Posts Tagged ‘shoah’

Zoon politikon – 5. Totalitarismo e zoon non-politikon

lunedì 19 febbraio 2018

Non l’Uomo, ma gli uomini abitano la terra.

[Il titolo può apparire bizzarro, ma nell’articolazione del discorso sulla politicità di homo sapiens, siamo giunti in quel momento della storia recente nel quale si è manifestato drammaticamente un sistema sociale inedito, fondato sulla totale negazione della politicità – e dunque, a parere di Aristotele, dell’essenza dell’essere umano: se si getta via la sfera etico-politica rimane uno zoon – una nuda vita – che non è nemmeno più un animale. È insieme forma mostruosa e pezzo sacrificabile di una macchina infernale – questo, a parere di Hannah Arendt, è stato essenzialmente il totalitarismo nel Novecento.
L’urlo gelidamente razionale che la grande filosofa (o meglio: teorica della politica, come preferiva essere definita) gettò contro il cielo nero del nazismo (ma anche dello stalinismo, occorre non dimenticarlo), ancora oggi suona talvolta incompreso. Questo perché non del tutto compreso è stato quel “male”, che non è affatto archiviato, anzi.
Quel male, che lei definì “banale”, è qualificabile come ancor più agghiacciante, proprio perché agisce per lo più inconsapevolmente – o meglio, in assenza di pensiero e di consapevolezza. I mortiferi laboratori di Auschwitz, o il lavoro forzato dei Gulag, che produssero un nuovo tipo umano impolitico, una “nuda vita”; le masse anonime atomizzate e straniate, superflue e sostituibili; il risentimento e l’indifferenza, il disprezzo per i fatti, il razzismo, l’omologazione sociale, il culto della personalità, la polizia politica come cuore dello stato, le purghe e i processi-farsa – tutto questo non è morto e sepolto nel 1945, nel bunker di Hitler, o nel 1953, con la morte di Stalin. I semi totalitari sono ancora vivi e vegeti e attecchiscono, e prefigurano – di nuovo – uno zoon non-politikon passivo, inebetito e controllato dalle nuove potenze tecnocratiche ed economiche. Da ideologie apparentemente pulite, perbene e neutrali. Molto meno ideologiche, all’apparenza, di quelle del secolo scorso. Ma che potrebbero essere anche più letali]

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Il nocciolo di quanto abbiamo da dire

venerdì 27 gennaio 2017

il-figlio-di-saul-martina-mele

(Ho quasi paura di quello che sto per scrivere. Ma sento che Auschwitz – e altri con me lo sentono – è di nuovo alle porte. È accaduto e sta accadendo di nuovo)

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Nicht sein kann, was nicht sein darf

Il problema della shoah è la sua irrappresentabilità.
Già lo aveva scritto Primo Levi a chiare lettere ne I sommersi e i salvati, quando sosteneva come fosse pressoché impossibile testimoniare, perché i testimoni integrali – i “mussulmani” del campo, i non-morti, i definitivamente “sommersi”, gli “uomini stremati”, coloro che hanno visto la Gorgone – rimangono irrimediabilmente muti. I superstiti parlano in loro vece, ma per delega. Ed oggi che i superstiti vanno scomparendo, chi parlerà in vece dei supplenti? Le voci si fanno sempre più esili, fantasmatiche, la memoria s’assottiglia, l’ignoranza di ciò che fu dilaga.
Ciò nonostante la pubblicistica sull’argomento – memoriale o di “fiction” che sia – brulica ogni anno di nuovi titoli, in verità non sempre sinceri o degni di attenzione, con qualche fondato sospetto (commerciale) di voler pescare nel torbido. E non so se ciò sia meno peggio di certe inqualificabili operazioni negazioniste.
Nel frattempo qualche cineasta coraggioso prova, ancora, ad affacciarsi in punta di piedi là dove è quasi impossibile immaginare quel che è stato, ovvero sulle soglie percettive dei campi di sterminio. Lo ha fatto ad esempio, di recente, il regista ungherese Làszlò Nemes, con il film Il figlio di Saul. Un’opera, com’è giusto che sia, ai limiti della tollerabilità visiva, terribile, atroce, che forza lo spettatore a guardare da un punto di vista ancor più estremo, visto che il protagonista è un appartenente al Sonderkommando, ovvero quel “corpo speciale” su cui Levi, giustamente, sospende il giudizio. Ebrei-becchini (i “corvi neri” del campo) facenti parte di quella “zona grigia” – la manovalanza dell’orrore – che costituisce per certi aspetti la definitiva vittoria delle SS e del nazismo nel processo di sistematica disumanizzazione (peraltro annunciata fin dal Mein Kampf): “aver concepito ed organizzato le Squadre – scrive Levi – è stato il delitto più demoniaco del nazionalsocialismo”, un “abisso di malvagità” nel quale il carnefice ha voluto far sprofondare insieme a sé anche le vittime.
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Quarta parola: perdono (con una postilla sul dono)

