Posts Tagged ‘rousseau’

JJR 5 – Emilio e le finzioni roussoiane

venerdì 6 luglio 2012

Il tema della maschera è centrale nel pensiero roussoiano. E lo è proprio all’interno della concezione  di natura umana – dunque in termini antropologici oltre che psicologici. Il mettere a nudo ciò che si suppone coperto ed incrostato dalla (quasi sempre fallace) cultura umana, è un’ossessione che accompagna Rousseau lungo tutta la vita e la biografia (fin nelle Confessioni, dove tale meccanismo di messa a nudo viene impietosamente applicato su di sé, per quanto con ambiguo autocompiacimento).
Complementare a questa ossessione, vi è anche l’elemento della finzione. La natura è genuina e sincera, mentre la contorta psiche umana – corrotta da un sociopatico stare insieme detestandosi e facendosi la guerra – rende tutto falso, distorto, dissimulato.
La società immaginata da Rousseau è allora una società impossibile (lo “stato di natura” retrovolto ed utopico non essendo forse mai esistito, non esistendo attualmente e non potendo ragionevolmente esistere nemmeno in futuro) – così come impossibile è un ritorno individuale alla presunta bontà naturale.
Il suo pensiero si muove dunque lungo un corridoio strettissimo, al limite del contorsionismo teorico (e dell’inattingibilità pratica): fare come se la natura fosse ancora la via maestra in una situazione non più naturale, ma irreversibilmente artificiale.
È quel che ad esempio accade al sauvage Emilio (more…)

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JJR 4 – Sulla volontà generale

giovedì 3 maggio 2012

Meglio avrei fatto a non spingermi
tanto in là con lo sguardo.

Il problema della volontà generale in Rousseau deriva dal fatto che non ce ne viene fornita una definizione precisa. Nel Contratto sociale se ne parla a più riprese, come se però fosse una categoria di per sé chiara, autoevidente. Né il suo autore si preoccupa di analizzare i concetti che la vanno a comporre: anche in questo caso Rousseau deve aver pensato che i due termini presi singolarmente non avessero alcun bisogno di essere discussi.
Non possiamo quindi far altro che ricavarne obliquamente e allusivamente – o per differenza – il significato. Certo, il contesto risulta ben chiaro: il bene comune in contrapposizione ai singoli interessi privati, il generale contro il particolare, il sociale prima e più dell’individuale.
Ma è il termine “volontà” ad inquietare, dato che potrebbe apparire una sorta di metabasi in altro genere, il trasferimento cioè di un concetto in un ambito differente da quello per cui è stato coniato.
(Per quanto Schopenhauer andrà ben oltre, metafisicizzando la volontà in una sorta di forza primordiale che agita la materia e superagisce le individualità).
Qual è dunque il soggetto che vuole, nell’ambito della sovranità politica? E come può questo soggetto determinare ciò che vuole in modo definito? Ma soprattutto: che cosa ci garantisce che voglia il bene universale?
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JJR 3 – Rousseau reazionario

venerdì 30 marzo 2012

“Commencez par resserrer vos limites
(J.J.Rousseau, Sur le gouvernement de Pologne)

Accanto ad un Rousseau rivoluzionario (quello del secondo Discorso e di alcune idee contenute nel Contratto Sociale) c’è un Rousseau altrettanto convintamente reazionario. Se ne trovano tracce un po’ in tutta la sua produzione filosofica e letteraria – ma direi che il testo che più rappresenta questo suo aspetto è il romanzo epistolare Giulia o la Nuova Eloisa, che fu tra l’altro un vero e proprio best seller per l’epoca.
Al di là della vicenda (abbastanza noiosa) ci viene descritta una comunità che nella mentalità di Rousseau assume caratteristiche archetipiche: quello di Clarens è un vero e proprio modello insulare di convivenza e di risoluzione delle controversie umane. A metà strada tra il naturalismo sauvage e il familismo patriarcale, Rousseau pare qui alludere al sogno di una convivenza fuori del tempo, autarchica, più Gemeinschaft (comunità, appunto) che Gesellschaft (società atomizzata), un idillio più che un progetto politico, una presa di distanza dalle affollate ed insensate capitali per immergersi nella ciclicità della vita rurale. Proprio per questo occorre un rigido ordine gerarchico: ruoli, riti sociali, differenza di genere, apologia del lavoro – tutto comporta una quotidianità pacificata, ed una tonalità reazionaria talvolta imbarazzante.
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JJR 2 – L’arcano della proprietà

