Posts Tagged ‘significato’

Quel “che” muto e indecifrabile

venerdì 28 settembre 2018

Raramente s’è qui parlato di Ludwig Wittgenstein, filosofo ostico, o, per meglio dire, filosofo distruttore della filosofia, a voler prendere seriamente la pagina di prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus: «il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio».
Frase cui fa seguito la più enigmatica delle sentenze novecentesche:

e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere

– con la quale il saggio, poi, si chiuderà. L’analisi chiarificatrice di Wittgenstein si muove quindi all’interno del dicibile (che è zona logica), all’interno cioè del mondo inteso come totalità di fatti – e di speculari proposizioni linguistiche che li rappresentano, espungendo ciò che dicibile non è, e che però è la materia oscura che più brucia in ciò che è essenzialmente filosofico.
La conclusione della prefazione chiarisce bene questo punto, nell’indicare un po’ protervamente (ma a ragione, vista la potenza logica della mente dell’autore) intangibile e definitiva la verità dei pensieri qui comunicati – l’espressione “comunicati”, così compassata e distante, sembra sottintendere qualcosa come “io ve lo dico, poi fate un po’ quel che vi pare” (pur sapendo che quel “voi” cui il Tractatus si rivolge saranno sì e no un pugno di accademici, peraltro quasi sempre ostili o beatamente indifferenti).
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VITA, SIGNIFICATO DELLA

venerdì 30 dicembre 2016

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«Ogni altra creatura del mondo è insensibile al significato. Ma quelli come noi, sul più alto gradino dell’evoluzione, sono saturi di questa brama innaturale, che ogni esauriente enciclopedia filosofica riporta alla voce VITA, SIGNIFICATO DELLA.»

«La natura procede per errori, è così che funziona. E così funzioniamo anche noi. Quindi, se anche avessimo errato nel considerare la coscienza un errore, perché fare tante storie? La nostra autorimozione dal pianeta sarebbe comunque una splendida mossa, un’impresa così radiosa da offuscare il sole. Cosa abbiamo da perdere? Nessun male accompagnerà la nostra dipartita dal mondo, e molti dei mali che conosciamo si estinguerebbero con noi. Perché allora posticipare il più meritevole capolavoro della nostra esistenza, e forse l’unico?»

Ora, il Thomas numero 1 (Ligotti, autore dei brani sopra riportati e tratti da La cospirazione contro la razza umana), fa a pugni con il Thomas numero 2 (Nagel, filosofo della scienza che non si capacita che la mente e la coscienza siano riducibili a fenomeni chimico-meccanici per lo più casuali).  Lo scontro tra i due Thomas avviene qui sul mio scrittoio, e le loro teorie si affrontano a spada tratta pure nella mia mente, la quale, eccitata ed insieme smarrita, non sa più se sia meglio non saperne nulla (e soffrire) o sapere tutto (e soffrire lo stesso). Un dolore sordo e inconscio contro uno pungente e consapevole.
Con questo amletico dubbio si conclude l’anno, nel quale come sempre traklianamente sono stati apparecchiati un bene e un male – ma per alcuni solo mali.
Tanto l’anno nuovo sarà radioso e traboccante di gioia, no?

Sull’insensatezza (e Bartleby)

mercoledì 6 aprile 2016

bartleby

[Mi ero fatto alcune domande a proposito dell’insensatezza, tempo fa. Ne ho ritrovato traccia in quel che segue, una bozza rimasta chiusa a lungo in uno dei tanti cassetti virtuali del blog. E ripescata in seguito al rinvenimento della metafora della “catasta del significato”. Poi, in un altro cassetto, è saltato fuori l’inizio di un commento alla lettura di Bartleby lo scrivano di Melville. Non che la relazione tra i due frammenti costituisca di per sé un antidoto all’irrelatezza quale ingrediente essenziale dell’insensatezza, anche perché apparirebbe piuttosto come giustapposizione posticcia, gioco intellettualistico di rinvii; mi piace tuttavia considerarla come l’avvio di una riflessione organica – aiutata da sei giorni di passeggiate nella mia isola – sul concetto di relazione. Senza il quale nulla avrebbe senso. E il nulla, semplicemente, dilagherebbe]

