Posts Tagged ‘rousseau’

Il volto e il corpo dell’altro – 5. Il mondo vegetale, tra forme e giardini

giovedì 23 febbraio 2017

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Il romanzo post-apocalittico La strada di Cormac McCarthy, ci fornisce l’immagine di una terra senza colori, grigia, morta, desolata, umbratile, in dissolvenza; non c’è nulla di vivente, tranne umani raminghi alla ricerca di una improbabile sopravvivenza. C’è una cosa che colpisce nella desolazione del contesto: non c’è vegetazione, non una foglia, un virgulto, un filo d’erba, un fiore, niente di niente. Solo rami secchi e tronchi morti e torti. Ma, soprattutto, nessun colore, nessun profumo – solo tonalità grigie e marroni che denotano l’assenza della vita cui siamo abituati. Ecco, probabilmente la natura era similmente grigia, monotona e incolore prima dell’avvento delle angiosperme – ovvero quel tipo di piante più complesse i cui semi vengono avvolti dal frutto (angiosperme vuol proprio dire “seme protetto”) e che riempiono il mondo di fiori – e che sono attualmente le più diffuse sul pianeta.

Il mondo vegetale è lo snodo essenziale del sistema vivente: è nota la sua funzione produttiva di energia tramite la luce solare e la fotosintesi (ne avevamo parlato lo scorso anno a proposito di Tiezzi), caratterizzata dal meccanismo nutritivo dell’autotrofia, in contrapposizione all’eterotrofia tipica degli animali (ovvero la necessità di ricorrere ad altri – etero – viventi per nutrirsi: le piante donano carboidrati e cibo ai non-vegetali, che altrimenti non potrebbero sussistere).
Il mondo dei vegetali, oltre ad avere un enorme fascino, è ricco di implicazioni simboliche, tanto che potremmo definire il vegetale come una sorta di metafora integrale del vivente. Basti pensare alla figura dell’albero, con la sua conformazione (radici, rizomi, foglie, ecc.), al seme, alla luce, alla morfologia (come vedremo in Goethe); per non parlare della figura del giardino, che riveste un significato essenziale per tutta la storia umana, e in tutte le culture.

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Volontà generale

lunedì 5 dicembre 2016

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Né malmostosi né osannanti – di fronte alla sovranità popolare (e non all’accozzaglia) che si esprime. Meglio pacati e riflessivi.
Questo, mi pare, il dato essenziale del voto referendario di ieri da cui ripartire: c’è stata una grande ed inaspettata partecipazione popolare che, al di là delle differenze dei motivi di ciascuna e ciascuno e delle inevitabili confluenze di umori e malumori, ha espresso una chiara volontà generale (Rousseau insegna!) di riappropriazione di sovranità.
È dunque quantomeno inopportuno che questo o quel partito, questo o quel leader s’intesti la vittoria: l’espressione popolare dice chiaramente che il problema, semmai, è proprio la loro incompetenza e pochezza, è proprio il deficit di rappresentanza. E che il tentativo di risolvere i problemi della crisi sociale e il governo della complessità non si fa con le scorciatoie a colpi di maggioranze o di persone al comando. Un tentativo riduzionistico che fu sconfitto nel 2006 e viene sconfitto nuovamente, in maniera secca, oggi. Il problema non è la costituzione, che ha un suo equilibrio e che certo non è intoccabile (ma nemmeno disponibile ad essere piegata alle esigenze contingenti) – il problema è la classe politica, non all’altezza del suo compito. E il problema, più ampio, è quello della disgregazione sociale generata dalla follia neoliberista, da tutti i governi fin qui succedutisi assecondata (e, dagli ultimi tre, senza un chiaro mandato popolare).
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Il volto e il corpo dell’altro – 2. Stranieri, xenìa e homo migrans

martedì 22 novembre 2016

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“Straniero” è parola che viene dal latino extraneus, che sta per esterno, esteriore, di altri. Medesima origine ha l’aggettivo “strano” (che invece in latino era reso dalla parola novus, nel significato di insolito) – convergenza ed assonanza che dovrebbe far riflettere.
Lo straniero è così ciò che sta fuori dei confini (familiari, nazionali, etnici, culturali, linguistici, ecc.) e che è affetto da stranezza, diversità, non familiarità. È l’estraneo che provoca turbamento.
I greci avevano invece coniato una parola – “barbaro” – che definiva lo straniero come colui che non parla la lingua greca, che letteralmente “balbetta” (bàrbaros è parola onomatopeica).
Molto diverso – e altrettanto interessante – il significato della parola greca xénos, che sta sì a designare l’altro-straniero (addirittura il nemico, come in Omero), ma con sfumature molto ampie che ricomprendono anche la figura dell’ospite: xenìa indica infatti il vincolo di reciproca ospitalità. Quasi che in questa parola si accenni alla condizione universale di estraneità che può colpire in qualsiasi momento gli umani costretti a lasciare, per qualsiasi ragione, la loro casa, la loro terra, il loro paese, e che trovano confortante l’idea che da qualche parte ci sia uno straniero-ospite pronto ad accoglierlo (molto interessante a tal proposito l’ambivalenza della parola “ospite”, che indica sia il soggetto che ospita che quello ospitato).