martedì 27 gennaio 2015

19marc chagall caduta dellangelo 1887 1985

C’è un problema di fondo nel parlare di questi due concetti (che è poi la ragione del loro accostamento, al di là della comune derivazione etimologica): una paradossalità che rasenta l’impossibilità.
Donare, perdonare sono azioni (e parole) con le quali abbiamo a che fare ogni giorno: diciamo continuamente “scusi”, “pardon”, “grazie”… ci troviamo nelle condizioni di dover rimettere dei “debiti”, perdonare od essere perdonati, e continuamente doniamo (tempo, attenzione, oggetti, pensieri) o abbiamo intenzione o crediamo di farlo.
Dono e perdono sono modalità essenziali delle relazioni, potremmo persino dire che le costituiscono (indeboliscono, rafforzano, spezzano). Eppure, all’interno delle società e del tempo che viviamo, appaiono a rigore come azioni pressoché impossibili: se dono qualcosa istituisco un debito e l’aspettativa di una reciprocità, negando dunque l’essenza stessa del dono; e perdonare il perdonabile non ha nessun merito, è semmai ciò che è imperdonabile a costituire il vero problema del perdono.

Utilizzeremo come tracce per questo discorso sulla paradossalità dei due concetti alcuni testi di antropologi, sociologi, filosofi, teologi che vi hanno riflettuto nel corso del ‘900: in particolare Mauss, Jankélévitch, Derrida, Hanna Arendt, Enzo Bianchi.

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Quarto lunedì: la specie dimezzata

martedì 28 gennaio 2014

luzzatiParleremo questa sera del problema del male, partendo dalla sua formulazione teologico-filosofica in termini di teodicea: come mai esiste il male se (posto o ammesso che) esiste Dio? Al termine “dio” può essere sostituito anche “ordine razionale”, la sostanza non cambia: se si pensa che esiste una ragione, uno scopo, una logica, un senso che ordinano il mondo – e che magari ne finalizzano gli avvenimenti – il male, il caos, l’orrore rimangono un problema che esige spiegazione. Affronteremo la questione in due mosse: nella prima daremo conto del termine teodicea in ambito storico-filosofico, mentre in un secondo momento proveremo a trattare la questione da un particolare punto di vista della contemporaneità, utilizzando alcuni testi di Primo Levi e del filosofo gallese Mark Rowlands.

1) Inquadramento storico
Teodicea (dal greco theos=dio e dike=diritto, giustizia) è termine coniato da Leibniz all’inizio del ‘700, e si riferisce al suo poderoso tentativo di “giustificare Dio”, cioè di scagionare Dio dall’accusa di avere voluto che ci fosse il male nel mondo.
È questa una vecchia questione della filosofia, di cui già si erano occupati gli antichi (gli stoici, ad esempio, o filosofi del calibro di Plotino o di Sant’Agostino), e che dal grande avversario filosofico di Leibniz, e cioè Spinoza, era stata liquidata attraverso una radicale critica ad ogni forma di antropocentrismo: in verità il male e il bene non esistono, se non all’interno di un’ottica tutta umana, ma nel momento in cui si allarga lo sguardo al vasto mondo – alla natura o al cosmo –  concetti come bene e male tendono a sparire e a perdere di significato.
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L’allodola di Richard Strauss e le ceneri di Hitler