Quando diciamo che una cosa è insensata? Che cos’è la mancanza di senso? Da che cosa viene originata?
Innanzitutto credo che l’insensatezza vada distinta dall’irrazionalità o dall’illogicità. Si tratta di situazioni diverse. Una cosa può essere insensata, ma non per questo irrazionale; a tal proposito ho qualche dubbio sul fatto che esista qualcosa come l’irrazionalità. Penso anzi che non vi sia nulla di irrazionale, se per irrazionale intendiamo ciò che non ha ragioni, dunque cause precise del suo esserci. Del resto non dico nulla di nuovo, già l’aveva sostenuto Hegel con la faccenda del reale-razionale.
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La catasta del significato

mercoledì 23 marzo 2016

index.phpInseguivo la lettura di questo libro da tempo. Parlando di (e rivolgendosi a) ragazzi, quand’era uscito, ormai quindici anni fa, aveva suscitato molto clamore. E persino qualche censura.
È un libro terribile, non c’è dubbio. Ma non così terribile se commisurato alla crescente insensatezza del mondo – con le sue guerre ed atrocità, compreso l’ormai irreversibile destino entropico della biosfera.
Il racconto si basa su un assunto molto semplice: non c’è niente che abbia senso – slogan proclamato da Pierre Anthon, che all’inizio del nuovo anno scolastico, senza apparente motivo, esce dalla classe, abbandona la sua  normale vita di tredicenne e sale su un albero di susine. Dal quale comodamente seduto (si suppone sia anche diventato fruttariano), comincerà ad urlare ogni giorno ai compagni di classe che passano lì sotto di non darsi pena, che tanto nulla ha significato, e che tutto è destinato a perire. [Con buona pace, evidentemente, di Parmenide e, soprattutto, di Emanuele Severino].
Ma i suoi coetanei non intendono accettare quel verdetto e raccolgono la sfida: contro il nichilista appollaiato sul ramo cominciano a radunare oggetti simbolici volti a formare una vera e propria “catasta del significato”, al fine di contraddirlo. Ciascuno sacrifica qualcosa dell’altro, in una catena che da grottesca si fa via via sempre più macabra, in un crescendo di assurdità e crudeltà che rischia di sfuggir loro di mano.
Al punto che proprio l’eccesso di significazione rischierà di sprofondare tutto e tutti nell’abisso dell’insensatezza – come quando si guardano le cose troppo da vicino e non se ne comprendono più forma e lineamenti.
L’autrice spinge il gioco fino in fondo, fino alle estreme – terrificanti – conseguenze, perché lei sa, come i suoi giovani protagonisti “che con il significato non si scherza”. E che di significato – o di nichilismo – si può anche morire.

Brezza di primavera

sabato 19 marzo 2016

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Siamo essenzialmente animali simbolici, si sa.
Ci siamo così tanto trasferiti in quella dimensione, che nel momento in cui proviamo a metterla tra parentesi o la disconnettiamo dalla nostra base biologica, siamo colti da vertigine. Proprio perché guardiamo a quel che siamo cercandovi un significato. Che talvolta – a pensarci troppo – finisce per eclissarsi.
Proprio ieri scrivevo questo appunto su un foglietto di carta, poi abbandonato tra le pagine di un libro: “Ci ostiniamo a conferire significato a cose che non ne hanno. Perché ci fa orrore ammettere che nulla ha significato. Soprattutto ammettere che ciascuno di noi – ed anzi l’intera specie umana – nell’economia del cosmo conta meno di zero”.
Era ieri. Ed ero cosciente che si trattava pur sempre di una tonalità emotiva transitoria.
Oggi la biblioteca presso cui lavoro è stata dedicata a Lea Garofalo, eroica vittima innocente di mafia.
Una stratificazione straordinaria di significati, in una sola targa ed intitolazione: una donna che si ribella alla mafia, al codice patriarcale e maschile, al potere, al familismo, e che desidera altro per sé e per la propria figlia, e il cui destino assurge a simbolo che si innesta in un luogo altamente simbolico, com’è quello di una biblioteca – una summa di memorie e di radici, un’intricata foresta di significati perennemente ricercati. Ovvero: desideriamo ardentemente significare qualcosa; risplendere per un attimo nel cosmo gelido e indifferente.
È ormai sera, e dopo una giornata così intensa e vorticosa, dopo aver ripensato all’abisso di ieri, dopo aver spento ogni cosa – tra poco spegnerò anche questo schermo – rimango pensoso e pur sempre colto da vertigine. E però nel contempo attraversato da passioni con striature liete. Non gioia o felicità piena. Quello no. Non posso. Solo una tonalità serena. Una lieve brezza di primavera.

Immaginastrazione

martedì 15 novembre 2011

“Noi cerchiamo sempre “risposte” e “soluzioni”,
abbiamo mente, occhi e orecchie solo per l’utile ed il pragmatico.
Sembra che il mondo inizi e finisca a pochi metri dal nostro naso.
E’ per questo che la filosofia, l’esercizio della ragione,
desta sospetti soprattutto oggi: sembra un futile
esercizio mentale, inutile quanto astratto..
.”