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Dissimulazione sociale

martedì 3 maggio 2016

Occorrerebbe ricordarsi che le differenze di status sociale – le povertà, le ricchezze – sono funzioni l’una dell’altra: a rigore si tratta di impoverimenti che generano arricchimenti che generano impoverimenti che… Mentre è sorprendente osservare come sia facile convincere qualcuno che la sua povertà relativa è causata dalla povertà relativa – e non invece dalla ricchezza relativa – di qualcun altro. I ricchi, dopo aver conficcato i paletti di roussoiana memoria nella terra di cui si sono appropriati, sono diventati bravissimi a ficcarli negli occhi dei loro poveri servitori. E a indicare un povero più povero di te, come causa dei tuoi mali. La società è un capolavoro della dissimulazione.

Piccola apologia dell’opacità

venerdì 10 luglio 2015

[L’ideologia panottica del cerchio – L’ideologia “democratica” della rete – Trasparenza orizzontale,  opacità verticale – Privacy, profilazione e neovalorizzazione – Alétheia, ovvero dell’ossimoro fondante il concetto di verità – Rousseau essoterico: giù ogni maschera! – La metafisica digitale di Gorgia – Trasparenza seduttiva e securitaria – Trasparenza satura – Trasparenza emotivo-immaginifica – L’acritica (in)coscienza social – L’eterno riposo digitale]

274998941. Un sistema di disseminazione di microvideocamere pressoché invisibile, virtualmente esteso a tutto il pianeta, che lo renda visibile e trasparente a chiunque in ogni momento; un microchip sottocutaneo per ogni nuovo bambino nato che lo renda tracciabile e dunque al sicuro da malintenzionati, pedofili, orchi e quant’altro; un automonitoraggio continuo del corpo attraverso una sostanza ingerita che produce la visualizzazione di tutti i dati biometrici sulla pelle del braccio; l’assoluta trasparenza dei politici, attraverso la visualizzazione pubblica di ogni minuto della loro vita; l’assoluta trasparenza di ciascun individuo; l’assoluta trasparenza e condivisione obbligatoria di ciascuna opinione, desiderio, decisione politica…

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Rousseau è su Facebook! (e ci guarda)

lunedì 15 settembre 2014

Panopticon

Byung-Chul Han legge l’attuale società globale come pervasa dal mito della trasparenza.
Si attribuisce a questo termine, in genere, una caratteristica di positività: un potere trasparente, rapporti trasparenti tra le persone, maggiore trasparenza nell’agire pubblico dovrebbero in teoria giovare al buon funzionamento della società.
Salvo che, a ben vedere, La società della trasparenza (questo il titolo del suo recente saggio edito in Italia da nottetempo), proprio in quanto affetta da un eccesso di positività (tutto in evidenza, nulla in ombra, via ogni negativo) si trasforma in un dispositivo sociale quantomai oppressivo.
Han, com’è nel suo stile, abbozza molti argomenti senza approfondirli, esponendoceli in una serie di brevi capitoli per tesi e suggestioni. Sullo sfondo i concetti già esposti nel breve saggio La società della stanchezza (società della prestazione, iperpositività, autosfruttamento, ecc.).
Riprenderò qui alcuni riferimenti che potremmo definire “inquietanti” a proposito del concetto di trasparenza inteso come “far luce”, “illuminare”, “svelare”, significati tipici (se non archetipici) del pensiero filosofico da Platone in poi.
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Il paradosso della stanchezza

mercoledì 12 marzo 2014

stanchezza

“L’unica misura del pensare è la stanchezza”
(M. Sgalambro)

“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”
(F. Pessoa)

Sono venuto a conoscenza del saggio La società della stanchezza del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han tramite la rete (per la precisione facebook), e ciò, per quanto casuale, non è indifferente in ordine al ragionamento che intendo fare, e che svolgerò in due mosse: la prima di ordine oggettivo, mentre la seconda avrà un risvolto psicobiografico.

1. Il saggio in oggetto è stato egregiamente recensito da Riccardo Panattoni, sul sito Doppiozero, cui rinvio senz’altro. Condivido con questa recensione il grande interesse per i temi trattati nel saggio da Han, se si vuole affrontare con spirito critico l’assetto dei dispositivi che ordinano le società nelle quali viviamo (e che inevitabilmente pre-ordinano i nostri stili di vita, i linguaggi, la mentalità).
Fatta questa premessa elogiativa, passo invece alle riserve. In generale ho trovato fin troppo sbrigativi ed ellittici alcuni passaggi: il testo (che è breve e si legge in meno di due ore) sembra procedere per tesi, piuttosto che per ragionamenti argomentati. Il rischio è l’apodittica lapidarietà con cui esse vengono sostenute, specie quando lo fanno negando o sostenendo di superare tesi di altri pensatori. Come quando, ad esempio, l’autore si confronta con le teorie immunitarie e biopolitiche di Esposito o di Agamben, oppure con l’analisi di Hanna Arendt in Vita activa, o ancora con la società disciplinare di Foucault o le molteplici interpretazioni della figura di Bartleby. È vero che tutto ciò potrebbe essere letto come una creativa e dialettica Aufhebung – ma occorrerebbe argomentare in maniera un po’ più articolata, anche perché ci troviamo spesso di fronte a snodi (o dispositivi) di grande complessità socioanalitica.
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Umana natura onnilaterale

