cambia. E del resto è già accaduto, può accadere di nuovo – e a mio parere sta accadendo.

Questo blog – insieme a molte altre voci libere e critiche della rete – è una goccia che vuole contribuire a costruire una qualche forma di resistenza a questa deriva. Ma non servirà a nulla se non concorrerà, nel contempo e nel suo piccolo, a rifondare un nuovo movimento etico, politico e culturale che dia – in prospettiva – uno sbocco alternativo alla crisi. Ne va della libertà di noi tutti e tutte.

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Chi poi volesse, in conclusione, giusto per smorzare i toni e rilassarsi, può continuare a leggere qui sotto il resoconto più dettagliato dell’attività della Botte:

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UBERMENSCH A FUMETTI

mercoledì 12 novembre 2008

julia01221

Può sembrare bizzarro o fuori luogo parlare di un fumetto – anzi di un singolo albo di un fumetto – all’interno di un blog filosofico. Ma chi è aduso a leggere queste pagine di certo non si stupirà. Del resto la filosofia si annida ovunque, e poi ho smesso da molto tempo di contrapporre “alto” e “basso” in ambito culturale. Un mio amico superfilosofico sosteneva invece che il fumetto, per sua natura, non può essere filosofico, perché troppo invischiato col mondo delle immagini. Sarà…
L’ultimo numero di Julia (una serie della casa editrice Bonelli, quella di Tex e Dylan Dog) si intitola I superuomini e racconta di un trio di adolescenti il cui leader, Robin, ha fatto di alcuni passi di Nietzsche malamente intesi il proprio “credo”: “l’uomo è un cavo teso tra la bestia e l’oltreuomo, un cavo al di sopra di un abisso“; “il futuro influenza il presente tanto quanto il passato“; “cos’è male? tutto ciò che deriva dalla debolezza“; “bisogna avere in sé il caos... (questa la conoscono tutti ed è scritta dappertutto) – e così via.

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