C’è qualcosa che ci sfugge

Una parte della comunità filosofica che frequento sui social (la mia “bolla” digitale) si è un po’ piccata per l’articolo di Carlo Rovelli su Heidegger di qualche giorno fa. Un po’ l’ha vissuta come un’invasione di campo, un po’ – sotto sotto – con invidia, un po’ come un segno della decadenza culturale (del Corriere della Sera, del dibattito culturale, del paese, ecc.ecc.).

Ovviamente questa è una caricatura, perché nel dibattito che ne è seguito – e di cui ho letto qua e là i commenti – è emersa anche la questione più importante, o meglio la duplice questione: il rapporto della filosofia con la scienza, e il ruolo della filosofia nella società. Niente di nuovo, si dirà. (In verità c’è anche, nella fattispecie, un’ulteriore questione, ovvero l’eterna querelle sul nazismo di Heidegger, ma in questo non voglio entrare).

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Il rarefatto e lieve mondo dei quanti

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Non mi pare che Carlo Rovelli citi mai Calvino in questo suo ultimo saggio, Helgoland, sulla fisica quantistica (un piccolo capolavoro di divulgazione scientifica), ma credo che all’autore delle Lezioni americane sarebbe piaciuto non poco.
Se nella prima parte del libro viene ricostruita la genesi della teoria, a partire dall’assurda idea che venne in mente a un giovanissimo Heisenberg abbarbicato alle rocce di una ventosa isola del mare del Nord, con i successivi contributi del gruppo di fisici geniali raccoltisi attorno a Bohr negli anni ‘20 del ‘900 (Pauli, Jordan, Dirac), e poi Born, Schrödinger e altri, per giungere alla straordinaria conclusione della “granularità” del mondo, della sua indeterminatezza ed infine al concetto-chiave di relazione – mi pare che l’avvio della seconda parte (quella più filosofica) ha proprio a che fare con la levità e leggerezza della materia, con l’invisibilità spesso evocata dalla scienza, che tanto avevano colpito Calvino sul finire del secolo. “Il rarefatto e lieve mondo dei quanti”, intitola Rovelli uno dei paragrafi, dove spiega: «il mondo dei quanti è quindi più tenue di quello immaginato dalla vecchia fisica, è fatto solo di interazioni, accadimenti, eventi discontinui, senza permanenza. È un mondo con una trama rada, come un merletto di Burano» (92).
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Progresso impersonale

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
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Libito fé licito

Traccio un triangolo, e nomino ciascun vertice coi seguenti nomi: scienza, filosofia, desiderio. La trovo una figura interessante. E che abbia a che fare con il tempo del contagio. Ora spiego perché.
Partiamo proprio dal tempo sospeso che stiamo vivendo: l’epoca del contagio ha fatto collassare innanzitutto il tempo (o i tempi plurali della nostra vita). Si è detto in tutte le salse che la prima sensazione è proprio quella della sospensione, del congelamento, della contrazione (insieme alla dilatazione spaziale, orrendamente simbolizzata dal distanziamento sociale).
Il primo vertice temporale allude all’appuntamento quotidiano – anzi costante e pressante e saturante – con la scienza, che scandisce il tempo del contagio. Virologi, epidemiologi, infettivologi, ricercatori e scienziati sono assurti a sacerdoti di questo tempo. I tempi (e la curva) del contagio, la corsa per trovare la cura, i tempi del vaccino – che forse (ma non è sicuro) ci immunizzerà.
Il secondo vertice è il più sfuggente, problematico – e senz’altro inutile. Sull’inutilità della filosofia si è detto molto – inutile in quanto non finalizzata, non specializzata, non piegata ad uno scopo determinato, perché se si tratta di indagare la verità e il senso delle cose non ci può essere di nessuna utilità immediata. Ecco: partiamo proprio da questo sfuggire della filosofia alle dinamiche comuni della temporalità per ricostruire il triangolo e dargli un significato compiuto.
Inutile chiedere alla filosofia di darci una risposta ora. La filosofia non ha risposte immediate o istantanee (se le avesse sarebbe una filosofia truffaldina, una non-filosofia) – e quando ne ha sono risposte spesso scomode, che ambiscono a valere sempre, o mai, o comunque in una dimensione temporale altra rispetto al qui e all’ora dello scopo, della finalità – dell’utilità, come si diceva prima. Mai, perché potrebbe non arrivare la risposta attesa o potrebbe essere rinviata all’infinito, in un’eco insopportabile della domanda. La filosofia – per quanto rifletta sul tempo ed è, hegelianamente, il tempo appreso e concentrato in se stesso – ha a che fare con la dimensione dell’intemporale, dell’eterno. Se si vuole, del mistero e dell’ignoto.
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Le parole del contagio

La morte – come da un’alta vetta –
riformula i criteri di giudizio
e ciò che non credemmo
ora scorgiamo chiaro
(Emily Dickinson)

«Non ho visto, pertanto, nient’altro da fare che provare, come chiunque altro, a sequestrarmi a casa mia e nient’altro da dire che esortare chiunque altro a fare lo stesso», così scrive Alain Badiou.
E alla domanda: “Che cosa possiamo imparare dal virus?”, Massimo Cacciari risponde seccamente: Nulla. A stare fermi un po’. Cosa volete imparare? Basta con questa retorica che dalle difficoltà si esce migliori. Il nostro cervello è lo stesso di 100.000 anni fa…

