Transanimali

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Mentre un paio d’anni fa mi baloccavo con la prospettiva del transumanesimo, sono ora tornato alla questione umano-animale: altro che trovarsi al di là dell’umano, siamo in realtà ben piantati ancora nell’al di qua dell’animale! Ma forse, a ben vedere, non mi sono mai mosso, se è vero che il nucleo profondo della domanda circa la natura umana – il che cosa siamo e il perché siamo qui e che cosa ci stiamo a fare – sta proprio in quel transitare (ed oscillare) da un luogo all’altro della costellazione dei significati e delle categorie. Cioè: ci si domanda chi o che cosa si è, solo quando l’ente domandante si distacca dal suo essere l’ente-che-è per traslare verso un ente-specchio, un doppio, un altro-da-sé che lo rappresenti.
Da quel che sappiamo (ma anche questa è una presunzione, nel duplice senso del pre-sumere e dell’essere presuntuoso), l’unico ente che si fa questo tipo di domanda è l’essere umano. Un ente che, evidentemente, non trova pace nell’essere l’ente-che-è, e che tende ad immaginare se stesso (immaginazione è qui parola e facoltà-chiave) come un ente in perenne divenire, e dunque un ente molteplice e cangiante, che punta a tramutare l’odiosa necessità naturale (il suo essere soltanto quel che è) in una proteiforme e continua plasmabilità (ciò che qualcuno ha definito in termini di libertà e perfettibilità).
Un ente ha un senso (una direzione, un verso) o un significato (un rinvio ad altro), solo quando vive questa condizione di duplicazione, riflessione, alienazione – ovvero eccentricità, per usare il concetto  di cui si serve Helmuth Plessner, che vede la specificità umana proprio nell’autocoscienza, cioè nella capacità di uscire dal proprio centro biologico e di osservarsi così dall’esterno. Siamo dunque animali che non si sentono tali, umani che non si accontentano di essere tali, enti in transizione verso altro; enti traslati, eccentrici, differiti e differenti, transitori; transanimali, ma anche transumani – né bestie né dèi, come diceva Aristotele.
Ma mentre mi arrovellavo su questi temi, in compagnia del buon Baruch, che già aveva contribuito non poco ad un necessitante bagno di umiltà, ecco che piomba dal cielo filosofico americano, direttamente da Miami, un libro che spariglia di nuovo le carte.

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