(Roberto Fiaschi, in un commento su questo blog)

***

[Sommario: Prolegomeni – Filosofia (troppo) astratta – La domanda metafisica – Ontologia sospetta – Dialogo tra sordi –  L’astratto e il concreto – Aphàiresis – Esempi e paradossi – Excursus hegeliano – Filosofia (troppo) concreta – Immaginazione filosofica: l’inizio di una riflessione – Le dorate ali del mito]

(Se volessi scrivere una Introduzione alla filosofia, comincerei con i seguenti capitoli:
1. Straniamento – (ne avevo parlato qui);
2. Astrazione, ovvero dell’immaginazione filosofica…
È possibile che il terzo capitolo venga dedicato al rapporto tra i due concetti, ma per ora – dato che non sto scrivendo un libro, ma un post – mi voglio dedicare alla sola nostra facoltà di astrarre).

Mi trovo totalmente in sintonia con la posizione esposta nel commento in esergo, posizione che ho sempre sostenuto e perorato su questo blog, soprattutto nei confronti di coloro che criticano la filosofia perché astratta o, peggio, astrusa, inconcludente, staccata dal reale, inutile, ecc. Così come ho sempre ritenuto che parlare di “essere” e “nulla”, di divenire, di enti, essenti, realtà, necessità, verità, eternità e quant’altro, non sia affatto un esercizio capzioso ed autoreferenziale, ma anzi il cuore stesso del discorso filosofico. Più che una riduzione della filosofia ad ontologia, parlerei di una curvatura ontologica inevitabile del discorso filosofico, che non può prescindere da quei concetti e da quelle domande.
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Terra di mezzo

venerdì 31 dicembre 2010

(È l’unico augurio che mi sento di formulare, in questa fine-inizio che periodicamente ci inventiamo, a ricordarci che è solo nel mezzo del circolo e del ciclo eterno delle cose che siamo e consistiamo..)

***

Siamo gettati nel mezzo. L’inizio e la fine – i nostri limiti estremi – sono e restano inintelligibili. Ci immaginiamo che lungo quelle linee – il sorgere e il tramontare di una vita individuale – si nasconda chissà quale mistero o significato. Non solo religioni, teologie e cosmologie, anche la filosofia più disincantata non riesce ad abbandonare il territorio della metafisica individuale: qual è il significato ultimo dell’inizio e della fine? Di ciascun inizio e di ciascuna fine?
Ma è bene ad un certo punto lasciare quelle terre insidiose – i confini che tanto ci tormentano. E con esse, il gioco imperscrutabile delle possibilità e dell’annientamento di ogni possibilità. Per avventurarci nella terra che ci è davvero data – la terra di mezzo. Quella nella quale possiamo giocare una parte, seppur minima. Determinare qualcosa, fosse anche un frammento di realtà o di significato. Il piccolo apporto di una creatura così insignificante come quella di un hobbit: paradosso dell’insignificanza che genera significati!

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Argento e nevi filosofiche

lunedì 3 agosto 2009

Forme di resistenza by chourmo

La bio-grafia è per certi aspetti una duplice scrittura: da una parte il dispiegarsi concreto della vita individuale, di quel più o meno originale percorso di vita e di autoplasmazione che ciascuno persegue (o dovrebbe o vorrebbe). Dall’altra è la riscrittura o la trascrizione o la rappresentazione di quel percorso: una sorta di romanzo di se stessi, di autonarrazione, che la gran parte degli umani per fortuna non scrive (già bastano e avanzano i narcisi pieni di sé, sempre pronti a pubblicare e concionare su ogni sciocchezza che li riguarda), ma che, a parere di alcuni, invece dovrebbe essere scritta. E’ ad esempio quel che pensa Romano Màdera, in quel piccolo gioiello filosofico che è il saggio La filosofia come stile di vita. Qui l’autore delinea una sorta di filosofia della biografia, o di biografia filosofica, volta ad operare una scelta tra costruzione biografica e smarrimento del sé nella serialità; la filosofia viene strettamente connessa al bios e concepita come ecumenismo biografico, fatto di dialogo, raccordo, comunicazione. La biografia così intesa è anche da leggersi come terapia (in senso lato) e valida alternativa tanto al determinismo genetico quanto all’ossessione identitaria e alla frammentazione post-moderna. Màdera profila quindi una sorta di “utopia bio-ecumenica” basata sull’autorealizzazione solidale.
La biografia, da questo punto di vista, non è soltanto un raccontare la propria vita (cosa peraltro a rigore impossibile), ma darne un verso, una direzione, un senso (più che un significato, dato che si rischierebbe di travalicare nel genere fantasy): un partire da qui per arrivare , un segnare alcune tappe, uno scandire il tempo, forse anche un progredire – con tutte le cautele del caso a proposito del termine “progresso”. D’altra parte è esattamente quello che succede con la scrittura: si comincia da qualche parte, si snocciolano parole, righe, pagine, capitoli uno in fila all’altro, fino ad una qualche conclusione. Inizio, fine – e in mezzo la storia, la trama, l’ordito, l’intreccio – che però la scrittura dovrebbe essere in grado di sbrogliare e ordinare.
Proprio quest’anno celebro le mie “nozze d’argento” filosofiche. Correva l’anno 1984, quando incontrai per la prima volta Philosophia.

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