Qualcuno si sarà senz’altro chiesto che cosa può dire o fare la filosofia di fronte ad un evento come quello che stiamo vivendo, così violento e inaspettato (uno dei problemi è anche quello della sua definizione e qualificazione). Hanno ragione Badiou e Cacciari: la filosofia non può nulla. La filosofia non può modificare il corso degli eventi, la filosofia non può prevenirli, la filosofia non può nemmeno consolare gli animi. Ciò che forse può fare la riflessione filosofica è aiutare le menti ottenebrate degli umani a vedere con maggior chiarezza quel che hanno davanti (o sotto i loro piedi o alle loro spalle o dentro di loro), anche se in un senso radicalmente diverso da quello della scienza. Ecco, la scienza può provare a prevenire, modificare, curare, salvare (anche se non è detto che ci riesca), la filosofia no. La religione può provare a consolare, confortare, rasserenare, ma non la filosofia. Compito della filosofia è solo quello di dire il vero, o di provarci. La verità, una parola che può anche svelare cose che non vorremmo né vedere né sapere.
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Polvere di stelle

(la traccia del mio intervento introduttivo ad una conferenza di astrofisica sull’Universo in espansione, ultimo di un ciclo di 3 incontri sulle visioni dell’universo nella storia umana)

Avevamo visto come già nella visione di Dante (tolemaica e geocentrica) l’uomo non fosse in realtà al centro, quanto piuttosto in fondo all’universo, nella zona più bassa e più infima. Egli è però chiamato ad innalzarsi ai cieli della divinità, all’empireo – tramite la fede e la ragione.
In epoca moderna il cosmo aristotelico-tolemaico si frantuma per allargarsi all’infinito: Giordano Bruno annuncia gli infiniti mondi nei quali noi siamo sperduti e nei quali non può esserci alcun centro (altrimenti che infinito sarebbe?).
L’infinito, però, deraglia nella visione kantiana: la mente umana si aggroviglia nelle sue contraddizioni (le cosiddette antinomie), per fermarsi ad una sola apparente (soggettiva) certezza: spazio e tempo (lo spazio e il tempo della scienza newtoniana e della geometria euclidea) sono le condizioni imprescindibili della nostra conoscenza della natura. Ogni cosa si muove all’interno di un tempo uniforme che scorre e di uno spazio fisso che ci contiene.
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Deus absconditus

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Qualche sera fa ho aperto una conferenza scientifica facente parte di un ciclo che ha l’intento di illustrare in che modo è cambiato in Occidente il modo di guardare il cielo. La scommessa è di integrare diversi punti di vista – filosofico, antropologico, fisico-matematico, estetico – mostrando come si è andata modificando la percezione di sé e del proprio posto nel cosmo da parte dell’essere umano. La seconda puntata era dedicata all’epoca moderna, da Copernico a Newton. Ho aperto inevitabilmente con la data simbolo del 1543 – anno di pubblicazione del De revolutionibis orbium coelestium – e con l’impatto che la “rivoluzione copernicana” ha avuto sui pensatori e gli scienziati dei decenni e secoli successivi.
Tre in particolare le parole-chiave di questa trasformazione (e radicale rotazione del punto di vista):
1) Legge. Telesio scrive nello stesso secolo di Copernico il De rerum natura iuxta propria principia, sostenendo che la natura deve essere conosciuta attraverso se stessa, i principi interni e propri che la ordinano – e non con categorie a lei estranee (magiche, mitiche, divine, extranaturali). Ma tale legge non può più avere un ordine qualitativo (altrimenti torneremmo a Mileto): Galileo farà un passo in più, e conierà la celebre metafora del mondo da intendersi come libro aperto, scritto in linguaggio matematico, e dunque chiaro alla nostra mente.
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Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

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La scienza è la verità (nientemeno!)

«Dalla certezza scientifica che l’uomo sia l’essere più evoluto, gli scienziati ne traggono un’altra, e cioè che gli scienziati siano i più evoluti tra gli uomini – perché sono, tra gli uomini, quelli che conoscono meglio le leggi dell’evoluzione. E sulla certezza che gli scienziati siano i più evoluti tra gli uomini poggia la certezza fondamentale della scienza: ovvero che la scienza è la verità. Il che significa che ciò che gli scienziati sanno del gatto è il gatto, e ciò che sanno di una nuvola è la nuvola, e ciò che sanno della particella subatomica è la particella subatomica, e così via – perché è scientificamente impossibile che esseri tanto evoluti come gli scienziati si sbaglino nel constatare e nel descrivere ciò che c’è. […]
Ma ci vuol poco ad accorgersi che questa idea è infondata: ciò che la scienza studia non è affatto quello che c’è in natura, ma soltanto una descrizione di ciò che alcune persone credono che vi sia in natura».

[I. Sibaldi]

No vax? No doxa!

cesarea-asclepio

A proposito di vaccini, vaccinisti e antivaccinisti, no-vax, vax critici e dintorni, stavo per scrivere un post ragionato e articolato, che avrei voluto intitolare “La piccola guerra civile”, nel quale avrei parlato di ragion di stato, diritto alla salute, conflitto tra bene comune e bene individuale, biopolitica, stato immunitario, scientismo e antiscientismo, concetto di decisione, autodeterminazione e simili (argomenti non certo sviscerabili nelle poche righe di un post).
Mi è poi venuta in mente la Repubblica di Platone, in particolare quel punto del libro IX dove l’esimio filosofo vorrebbe istituire i nidi di stato, strappando così i figli alle madri (ma anche ai padri), e rendendoli fin da subito beni comuni indisponibili alla famiglia (Platone utilizza l’espressione “partorire per lo stato” e “generare per lo stato”) – e allora ho lasciato perdere.
O meglio: ho pensato che l’idea di Platone, al netto dell’eugenetica protonazista ivi contenuta, non sarebbe poi così male, dato che i figli non son certo proprietà dei genitori.

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