mercoledì 29 febbraio 2012

Qualche giorno fa una ricca ministra del governo italiano in carica, rivendicava la propria ricchezza come “non peccaminosa”, e come qualcosa di cui non ci si debba vergognare. A parte l’interessante accostamento alla sfera del sacro, la suddetta ministra rimuoveva l’ovvietà (sepolta sotto anni di pesante restaurazione) di dover rendere conto delle cause e delle radici di quella ricchezza. Non tanto della sua propria – di cui m’interessa poco (e su cui i riccastri fanno di solito leva, per argomentare con la naturale passione umana dell’invidia) – ma, più in generale, della genesi e struttura della proprietà in quanto tale. Continuare a suonare la campana a morto del pensiero marxiano, che aveva messo il dito sulla piaga, non li esime  certo dal dover rispondere alla domanda essenziale: donde viene, qual è il senso storico, sociale ed antropologico della loro ricchezza? come si è originata ed accumulata? e che cosa se ne fanno?
Sono domande che, come appare evidente, esulano dalla sfera etica o morale. Non è con i sensi di colpa che si cambiano le cose, ma con il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Togliere il velo dagli occhi di chi guarda e il velo dell’oblio dai rapporti sociali (cos’altro è la ricchezza se non questo?), è semmai il compito primario del pensiero critico.
Ascendendo di causa in causa, uno degli affluenti più importanti del fiume marxiano è proprio il pensiero politico-antropologico di Jean-Jacques Rousseau, in particolare quello del Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, la cui rilettura attenta consiglierei al ministro di cui sopra…

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JJR 1 – L’illuminazione di Vincennes

martedì 31 gennaio 2012

“Non appena lessi questo, vidi un altro universo e divenni un altro uomo […] I miei sentimenti ascesero con la più inconcepibile rapidità al tono delle mie idee. Tutte le mie piccole passioni furono soffocate dall’entusiasmo per la verità, la libertà, la virtù, e la cosa più sorprendente è che questa effervescenza si mantenne nel mio cuore per più di quattro o cinque anni, a un livello così alto, come non è mai stata nel cuore di un altro uomo”.

Lo stile e lo spirito di Jean-Jacques Rousseau stanno tutti in questo brano delle Confessions, tratto dal libro VIII, che descrive l’esperienza della cosiddetta “illuminazione di Vincennes”.
Nell’estate del 1749 Diderot venne arrestato e rinchiuso nella torre di Vincennes, alla periferia di Parigi, subito dopo la pubblicazione della Lettera sui ciechi. Rousseau ne rimase molto impressionato, e non mancò di far visita all’amico enciclopedista, intraprendendo talvolta lunghe ed estenuanti marce sotto il sole estivo. Fu durante una di queste camminate che lesse per caso, sul Mercure de France, il quesito dell’Accademia di Digione: Se il progresso delle scienze e delle arti ha contribuito a corrompere o a migliorare i costumi. Venne così preso da quell’entusiasmo al limite del delirio, di cui avrebbe poi parlato nelle Confessioni: una tonalità emotiva che avrebbe contribuito a fondare un nuovo modo di pensare e di concepire la filosofia.
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2012 Jean-Jacques!

sabato 31 dicembre 2011

Temo che il 2012 passerà alla storia come un anno kat’exochen profetico-catastrofico-apocalittico-apocatastatico – con tutti gli -ico più fantasiosi a seguire. Nemmeno la fine del secondo millennio – almeno, così mi par di ricordare – si era portate dietro così tante sciocchezze e superstizioni su fine del mondo e simili. Forse la crisi economica, insieme alla profondissima crisi epocale di prospettive, ha contribuito ad acuire tale clima nefasto.
Se devo esser sincero non ho letto nemmeno una riga, né tantomeno ho guardato trasmissioni in Tv, nelle quali si parla di calendari Maya e simili. L’argomento non mi appassiona, anzi lo detesto proprio, anche se dovrei forse occuparmene in termini di psicologia di massa o antropologici o sociologici. Ma siccome non sono né uno psicologo né un antropologo né un sociologo, posso tranquillamente catafottermene, come direbbe Montalbano nella colorita lingua di Camilleri.
Ed allora celebrerò a modo mio il 2012 – come del resto ho finora cercato di celebrare tutti gli anni che mi sono stati dati: e cioè, per quanto mi è possibile, ingombrando la mente e l’immaginazione di cose belle e filosofiche, liberandole nel contempo dall’immane sciocchezzaio e chiacchiericcio contemporaneo. Cosa che mi sento di propugnare come disinteressato e sincero augurio a tutti i lettori del blog, alle amiche e agli amici, con ampie benedizioni in stile urbi et orbi.
Gli anniversari sono spesso – come i capodanni – celebrazioni retoriche e pompose, quando non del tutto inutili. Ma siccome accadono comunque e a prescindere, tanto vale coglierli per quel che ci possono offrire: opportunità, destri e punti d’origine per altro. Contingenze per nuovi inizi.

