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Fuga di solo a solo

giovedì 22 giugno 2017
Ribana Szutor - Fuga verso l'alto

Ribana Szutor – Fuga verso l’alto

Le Enneadi di Plotino si concludono con un grande inno all’ascesa dell’uomo divino, in fuga dal mondo, verso le altezze irraggiungibili della metafisica forse più potente dell’antichità. Si va, cioè, ben oltre le costruzioni aristoteliche o platoniche, oltre il nous, il mondo delle idee, le sfere celesti o il motore immobile, oltre l’anima del mondo – oltre addirittura lo stesso Essere: l’Uno li trascende tutti, e si erge alla distanza abissale della lontananza e dell’alterità assoluta. Quell’Uno che non è persona, non è creatore, non è emanazione, non è ragione, non è sostanza, non è principio – insomma, innanzitutto non è, o è al di là dell’essere e del non essere – confine estremo (ed opposto) di questa landa materiale da cui siamo afflitti che, qui in basso, confina con la notte del non essere, della materia in perenne disfacimento e dell’insensatezza.
E allora noi umani, che abbiamo evidentemente una scheggia di quell’Uno conficcata nelle carni, pur essendo innanzitutto corpo, possiamo eventualmente abbandonare questa valle di lacrime, e scegliere la via dell’elevazione, della contemplazione, dell’ascesi trascendente che, anziché al nulla delle tenebre, conduce al nulla della luce. Ma forse nemmeno questa opposizione è calzante, visto che Plotino evoca, forse per primo, un’ulteriorità che se non è irrazionale è sicuramente metarazionale: il filosofo-monaco, l’uomo divino, viene «quasi rapito o ispirato» per entrare «silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità».
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Capire la filosofia, nientemeno!

lunedì 8 marzo 2010

Mi è sovvenuto solo ora che l’estate scorsa un lettore del blog mi aveva scritto, ponendomi due domande. La prima riguardava l’utilità della laurea in filosofia. La seconda, senz’altro più interessante, la trascrivo qui di seguito:

“Leggendo, coltivando le mie idee sono riuscito ad arrivare ad una “base” e da questa “base” ogni cosa mi risulta più semplice, così semplice che il mio interesse, nel continuare a studiare la filosofia non dico è svanito ma si è come “risoluto” e mi è sembrato stupido/inutile girare intorno a qualsiasi concetto proprio perchè così semplice; quindi, non credi che quando tutto è così semplice non ci sia più bisogno di filosofare? O magari tutto non è così semplice?”

Avevo risposto brevemente alla prima, lasciando del tutto in sospeso l’altra e promettendo al mio interlocutore un post dedicato all’argomento. Promessa finora non mantenuta, e che però, almeno in parte, vorrei soddisfare ora cogliendo l’occasione della lettura di un testo interessante di Fulvio Papi, consigliatomi da un amico, edito una decina di anni fa e intitolato nientemeno che Capire la filosofia.
Ne esporrò per sommi capi il contenuto, in maniera schematica, un po’ come se si trattasse di appunti presi a margine (in effetti è così), seguendo la numerazione dei capitoli e limitandomi a segnalare qua e là, tra parentesi quadre e in corsivo, i dubbi e le mie osservazioni. Certo, se ne potranno ricavare risposte solo laterali e indirette ai quesiti posti dal lettore – o magari nessuna risposta. Di sicuro, però, risponderanno all’ultima domanda: proprio così, tutto non è così semplice!

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