Posts Tagged ‘ricerca filosofica’

Parlar di filosofia mangiucchiando ceci

giovedì 2 febbraio 2017

ceci

“Bisogna parlare di tali cose nella stagione d’inverno
vicino al fuoco, distesi sopra un molle divano
sazi di cibo, con un dolce vino da bere e mangiucchiando ceci”
– questa l’allettante immagine consegnataci da Senofane, il girovago cantore della Magna Grecia, in uno dei suoi frammenti, a proposito di una delle modalità possibili del filosofare.
Meglio, insomma, mettersi comodi e darsi tempo, visto che di cose molto importanti si tratta – nientemeno che di far fuori una mentalità millenaria e di fondarne una moderna (Carlo Sini ha detto a tal proposito che il moderno umanesimo trova la sua antica fondazione proprio in questo strano e poco considerato pensatore presocratico).
Ho riletto di recente i frammenti di Senofane, e me ne sono fatto un’immagine diversa che nel passato, un po’ più incerta e sfumata, ma molto più intrigante per la sfida che pare abbia lanciato: non v’è dubbio che il punto di partenza sia la critica all’antropomorfismo, una critica irridente e corrosiva, tesa a mettere alla berlina persino i grandi padri della grecità, Omero ed Esiodo, rei a suo dire di avere a loro volta amplificato quell’insopportabile propensione a rappresentare e mettere sulla scena gli dèi a nostra immagine e somiglianza – soprattutto esaltandone i vizi, anziché le virtù.
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Quinta cronaca: congedo con ciliegie

sabato 29 maggio 2010

Qualche giorno fa ho incontrato per l’ultima volta la classe di bambini di quinta (dunque ormai ragazzi) con i quali ho svolto nel corso dell’anno scolastico il mio consueto  esperimento filosofico, e di cui ho qua e là dato qualche resoconto in forma di “cronaca”.
Ho chiesto loro, a mo’ di congedo, di prendere un foglio bianco e di scriverci sopra due cose: su un lato la parola che più li aveva colpiti durante i nostri incontri, e sull’altro una breve frase che sintetizzasse quel che, a loro giudizio, il termine filosofia racchiude. Una sorta di definizione, cercando di ripercorrere il nostro cammino fin dall’inizio. Arché. Un duplice sforzo di memoria e di sintesi.
Quel che ne è uscito – che ovviamente è stato subito dopo commentato e discusso, abitudine consolidata e affinatasi nel tempo – non mi ha sorpreso, se non per la sua “pulizia” concettuale. Mi ha cioè dato la misura del percorso fatto, del loro impegno nell’accettare una cosa così strana (una “specie di materia”, come alcuni l’hanno definita) che prevedeva di incontrarsi ogni due settimane per parlare di cose piuttosto astratte, e nello stesso tempo la piena comprensione che si tratta comunque di una cosa “vitale”, che li riguarda e che si depositerà da qualche parte nella loro mente.
Le parole-chiave scelte hanno risentito del lavoro svolto sulla felicità (che sta partorendo un vero e proprio libro illustrato autoprodotto), e di fatti 9 di loro l’hanno indicata come parola preferita. Anche il concetto di nulla li ha colpiti (4). Le altre sono state: vita, essenza, interiorità, fede, credere, amicizia, senso. (more…)

Aforisma 12

lunedì 12 gennaio 2009

L’essenza della filosofia sta nella forma del “non poter prescindere da”.

METEOPATIA: apologia semifilosofica della nebbia

domenica 7 dicembre 2008

farfalle-di-nebbia-e-luce

Il termine meteoropatia (con le varianti meteopatia, metereopatia) è costruito sulle parole greche meteoros (che sta in alto, nel cielo, elevato) e pathos/pathe. Queste ultime rivestono un significato fondamentale sia in filosofia che in psicologia: hanno a che fare col patire, col subire, con l’essere passivi, con la sofferenza. Cliccando a caso nella rete ho visto che meteopatia (e simili) è diventato un termine spesso utilizzato dalla medicina, che afferisce quindi la sfera delle malattie e delle relative cure. Io mi ritengo piuttosto meteopatico, senza per questo sentirmi ammalato – e del resto chi non lo è? A meno che non si viva chiusi in un ambiente sottovuoto e sterilizzato, si è inevitabilmente sottoposti all’effetto del “tempo”, del clima, dell’ambiente esterno. Trovo tuttavia disdicevole e fastidiosa quella che potremmo nominare con un neologismo come meteofobia corrente, che definisce “maltempo” praticamente tutto: sia che piova, sia che nevichi, se fa caldo, se fa freddo, qualsiasi cosa succede in cielo non va mai bene. O meglio, l’ideale sarebbe che ci fosse un clima asettico, senza intemperanze né sbalzi, piuttosto piatto e omologato, che consenta alla megamacchina di funzionare senza intoppi. Bastano infatti pochi centimetri di acqua o di ghiaccio, una temperatura un po’ sopra o un po’ sotto la media, che le città, le auto, il traffico, gli umani, tutto va in tilt.
Senza mettere in mezzo qui le trasformazioni climatiche in corso, trovo tutto ciò disdicevole per una ragione molto semplice, immediata, se si vuole banale, e cioè che in questo modo ci perdiamo alcuni lati meravigliosi della natura, che dovremmo invece conservare proprio in vista della sua possibile scomparsa e dissoluzione (o integrale sussunzione sotto il tallone industrial-culturale).
Tra queste sparizioni in corso ce n’è una di cui vorrei qui parlare, e della quale molto mi rammarico: la nebbia.

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