Posts Tagged ‘schizofrenia’

Seconda obiezione: metànoia o paranoia?

venerdì 2 novembre 2012

«Nella verità appare anche che l’isolamento della terra dal destino è destinato al tramonto, e il tramonto è l’avvento della terra che salva. Prima di tale avvento è necessario che la situazione di minorità, di assoluta marginalità del linguaggio che indica attualmente il destino, si rovesci nella situazione in cui i popoli, dico tutti, diventino testimoni del destino. Se vogliamo parlare di “autoeducazione”, l’autentica autoeducazione è questa metànoia – questa sì radicale – in cui il linguaggio testimoniante il destino dominerà la totalità dei linguaggi. Questo, prima dell’avvento della terra che salva». (Educare al pensiero, pp. 101-2)

Dopo di che l’intervistatrice chiede conto al maestro dell’avvento di questa non ben precisata “terra che salva” (che, evidentemente, dovrà interessare i popoli tutti, non si sa bene per quale ragione, e anche se il concetto di “popolo” non viene chiarito), e ne chiede conto perché se fosse un processo – come tutti i processi storici fin qui occorsi – sarebbe allora… un “divenir altro”, e tutto il castello logico andrebbe in mille pezzi – eh no! chiosa Severino, si tratta invece del “sopraggiungere degli eterni”. Nientemeno!
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La schizofrenia ontologica – Oltrepassare Severino 2

mercoledì 21 settembre 2011

Leggendo il libro di ricordi di Emanuele Severino – che com’è giusto che sia mescola esistenza e filosofia, affetti e ragionamenti, biografia e ontologia – si ha tuttavia l’impressione di una schizofrenia di fondo. Uso il termine nel suo significato originario (“divisione della mente”), senza dunque alcuna connotazione psichiatrica, per sottolineare una vera e propria Trennung filosofica, una scissione che non è soltanto quella convenzionale tra l’io e il mondo, l’individuo e la società, la finitezza della mia mente e l’intero universo nel quale quella mente si sente sperduta, ma che attiene al discorso filosofico essenziale di Severino. Lo esemplifico con due metafore da lui utilizzate nel testo:
la prima allude all’altalenante condizione del sogno e della veglia nella quale ci troviamo immersi, un tema che da Eraclito a Calderon de la Barca ha una lunga tradizione, ma che in Severino pare caricarsi di una inaudita radicalità: il sogno (“la terra isolata dal destino”) essendo la nostra condizione fondamentale, da cui emerge la via della veglia (e dunque della verità), che solo in quanto porta alla luce il sapere che l’apparire di quell’apparire non è un sogno, può indicare il “destino”, cioè lo stare assolutamente incondizionato;
la seconda metafora, di ascendenza evangelica, è quella del campo dove crescono il loglio e il grano: lo spazio dell’uno o dell’altro delimita rispettivamente quel che è proprio dell'”esser uomo” (quell’uomo errante che è Emanuele Severino), e quel che invece è “testimonianza del destino”, un Io-destino infinitamente altro dall’io-Severino. Il merito che Severino pare attribuirsi è quello che nel “suo” campo (ma è “suo”? e che cos’è il campo? – è lui stesso a chiederselo) è via via andato crescendo il grano, confinando il loglio in spazi sempre più ristretti.

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