7 parole per 7 meditazioni – 4. Persona

Il concetto di persona ci svela fin dall’etimologia il problema riguardante le teorie dell’individualità: persona è, letteralmente, maschera (dal greco prosopon mediato forse dall’etrusco phersu), termine teatrale che allude alla duplicità, se non addirittura alla doppiezza, o comunque alla stratificazione e molteplicità di quella parte di noi stessi che denominiamo “io”. Pare che il primo filosofo ad utilizzare “persona” sia stato lo stoico Panezio, nel II secolo a.C.: interessante notare come gli stoici concepissero il ruolo dell’individuo in termini di “parte” (moira) nel destino del mondo – un po’ come la maschera svolge un ruolo nella scena teatrale.
Già tutti questi termini – io, me stesso, individuo (non-diviso, equivalente latino del greco a-tomos), persona, cui possiamo aggiungere soggetto, anima, coscienza – non sono affatto sovrapponibili, ciascuno di essi allude a significati o sfumature diverse; in ogni caso, quando parliamo di noi stessi, la prima cosa che salta agli occhi è proprio questa molteplicità : io sono io, ho un’identità (il nome è già una definizione di singolarità), ma se vado poi a vedere che cosa c’è in questo contenitore individuale – cosa c’è dietro la maschera-persona – scoprirò una varietà di elementi, spesso contraddittori. Io sono vasto, contengo moltitudini, dice Walt Whitman.

Continua a leggere “7 parole per 7 meditazioni – 4. Persona”

Misteriosa germinazione

Trovo che finché non si realizzano (di nuovo o per la prima volta?) le condizioni individuate da Simone Weil affinché avvenga quella che lei chiama “misteriosa germinazione della parte impersonale dell’anima” – non potrà mai esserci alcuna seria e radicale rivoluzione: spazio, tempo libero, meditazione, solitudine, silenzio – e, da ultimo, calore!
Ecco il testo, da La persona e il sacro:
«A tal fine, da un lato bisogna che ogni persona abbia intorno a sé dello spazio, disponga di una certa quantità di tempo libero, di diverse possibilità di passare a gradi di attenzione sempre più elevati, di solitudine, di silenzio. Dall’altro bisogna che sia avvolta dal calore, affinché l’afflizione non la costringa a sprofondare nel collettivo».
La mancanza di calore viene esemplificata da Weil con il gelido tumulto delle moderne fabbriche, vicine alla soglia dell’orrore (era il 1943 quando scriveva queste pagine). Oggi, potrebbero essere gli algidi ronzii degli algoritmi e del mondo digitale…