Posts Tagged ‘rowlands’

Il volto e il corpo dell’altro – 4. L’animale in noi, gli animali fuori di noi

venerdì 20 gennaio 2017

La “questione animale” è probabilmente una delle grandi questioni filosofiche (se non la più importante) della contemporaneità. A ben pensarci è un tema che mette in causa lo statuto etico, antropologico, persino ontologico della nostra specie – i concetti di natura umana, scienza, vita, morte, compreso il crescente desiderio di immortalità: attraverso il nostro rapporto con gli animali e l’animalità definiamo quel che siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.
Animale è concetto paradossale che evoca prossimità e separazione ad un tempo. Tutto il discorso sul rapporto umano/animale è, come vedremo, costellato di elementi paradossali.

Partiamo, come sempre, dalle parole, dai concetti: “animale” è parola astratta, se si vuole vuota, del tutto incapace di definire la moltitudine di forme viventi cui parrebbe alludere. Animale ed animalità si pongono in prima istanza come i concetti che discriminano l’essere umano da ciò che non lo è, sé dalle altre specie, sé dall’altro da sé: l’animale è il paradigma dell’alterità, l’altro per eccellenza. E su questa alterità è probabile che si siano storicamente costituite tutte le altre.
Ma l’animale è, in primo luogo, l’animale in noi: ciò da cui homo sapiens intende separarsi – natura, corpo, sensibilità. L’animalità è essenzialmente ciò da cui l’io – la forma propria dell’umano – si allontana progressivamente: io – l’umano – è mente, coscienza, spirito, ovvero tutto ciò che non è corpo e natura. Come ci suggerisce Cimatti, in questo processo di costituzione della nostra antropologia, del nostro modo di essere, addomesticamento dell’animale esterno e autoaddomesticamento del corpo (l’animale interno) corrono paralleli.
La macchina antropologica (o antropogenica) è esattamente il processo storico di separazione dall’animalità.

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Quarto lunedì: la specie dimezzata

martedì 28 gennaio 2014

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
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Torsione gnoseologica

sabato 25 gennaio 2014

Il problema delle definizioni di “uomo”, “essere umano”, “natura umana” e simili, è che si tratta comunque di autodefinizioni, che dunque valgono quello che valgono. (Del resto anche le definizioni di “animale”, “zecca”, “tamburo”, “gelosia”, “linguaggio”, “essere”, “bottiglia”, “Saturno” sono nostre e non loro. Però, quando siamo noi a parlare di noi – ci parliamo addosso – la faccenda si fa più delicata). Nonostante tutte le nostre pretese filosofiche ed universali, per fare un passo avanti significativo in quanto ad oggettività, ci vorrebbe, forse, il giudizio di un alieno (solo Dio sarebbe oggettivo in massimo grado).
Anche le definizioni più interessanti che ho collezionato negli ultimi tempi – ad esempio quella di Rowlands: «Se volessi definire gli esseri umani con una frase, direi: gli uomini sono quegli animali che credono alle storie che raccontano su se stessi. In altri termini, gli esseri umani sono animali creduloni»; oppure quella di Cimatti: Homo sapiens, quell’unico animale «che ha come principale preoccupazione quella di dirsi che è diverso dagli altri viventi» – ebbene anch’esse, che pure si collocano al confine estremo della torsione straniante, scontano comunque questa insufficienza (al limite della dannazione) gnoseologica.

Trilogia del lato oscuro – 2. Il male

martedì 2 febbraio 2010

Nord Salento. Per oltre un  anno un tredicenne è stato sistematicamente violentato, tormentato, perseguitato, minacciato di morte da un gruppo di sei ragazzi tra i 14 e i 17 anni, un ventunenne e un adulto di 56 anni.

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Pistoia. Le due lavoratrici dell’asilo nido picchiavano, maltrattavano, urlavano, ingozzavano, afferravano per i capelli e chiudevano negli armadi i bambini loro affidati  – che in alcuni casi avevano 8-10 mesi.

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Se volete vedere la malvagità umana in tutta la sua purezza, ingegnosità e disinvoltura, la troverete in uno shuttlebox. E’ uno strumento di tortura inventato da R. Solomon, L. Kamin, e L. Wynne, psicologi di Harvard… Io credo che  in quegli esperimenti si possa vedere un istruttivo distillato della malvagità umana.

