Posts Tagged ‘semantica’

Inveterato bricoleur

sabato 20 febbraio 2016

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«La storia delle ricerche sul significato è ricca di uomini (che sono animali razionali e mortali), di scapoli (che sono maschi adulti non sposati) e persino di tigri (anche se non si sa bene se definirle come mammiferi felini o gattoni dal manto giallo striato di nero). Rarissime (ma le poche che ci sono, sono molto importanti) le analisi di preposizioni e avverbi (quale è il significato di accanto, da o quando?); eccellenti alcune analisi di sentimenti (si pensi alla collera greimasiana), abbastanza frequenti le analisi di verbi, come andare, pulire, lodare, uccidere. Non risulta invece che alcuno studio di semantica abbia dato una analisi soddisfacente del verbo essere, che pure usiamo nel linguaggio quotidiano, in tutte le sue forme, con una certa frequenza.
Del che si era accorto benissimo Pascal (Frammento 1655): “Non ci si può accingere a definire l’essere senza cadere in questo assurdo: perché non si può definire una parola senza cominciare dal termine è, sia espresso o sottinteso. Dunque per definire l’essere, bisogna dire è, e così usare il termine definito nella definizione”. Il che non è lo stesso che dire, con Gorgia, che dell’essere non si può parlare: se ne parla moltissimo, sin troppo, salvo che questa parola magica ci serve a definire quasi tutto ma non è definita da nulla. In semantica si parlerebbe di un primitivo, il più primitivo fra tutti.
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Speculativi elenchi

venerdì 26 novembre 2010


Nel giro di un paio di giorni ho ricevuto ben due sollecitazioni – prima da una mia cara amica per telefono, e poi da una giovane frequentatrice del blog  via e-mail – a proposito di parole e linguaggio, loro uso e significato. Faccende piuttosto interessanti e complicate, che in più occasioni sono state qui trattate e discusse – anche se non certo in modo sistematico. Non sfuggirà però agli osservatori più attenti del mondo sociale e culturale, e delle trasformazioni ivi in atto, che proprio ai mutamenti linguistici (da intendersi in senso lato) occorrerebbe dedicare maggiore attenzione e particolare cura analitica.
Quelli che seguono sono solo due esempi dell’invalso uso automatico ed irriflessivo delle parole, a testimoniare la loro pericolosa volatilizzazione e privazione di senso.

“Tutti quanti speculiamo” – ho sento dire l’altra mattina alla radio da un operatore di borsa, e sono subito saltato sulla sedia. “Almeno fosse così!” ho risposto tra me e me, non potendo esimermi dal riflettere sulla stranezza del termine speculazione e sul suo (per lo meno) duplice significato. (more…)

INUTILE

venerdì 17 ottobre 2008

Qualche giorno fa ho sentito un ragazzo pronunciare questa frase: “Non perder tempo con quella persona inutile“. Al di là della “gravità” e del contesto specifico dell’espressione – ma anche dell’ironia che se ne potrebbe ricavare, dato che è tutto sommato un bene che una persona sia “inutile”, visto che non è un utensile – non ho potuto esimermi dal fermarmi di nuovo a riflettere sul linguaggio e sul suo uso più o meno cosciente. Temi, questi, su cui vado ragionando quasi ogni giorno da anni e con i quali prevedo di intrattenermi ancora per un bel po’, prima di essermi dato risposte esaustive. (Naturalmente il suddetto ragazzo ben poco sa di ironia, ragione strumentale, mezzi/fini, o teorie linguistiche – cosa che non gli impedisce certo di utilizzare con grande nonchalance parole e proposizioni in abbondanza…).

Da Aristotele ad Heidegger, tutti i filosofi hanno riflettuto sulla centralità del linguaggio – la sua quasi “sacralità”. Avevo pensato a questo termine in occasione dell’episodio che ho citato sopra, e guarda caso, qualche giorno dopo, leggo su un giornale dell’ultimo libro di Giorgio Agamben, intitolato proprio Il sacramento del linguaggio (edito da Laterza), che ho già provveduto ad acquistare e che senz’altro leggerò e recensirò. Ne riporto per ora solo un assaggio:

“…la specificità del linguaggio umano rispetto a quello animale non può risiedere soltanto nelle peculiarità dello strumento […] essa consiste, piuttosto, in misura certo non meno decisiva, nel fatto che, unico fra i viventi, l’uomo non si è limitato ad acquisire il linguaggio come una capacità fra le altre di cui è dotato, ma ne ha fatto la sua potenza specifica, ha messo, cioè, in gioco nel linguaggio la sua stessa natura […] egli è anche il vivente nella cui lingua ne va della sua vita“.

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