domenica 27 gennaio 2013

VanGogh_Campo di grano con allodola

Quattro anni sono probabilmente pochi per fare i conti con il nazismo – laddove Heidegger, ad esempio, ne ebbe a disposizione una trentina, senza peraltro farli mai davvero. Un mio docente sosteneva che l’opposizione antinazista di Heidegger stesse tra le righe delle sue lezioni su Nietzsche dei tardi anni ’30, al che mi verrebbe da rispondere: bah! Heidegger era e rimane un nazista.
Richard Strauss (che morì nel 1949) era oltretutto un musicista, non un pensatore – per quanto fosse stato probabilmente, almeno negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, il più grande musicista vivente – ma non si era particolarmente compromesso col regime, ed anzi si era persino impuntato e aveva ottenuto una sorta di dispensa direttamente dal Führer, a proposito della sua collaborazione con lo scrittore ebreo Stephan Zweig, il suo librettista preferito. Salvo poi comunque dovervi rinunciare e diventare un artista del Reich, volente o nolente (ad un certo punto venne nominato presidente della Reichsmusikkamer nazista).
Ecco perché in questi casi provo un certo imbarazzo (ne avevo parlato a suo tempo, a proposito di alcuni fascistissimi poeti), anche se in verità l’imbarazzo (o meglio, la vergogna) dovrebbero essere dell’artista – ma chi è morto non può più provare alcunché. Di solito se ne esce distogliendo lo sguardo dall’autore e dalla sua accidentata biografia, fatta (come per tutti) di luci e di ombre, e ci si concentra solo sull’opera, come se si fosse fatta da sola e come se si stagliasse limpida, al netto delle scorie e delle sozzure della storia (sia individuale che collettiva). Ma si può fare davvero?
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Negazione della negazione

venerdì 27 aprile 2012

Al di sotto (o al di qua) del piano ontologico e dell’argomentare circa il non essere del nulla, o l’essere dell’essere – o dei mondi che mondeggiano – c’è quel che sulle carni dell’umanità s’incide, e della cui traccia – nonché del suo eventuale non lasciar traccia – occorre farsi carico. La negazione della negazione non sempre  comporta una nuova posizione – tantomeno un porre che contiene ciò che è stato posto e che lo tras-pone nel cerchio più ampio di una sintesi più comprensiva, e persino progressiva. Succede anzi che negare ciò che è negato diventi una seconda inesorabile incinerazione. Ad onta del potente argomento ontologico, l’essenza del nichilismo si manifesta così nella definitiva distruzione della memoria di ciò che – già distrutto e  nullificato – si voleva tener fermo sulla scena, affinché non più accadesse.
Ciò che è stato può accadere di nuovo, per quanto assurdo e irrazionale; ma proprio questa assurdità congiura nel far sì che appaia come un mai accaduto. Il nulla – che pure si pretende non esistere e non poter esistere – ha risucchiato per la seconda volta ciò che già aveva tolto di mezzo in maniera contingente. Il negativo del negativo  – il qualcosa che è un determinato cominciamento – precipita piuttosto in una distruzione della distruzione, una definitiva incinerazione dell’incinerazione: là dove c’erano i campi – tutti i campi di  tutte le storie ingiuste e contingenti, ma raddrizzabili proprio perché contingenti – non c’è nemmeno più la polvere delle ultime ossa. Il nulla ha vinto. È questo il vero incubo di Primo Levi – e ho il sospetto che dietro il suo suicidio (il drammatico tacere della parola che inchiodava tutti i carnefici) aleggiasse la consapevolezza della possibilità dell’impossibilità – del trionfo del nulla.

