Filosofia della leggerezza

magritte

Colui che un giorno insegnerà il volo agli uomini,
avrà spostato tutte le pietre di confine;
esse tutte voleranno in aria per lui,
ed egli darà un nuovo nome alla terra, battezzandola
– “la leggera”.
(F. Nietzsche)

PRIMA PARTE – IL PENSIERO DELLA LEGGEREZZA

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».

Italo Calvino scrive queste parole durante l’estate del 1985, poco prima di morire – parole che si possono ritenere un lascito, un vero e proprio testamento culturale.
Si trovano nella prima delle sei Lezioni americane, quella dedicata alla “Leggerezza”, e ritengo possano ispirare il discorso che vorrei articolare a proposito del passaggio (o se si preferisce della dialettica) tra gravità e leggerezza. Calvino sembra qui alludere ad una visione millenarista, uno snodo epocale, augurandosi che la ruggine materiale e spirituale del Novecento venga abbandonata al suo destino, e auspicando un salto nella dimensione di una categoria – la leggerezza – che va meglio chiarita.

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L’oro di Silesius

Oro cerca, chi è ricco; dio, chi è povero:
e merda trova il ricco ed oro il povero.

Angelus Silesius sintetizza perfettamente – dopo 350 anni – la divaricazione dei “valori” della nostra epoca: quando Draghi, e tutti gli altri servi del G7 o del Patto Atlantico, parlano di “valori” occidentali che si contrappongono a quelli di altri sistemi o culture, parlano solo dell’unico valore, del denaro. Non di altro.
Sarà invece il caso di andare a vedere che cosa ancora si nasconde dietro il “dio” di Silesius.

Il pieno transindividuale: tentativo numero 3 di definire la felicità (con qualche incursione nel misticismo e nella geometria)

tetraedro

Tutto è eguale per dio
Non v’è divario in dio: tutto gli è uno.
A te come alla mosca si partecipa.

Più esci da te, più dio entra in te
Più ti svuoti di te e fuori ti versi,
più la deità di dio si versa in te.

L’uomo è ogni cosa.
Se una gliene manca,
è che non sa qual sia la sua ricchezza.

(Angelus Silesius)

Dopo la felicità e la gioia, provo a definire un sentimento contiguo a quelli, cui però mi risulta difficile attribuire un nome: pienezza vitale? compiutezza? perfezione? plenitudine? … Si tratta di qualcosa che ha a che fare con il pieno, da intendersi non tanto come contrapposizione al vuoto esistenziale (quello brevemente illustrato nel post precedente), e nemmeno come autorealizzazione individuale, compimento di sé o simili, ma come sentimento della profonda connessione che lega tutti gli enti, viventi e non viventi – sentimento che a mio avviso lascia aperta la possibilità di un suo successivo utilizzo progettuale e razionale. Parlo di quella tonalità emotiva ed esistenziale che si manifesta più chiaramente nella pietas e nella sympàtheia nei confronti del simile vivente, ma che è ancor più radicale, perché ha a che fare con la totalità, con l’assoluto, con l’eterno – si intendano questi concetti non in maniera enfatica o irrazionale, ma semplicemente come la modalità attraverso cui si percepiscono insieme: a) tutto ciò che sta al di là della nostra finitezza, oltre i confini del nostro corpo, b) la relazione, o meglio la rete di relazioni che questi confini attraversa e stringe in unità.
Si giunge in tal modo alle radici dell’essere, si sente di essere tanto quanto ogni altro ente, ogni altra cosa; si è mentre si sente di essere e si sente di essere mentre si è – ma non si è qualcosa, non si è questo o quello, io o un altro – semplicemente si è. Non si è nemmeno heideggerianamente gettati – ex-sistendo, cioè stando fuori dal mondo, perché in questo caso la tonalità emotiva congiunge, non separa. E’ un sentire che ci conduce in una zona (pericolosamente) in odore di misticismo. E’ proprio la pienezza mistica che assomiglia ancor più pericolosamente alla gloria, allo splendore, alla santità, ma anche alle loro protuberanze razionali plotiniane o spinoziste.

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