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Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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Pensieri all’uscio

sabato 28 maggio 2011

Nel giro di pochi giorni, almeno in due occasioni, ho sentito utilizzare da alcuni ragazzi la parola “pensieri” nell’accezione di “preoccupazioni”. Non voglio avere pensieri, ho troppi pensieri – così dicevano.
In effetti uno dei significati della parola “pensiero” è proprio quello di “ansia, preoccupazione” – e alcuni modi di dire ce lo rivelano: vita oberata di pensieri, dare pensieri, stare in pensiero… Ho persino trovato sul mio vecchio Zingarelli un’espressione figurata che non avevo mai sentito: attaccare i pensieri alla campanella dell’uscio – che equivale a lasciar fuori di casa le preoccupazioni. Mi è poi sovvenuto che nella lingua siciliana delle gastime (imprecazioni) esiste il detto “mi ti veni pinseru novu”, che ti venga un pensiero nuovo, che non suona certo come augurio!
Un tipo pensieroso è dunque qualcuno che ha la mente ingombra, piena di cose, e perciò mostra una fronte adombrata, aggrottata, accigliata; egli ha dei pensieri che lo angustiano e che quasi non lo fanno dormire di notte. Anzi, è assillato dal solo fatto di avere pensieri: indipendentemente dal contenuto di questi pensieri, è la sua stessa tonalità emotiva ad avvertire ogni pensiero come un peso. E così passa il suo tempo assorto in quei gravosi pensieri.
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Madeleines filosofiche

venerdì 21 maggio 2010

Qualche giorno fa, passeggiando in un parco, mi è venuta in mente la Scienza della logica di Hegel. Qualcuno penserà: “ma questo è proprio pirla! con tutte le cose belle che possono venire in mente passeggiando in un parco (a maggio poi!), proprio il testo più arcigno della storia della filosofia è andato a scegliere…”. In realtà non è stato un caso (né, evidentemente, una scelta), si è trattato di una vera e propria madeleine filosofica, anche perché è successa in quel parco con quei profumi e quei colori – dove molti anni fa avevo sudato sette camicie sull’essere e il nulla, la qualità, la quantità, la misura, l’uno e il molteplice, l’essenza, l’apparenza, il concetto…
Non voglio qui nemmeno cominciare ad indagare la base neurologica di quel complesso fenomeno che Proust aveva descritto rievocando il sapore di una madeleine – “conchiglietta di pasta, così grassamente sensuale” –  inzuppata nel té della zia Leonie, nella prima parte della sua immensa Recherche. Del resto non è detto che la biochimica della rimembranza debba per forze di cose essere più precisa e rigorosa, da un punto di vista causale e descrittivo, rispetto alla fenomenologia estetica consegnataci dalla letteratura. Tanto più che un neuroscienziato della levatura di Damasio è costretto ad ammettere che “l’esistenza, nel cervello, di configurazioni neurali dinamiche (o mappe) corrispondenti a un oggetto o un evento, è una base necessaria ma non sufficiente per spiegare le immagini mentali di quell’oggetto o di quell’evento”, confessando con tutta onestà una grave lacuna nel meccanismo che spiega il passaggio dalla materia cerebrale a quella mentale – ignoranza che tuttavia non contraddice “l’assunto che le immagini siano processi biologici, né nega la loro fisicità” (cfr. Alla ricerca di Spinoza, pp.236-7).  Ipse dixit nell’anno 2003, e chissà, magari qualcosa in più ora sappiamo. (Con questo non voglio certo sminuire l’importanza dell’osservazione degli affascinanti segreti del nostro cervello: anzi, credo fermamente che anche la biochimica abbia un suo lato poetico e meraviglioso…). Ma torniamo alla madeleine.

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Proprietà, deiezioni, deviazioni

venerdì 18 settembre 2009

SerresNel suo breve e però densissimo saggio Il mal sano: contaminiamo per possedere? (Le Mal propre, edito in Italia dal Melangolo nel 2009), il filosofo francese Michel Serres delinea con il suo linguaggio tipicamente enigmatico-allusivo una sorta di fenomenologia umano-animale delle strategie di appropriazione. La domanda cruciale, per quanto antropomorficamente posta, è se gli esseri viventi, esistenti in quanto insediati in un luogo, sono di questo “proprietari” o “affittuari”. Naturalmente non sarebbe così fondamentale rispondervi se una specie animale non avesse sopraffatto tutte le altre proprio per quanto concerne le dinamiche di appropriazione e non si fosse messa così nella situazione di farsi domande vagamente apocalittiche. Resta però il fatto che quella specie, autodenominatasi Homo sapiens, si innesta originariamente nello spazio che ha poi via via integralmente occupato, attraverso modalità del tutto “naturali”: gli umani (specie maschi) marcano in origine gli oggetti, i territori, gli spazi, ed anche gli altri corpi (specie di donne e bambini), attraverso le secrezioni del corpo – dall’urina allo sperma, fino ad arrivare al sangue che inzuppa le terre delle nazioni in guerra.
Questo marcare (Serres, che è anche un linguista, ci apre spesso interessanti scenari etimologici), in origine “duro“, cioè secondo la terminologia utilizzata dall’autore attinente alle forze fisiche, all’energia, alla materia, si propaga lungo tutta la storia ominescente della specie fino alla modalità “dolce” dell’epoca attuale, una forma cioè eminentemente costituita da codici, segni, linguaggi – quelli ad esempio dei marchi pubblicitari, dei loghi, delle firme.

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