Posts Tagged ‘rifiuti’

Deposito culturale unico

venerdì 22 ottobre 2010

“…guardava al di là di uno stretto specchio d’acqua verso un’altura a terrazze sull’altra sponda. Era bruno-rossastra, appiattita in cima, monumentale, illuminata in vetta dalla fiammata del tramonto, e Brian pensò che fosse l’allucinazione di uno di quei cucuzzoli isolati dell’Arizona. Invece era reale, ed era creata dall’uomo, spazzata dal volo roteante dei gabbiani, e Brian capì che poteva essere solo una cosa – la discarica di Fresh Kills a Staten Island. […] C’erano migliaia di acri di spazzatura ammonticchiata, terrazzata e segnata dai percorsi dei macchinari, e bulldozer che spingevano ondate di rifiuti sopra il versante in uso. […] Era fantascienza e preistoria, spazzatura che arrivava ventiquattr’ore al giorno, centinaia di operai, veicoli con rulli compressori per compattare i rifiuti, trivellatrici che scavavano pozzi per il gas metano, gabbiani che scendevano a picco stridendo, una fila di camion dal muso lungo che risucchiavano i rifiuti sparsi. […] Tutta questa industriosa fatica, questo sforzo delicato per far entrare il massimo dei rifiuti in uno spazio sempre minore. Le torri del World Trade Center erano visibili in lontananza e Brian percepì un equilibrio poetico tra quell’idea e questa. Ponti, gallerie, chiatte, rimorchiatori, bacini di carenaggio, navi di container, tutte le grandi opere di trasporto, commercio e collegamento, alla fine erano dirette al culmine di questa struttura. Ed era una cosa organica, perennemente in crescita […] In capo a qualche anno sarebbe stata la montagna più alta della costa atlantica tra Boston e Miami […] un deposito culturale unico”.

(D. Delillo, Underworld)

Proprietà, deiezioni, deviazioni

venerdì 18 settembre 2009

SerresNel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese Michel Serres delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di appropriazione. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, esistenti in quanto insediati in un luogo, sono di questo “proprietari” o “affittuari”. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi Homo sapiens, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto “naturali”: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo – dall’urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.
Questo marcare (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine “duro“, cioè secondo la terminologia utilizzata dall’autore attinente alle forze fisiche, all’energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia ominescente della specie fino alla modalità “dolce” dell’epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi – quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.

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