Posts Tagged ‘serie televisive’

Fenomenologia delle serie tv

venerdì 1 settembre 2017

Già in qualche occasione avevo segnalato l’alto tasso filosofico di alcune serie televisive (basti pensare a Six feet under oppure a Lost o anche a Breaking Bad, The walking dead, House of cards, e l’elenco potrebbe continuare): un po’ perché il loro livello qualitativo è enormemente cresciuto da qualche decennio a questa parte, un po’ perché l’esplorazione del mondo – ma anche dei mondi possibili – da parte degli autori si è fatta sempre più sofisticata e sorprendente. Del resto la meraviglia di fronte al mondo (o agli infiniti mondi) non è una delle qualità essenziali del filosofare? Ricordo ad esempio che rimasi per anni fulminato da X-Files, forse per quel voler vedere quel che gli altri non vedevano – o non volevano vedere – e per gli effetti stranianti e per la messa in discussione della verità ufficiale, con quel paranoico I want to believe di Mulder, e poi lo scientismo e lo scetticismo dell’agente Scully – insomma, i fondamentali della gnoseologia e della ricerca filosofica.
In verità su questo blog si è insistito di più sul cinema, forse perché più semplice da recensire, o più immediatamente identificabile con alcune tematiche filosofiche forti. D’altro canto, parallelamente al diffondersi della mania seriale televisiva, abbiamo assistito all’uscita di saggi che analizzano il fenomeno, dai Simpson a Lost, dal Dottor House fino addirittura all’orripilante Peppa Pig – anche se forse la bibliografia più ampia la detiene ancora Matrix, per quanto non si tratti di serie televisiva, ma cinematografica.
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Zombie filosofici

venerdì 16 maggio 2014

the-walking-dead-

Ho già avuto occasione di parlare su questo blog della rilevanza filosofica non solo del cinema d’autore, ma anche di una certa serialità televisiva (specie americana). Mi pare un fenomeno importante, tanto più che si rivolge ad un pubblico magari non vastissimo, ma certo nemmeno di nicchia come succede nel caso di alcuni cineasti.
D’altro canto, dopo la fantascienza e il prolifico immaginario novecentesco sulle distopie – prodotti inevitabili dell’impatto violento delle macchine e della tecnologia su abitudini millenarie e su una psiche spesso impreparata – non poteva non seguire in piena bioepoca un vasto capitolo narrativo sulla natura umana. A parte le innumerevoli serie mediche ed ospedaliere (che però credo abbiano ormai raggiunto la saturazione), è sempre nelle situazioni-limite ed estreme che gli autori e gli sceneggiatori trovano ampi spazi di indagine (così era stato in passato per Lost o Six feet under, più di recente in Dexter o Breaking Bad).
Vi è poi il capitolo immaginifico sempreverde di vampiri e zombie. Dopo i film di George Romero e gli splatteriani anni ottanta, credevo non ci fosse molto altro da dire sui non-morti, finché non ho cominciato a vedere The walking dead. Ovviamente lo scenario post-apocalittico (un po’ come succede ne La strada di McCarthy) favorisce la radicalità dell’analisi, cosicché tutti i sentimenti e gli istinti umani vengono fortemente sollecitati e potenziati dalle situazioni-limite e dallo stress permanente per la sopravvivenza: oltre alla potenza sul piano narrativo ed immaginifico, il risultato è che assistiamo alla messa in scena di veri e propri trattati filosofici sulla natura umana. Vi sarebbe poi molto da dire su virus, contagio, peste e paura (Givone ne aveva parlato nel suo ultimo saggio Metafisica della peste).
Ad ogni modo filosofi come Hobbes, Spinoza o Rousseau, oggi come oggi avrebbero probabilmente deposto penna e calamaio e preso in mano una videocamera. Tra l’altro, avrebbero guadagnato molti più denari.