mercoledì 19 giugno 2013

[Pubblico qui di seguito il mio contributo al saggio collettivo Corpo e rivoluzione: sulla filosofia di Luciano Parinetto, a cura di Manuele Bellini, edito da Mimesis nel 2012. Si tratta di una riflessione, a partire dall’opera e dal pensiero di Parinetto, sul concetto di natura umana in Marx, Spinoza, Rousseau e dintorni]

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Natura umana e Ganzheit nell’opera di Luciano Parinetto

“Non occorre tornare all’età dell’oro,
occorre diventare oro.
A cominciare dal proprio corpo”.
(Faust e Marx)

 

1. Prologo extravagante

“Progetto infinito”: questa la caratterizzazione che Parinetto dà dell’essere umano, in quella meditazione estrema e finale in versi, a proposito del “montaggio” che caratterizza il fenomeno morte, intitolata Extravagante. Sorella morte. Una vera e propria summa del suo pensiero intorno al concetto di natura umana, concetto-progetto quant’altri mai: “Noi siamo, che gli diamo un nostro senso / nel progetto perpetuo che noi siamo”.

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JJR 7 – Rousseau segreto, minore, svagato

domenica 30 dicembre 2012

“Mai ho pensato tanto, esistito tanto, vissuto tanto
mai sono stato tanto me stesso […]
come nei viaggi che ho fatto solo e a piedi.
La marcia è qualche cosa che anima e ravviva le mie idee:
non posso quasi pensare quando sono fermo,
il mio corpo deve essere in moto
perché vi metta il mio spirito”.

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Concludo l’anno roussoiano (il 300° dalla nascita, che in Italia è passato senza che quasi nessuno se ne accorgesse), con qualche nota sparsa sul Rousseau meno noto, soprattutto quello né politico né antropologico.

1. Vorrei però partire da quella che potrebbe essere considerata quasi la fondazione di un mito. Ad ulteriore conferma del fatto che Rousseau (anche se l’Europa non se lo fila) è massimamente presente nella fibra della sua sensibilità, qualche giorno fa leggevo una recensione sull’ultimo libro del filosofo tedesco Peter Sloterdijk (quello della ragion cinica e della teoria antropologico-ontologica delle sfere), intitolato Stress e libertà, dove inevitabilmente saltava fuori proprio Rousseau. Il filosofo cioè che più di ogni altro ha associato il filosofare all’andare, all’uscire dalla società stressata (per guardarla da fuori) e forse ancor più allo svagare la mente: le sue Rêveries, passeggiate (o fantasticherie) solitarie, scritte in punto di morte (1777-8, tanto che l’ultima viene interrotta), sono un vero e proprio manifesto del diritto alla spensieratezza, e stanno lì a dimostrarlo.
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JJR 6 – Rousseau psicopatologico

mercoledì 17 ottobre 2012

«È come un uomo che si trovasse nudo, non solo di vestiti, ma della sua stessa pelle e così si trovasse a dover lottare contro le intemperie e i turbini, che perpetuamente agitano questo basso mondo» – il giudizio di David Hume su Rousseau, dopo il non facile sodalizio dell’esilio inglese del 1766, ha l’aria di un “crudo referto clinico”. Il Rousseau degli ultimi anni si sente un proscritto dal genere umano, è preda di varie manie e fobie, e vive in un vero e proprio contesto di sovreccitazione psichica. Intendiamoci: lungi da me voler patologizzare (e men che meno psichiatrizzare) il filosofo ginevrino e la sua biografia. Prima di tutto perché, almeno in parte, aveva ben ragione di sentirsi perseguitato, visto che era stato condannato nel 1762 e, durante il soggiorno parigino, era sottoposto a stretto controllo poliziesco. E, in secondo luogo, è proprio della natura del pensiero roussoiano il non voler espungere da sé gli elementi passionali  e spuri, sporchi e talvolta incontrollabili – il mondo inconscio e sentimentale nella sua irriducibilità alla ragione.
Non è un caso che l’ultimo Rousseau sia quello insulare, narcisista e ipertrofico delle Confessioni, dei Dialoghi e delle Reveries – un vero e proprio catalogo di scritture che testimoniano un forsennato lavorìo di scavo su di sè, un irrequieto ed interminabile monologo interiore.
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