Posts Tagged ‘sgalambro’

Il paradosso della stanchezza

mercoledì 12 marzo 2014

stanchezza

“L’unica misura del pensare è la stanchezza”
(M. Sgalambro)

“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”
(F. Pessoa)

Sono venuto a conoscenza del saggio La società della stanchezza del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han tramite la rete (per la precisione facebook), e ciò, per quanto casuale, non è indifferente in ordine al ragionamento che intendo fare, e che svolgerò in due mosse: la prima di ordine oggettivo, mentre la seconda avrà un risvolto psicobiografico.

1. Il saggio in oggetto è stato egregiamente recensito da Riccardo Panattoni, sul sito Doppiozero, cui rinvio senz’altro. Condivido con questa recensione il grande interesse per i temi trattati nel saggio da Han, se si vuole affrontare con spirito critico l’assetto dei dispositivi che ordinano le società nelle quali viviamo (e che inevitabilmente pre-ordinano i nostri stili di vita, i linguaggi, la mentalità).
Fatta questa premessa elogiativa, passo invece alle riserve. In generale ho trovato fin troppo sbrigativi ed ellittici alcuni passaggi: il testo (che è breve e si legge in meno di due ore) sembra procedere per tesi, piuttosto che per ragionamenti argomentati. Il rischio è l’apodittica lapidarietà con cui esse vengono sostenute, specie quando lo fanno negando o sostenendo di superare tesi di altri pensatori. Come quando, ad esempio, l’autore si confronta con le teorie immunitarie e biopolitiche di Esposito o di Agamben, oppure con l’analisi di Hanna Arendt in Vita activa, o ancora con la società disciplinare di Foucault o le molteplici interpretazioni della figura di Bartleby. È vero che tutto ciò potrebbe essere letto come una creativa e dialettica Aufhebung – ma occorrerebbe argomentare in maniera un po’ più articolata, anche perché ci troviamo spesso di fronte a snodi (o dispositivi) di grande complessità socioanalitica.
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“Nella filosofia ho camminato così, per strade non dritte”

venerdì 7 marzo 2014

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Un filosofo di cui non so nulla (tranne del suo sodalizio con Battiato) e di cui non ho mai letto nulla (tranne i testi delle canzoni tra cui, bellissima, svetta La cura). Ed è proprio il nulla – lo sfacelo, la disgregazione emotiva postbellica, la destructio e le rovine di cui parla nella frase che riporto qui sotto, tratta dalla sua ultima intervista – che magari, prima o poi, mi farà incrociare qualche suo scritto. Non lo andrò a cercare, diciamo che dovrà capitare – anch’io, come lui, “devoto al caso” –  e a quel punto, come sempre, non mi sottrarrò…

«Erano loro [Croce e Gentile] che occupavano tutto lo spazio culturale, ma io non mi ritrovavo affatto in quei sistemi complessi e completi, dove ogni cosa era già stata incasellata. Per me pensare era una destructio piuttosto che una constructio: ero uno che notava le rovine, piuttosto che la bellezza. Questo era un po’ scomodo, e non certamente accademico…»

Teoria della Sicilia

mercoledì 4 marzo 2009

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Al termine della quarta serie di Lost, uno degli sceneggiati televisivi più interessanti (e filosofici) finora mai trasmessi, l’isola scompare misteriosamente – si dissolve o si inabissa, non è ben chiaro: lo si scoprirà, forse, nel prosieguo.

Mi trovo casualmente a non vivere nell’isola nella quale, altrettanto casualmente, sono nato. Ma un poco dell’essenza isolana – con quella sua evanescenza – si dev’essere infiltrata di sottecchi nella mia esistenza. Ecco perché mi paiono pertinenti, anche se poco fondate razionalmente, le proposizioni di Manlio Sgalambro in coda al libro Franco Battiato: la Sicilia che profuma d’oriente, edito di recente da Flaccovio:

“Là, dove domina l’elemento insulare, è impossibile salvarsi.
Ogni isola attende impaziente di inabissarsi.
Una teoria dell’isola è segnata da questa certezza: un’isola può sempre sparire.
Entità galattica, essa si sorregge sui flutti: vi incombe il naufragio.
Il sentimento insulare è oscuro impulso verso l’estinzione.
L’angoscia dello stare in un’isola, come modo di vivere, rivela l’impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale.
La volontà di sparire è l’essenza esoterica della Sicilia.
Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere.
La storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori, ma dietro il tumulto dell’apparenza si cela una quiete profonda.
Vanità delle vanità è ogni storia; la presenza della catastrofe nell’anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo tedium storico, fattispecie del nirvana.
La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico, solo nel momento felice dell’arte, quest’isola è vera.”

(foto di antonio nenci, Google Earth)