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Ho sempre cercato di rigettare il concetto di male, o per meglio dire la sua connotazione metafisica e sostanzialistica. Si tratti di fenomeni storici complessi come il nazismo, dei ricorrenti genocidi o delle innumerevoli guerre, oppure dell’ultimo atroce fatto di cronaca nera, come i due riportati sopra – tendo sempre a cercare spiegazioni, cause, motivi, e ad inquadrare i fenomeni entro una cornice di leggibilità e determinabilità razionale. Certo, esistono fatti nefandi, persone che commettono azioni malvagie, ma ammettere qualcosa come il male in sé, il male assoluto, mi disturba.

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Transanimali

venerdì 13 novembre 2009

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Mentre un paio d’anni fa mi baloccavo con la prospettiva del transumanesimo, sono ora tornato alla questione umano-animale: altro che trovarsi al di là dell’umano, siamo in realtà ben piantati ancora nell’al di qua dell’animale! Ma forse, a ben vedere, non mi sono mai mosso, se è vero che il nucleo profondo della domanda circa la natura umana – il che cosa siamo e il perché siamo qui e che cosa ci stiamo a fare – sta proprio in quel transitare (ed oscillare) da un luogo all’altro della costellazione dei significati e delle categorie. Cioè: ci si domanda chi o che cosa si è, solo quando l’ente domandante si distacca dal suo essere l’ente-che-è per traslare verso un ente-specchio, un doppio, un altro-da-sé che lo rappresenti.
Da quel che sappiamo (ma anche questa è una presunzione, nel duplice senso del pre-sumere e dell’essere presuntuoso), l’unico ente che si fa questo tipo di domanda è l’essere umano. Un ente che, evidentemente, non trova pace nell’essere l’ente-che-è, e che tende ad immaginare se stesso (immaginazione è qui parola e facoltà-chiave) come un ente in perenne divenire, e dunque un ente molteplice e cangiante, che punta a tramutare l’odiosa necessità naturale (il suo essere soltanto quel che è) in una proteiforme e continua plasmabilità (ciò che qualcuno ha definito in termini di libertà e perfettibilità).
Un ente ha un senso (una direzione, un verso) o un significato (un rinvio ad altro), solo quando vive questa condizione di duplicazione, riflessione, alienazione – ovvero eccentricità, per usare il concetto  di cui si serve Helmuth Plessner, che vede la specificità umana proprio nell’autocoscienza, cioè nella capacità di uscire dal proprio centro biologico e di osservarsi così dall’esterno. Siamo dunque animali che non si sentono tali, umani che non si accontentano di essere tali, enti in transizione verso altro; enti traslati, eccentrici, differiti e differenti, transitori; transanimali, ma anche transumani – né bestie né dèi, come diceva Aristotele.
Ma mentre mi arrovellavo su questi temi, in compagnia del buon Baruch, che già aveva contribuito non poco ad un necessitante bagno di umiltà, ecco che piomba dal cielo filosofico americano, direttamente da Miami, un libro che spariglia di nuovo le carte.

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Prima cronaca: la statua di Condillac e la guerra civile in Afghanistan

lunedì 9 novembre 2009

bambini_cattivi

“Con la possibile eccezione delle più alte sfere della matematica pura o della fisica teorica, è difficile immaginare qualcosa di più inumano della filosofia”.

“Essere filosofo significa essere esistenzialmente sradicato”.

“Ai filosofi bisognerebbe porgere condoglianze piuttosto che incoraggiamenti”.

Con queste frasi appena lette in testa, sconsolato ma sostanzialmente d’accordo, mi sono recato l’altra mattina in una classe di quinta elementare per il primo incontro di un nuovo esperimento filosofico con i bambini. Ci sono stati come sempre grande fermento, agitazione e partecipazione – è una novità, e quindi benvenuta, però loro sono tanti (troppi) e piuttosto svegli.
C’è poi Andrea che ha scelto di fare il guastatore (è uno dei pochi nomi che sono riuscito a memorizzare, insieme a quello di Martina, che è intervenuta a raffica per tutto il tempo). Insomma, la piccola peste decide di indossare la maschera del baby-nichilista e ad ogni uscita intelligente dei suoi compagni su che cosa si debba o si possa intendere per filosofia, spara parole a caso. Distruttore e futurista ad un tempo. Poi succede qualcosa, e senza apparente soluzione di continuità con la parte interpretata prima, se ne esce con queste due perle (non ricordo le parole esatte, ma non erano molto dissimili dalle seguenti):

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