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Il volto dei rom

venerdì 27 gennaio 2012

“Ceausescu pur con tutti i suoi difetti, ne ha fatti fuori tanti, solo che l’hanno ucciso prima che completasse l’opera”, “Napalm. Tanto Napalm”, “Riapriamo i Lager”, “Io non solo li ammazzerei ma mi assicurerei che fossero davvero morti ste bestie”, “Frustate a tutti i rom e poi al rogo”…

…queste sono alcune delle perle comparse in questi giorni sulla pagina facebook di un assessore leghista della provincia milanese, scritte da alcuni sostenitori (presumibilmente leghisti anch’essi, o comunque nazisti o nazileghisti) di uno dei tanti sgomberi di campi rom della zona. L’assessore prende le distanze ma non cancella, anzi lamenta il fatto che le opposizioni prendano le parti solo di alcuni (cioè dei rom) e non di tutta la cittadinanza. Lo sgombero riguardava 13 persone (tra cui 5 bambini!), giudicati pericolosissimi, senz’altro brutti, sporchi e cattivi, in grado di minare la sicurezza e la tranquillità di 28005 bravi ed onesti cittadini (se non ho fatto male i calcoli si tratta dello 0.04%). Ma naturalmente non si tratta solo di numeri.
Il porrajmos (in lingua romanì “devastazione”, “grande divoramento”, che è poi l’equivalente dell’ebraica shoah) è ben lungi dall’essere terminato.  Continua, tra l’altro, nei non-luoghi delle periferie urbane e delle aree dismesse, tra le desolate intercapedini delle zone industriali, in mezzo alla triste boscaglia residua, a carico di quel residuato umano ricoperto di stracci e carabattole – poveri e ultimi in massimo grado – che nessuno vuole tra i piedi, e di cui nessuno, soprattutto, vuole guardare il volto. Perché altrimenti scoprirebbe la più banale delle verità.

Catalogo delle passioni – Dell’indignazione e della vergogna

venerdì 28 gennaio 2011

Leggo e sento molto parlare in questi giorni di indignazione.
Indignez-vous è il titolo di un pamphlet scritto da un vecchio partigiano francese, Stéphane Hessel, che in poche settimane è diventato un best-seller.
Notisti, osservatori e sociologi si chiedono come mai il popolo italiano non si indigni di fronte allo squallore e all’indecenza della sua classe politica (anche se alcuni segmenti sociali – dagli studenti ai lavoratori – hanno provato ad alzare la testa).
Indignation è il titolo di uno dei più bei romanzi di Philip Roth (ne avevo parlato qui).
In compenso, senza alcun bisogno di spunti letterari o di guide intellettuali, le masse popolari di molti paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono parecchio indignate.

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Trilogia del lato oscuro – 1. L’ossessione

mercoledì 27 gennaio 2010

Io contengo moltitudini
(W. Whitman)

Ci immergeremo nelle tenebre. Con la speranza di uscirne. E il solo modo per farlo è di tenere ben dritta la barra della ragione, in quello che si annuncia come un attraversamento della parte oscura dell’umano – che non è soltanto di alcuni singoli, ma di tutta la specie, una vera e propria modalità del suo essere.
L’orrore di cui parlava Adriana Cavarero in un suo libro, dev’essere scandagliato per intero là dove si trova, sul volto agghiacciato e agghiacciante di Medusa, senza tema di scoprire un frammento di sé in quella bocca spalancata e su quegli occhi torti.
Cominceremo, oggi che è giornata di memoria, dall’ossessione identitaria, e proveremo, in poche (insufficienti) righe e mosse, a schizzarne genesi e fenomenologia. Nientemeno!

1. Ossessione per l’identità, identità ossessionata: non si vive senza identità, ma le ossessioni che (spesso) la attraversano ci portano a battere selve e sentieri oscuri. Eppure tanto l’una quanto le altre sembrano essere dei dispositivi biologici innati. L’io si forma sull’ovvio ed istintivo principio della conservazione di sé, una volta che si è nati; mentre le ossessioni sono i riflessi psicologici e sociali dell’ancestrale paura dell’alterità. Ma è proprio da questo intrico bioantropologico che provengono i problemi.

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