Apolidia

Edvard_Munch_Urlo_1893_Oslo

Scrive Simone Weil nel 1943: «Le ‘radici’ dell’essere umano stanno nella sua partecipazione attiva e naturale all’esistenza di una comunità capace di conservare i tesori del passato accanto a una qualche visione del futuro» – e lo scrive in piena epoca di sradicamento.
Quasi 80 anni dopo, la domanda rimane identica: c’è una qualche forma di comunità – e di ‘tesori’ – cui il singolo sente di appartenere insieme ad una visione futura?
Io fatico a vederle.

Si mettono in campo di continuo i concetti, che appaiono opposti e sempre più divaricati, di individuo e comunità, libertà e regole comuni: in una situazione di emergenza sanitaria, si dice, o in quelle a venire climatiche, ecosistemiche ed ambientali, l’individuo non può essere libero di decidere, è la comunità a dover decidere innanzitutto, perché qualunque atto del singolo genera a catena conseguenze che riguardano tutti i componenti della comunità.
Il problema è che già prima non esisteva (o meglio, era in profonda crisi) una comunità, laddove lo stato sociale recedeva per mantenere esclusivamente la governamentalità, il potere coercitivo, la garanzia degli interessi economici di una parte.
Continua a leggere “Apolidia”

Impersonale

Ciò che in questo anno e mezzo ha del tutto squilibrato la percezione di sé e del collettivo – della tradizionale dialettica tra libertà individuale e pressione sociale – sta tutto nel termine “popolazione” indicato a suo tempo da Foucault.

Io/noi sono ridotti nelle società di massa avanzate a popolazione, cioè a dati e variabili statistiche relativi alla mera potenza biologica, alla malattia, alla mortalità. Non conti tu, non conta la società, contano solo i numeri. Gli individui e i loro referenti comunitari spariscono, vengono inghiottiti dalle tabelle e dai grafici. Ed è questo che spiazza di più. Le epidemie mutano la percezione di sé e della comunità, a prescindere dal peso dei termini relativi, in qualcosa di terribilmente impersonale: la mera sopravvivenza biologica ben rappresentata dall’ordine della sanità pubblica. Popolazione che si autogoverna. In Foucault era intuizione teorica, ora è percezione plastica.

In una situazione “normale” il singolo potrà sempre eccepire, dirsi libero, rifiutare di obbedire, vivere una classica dialettica di conflitto con lo “stato” precedente, in vista di uno “stato” nuovo. È la storia così come ce la immaginiamo (anche se non è detto che sia così).
Quel che stiamo vivendo ora annulla del tutto i termini di quella dialettica (pur immaginaria). Io e noi sono governati da forze ben più necessitanti. Quasi fosse un ritorno allo stato di natura.

Il pericolo che vedo all’orizzonte è che la dialettica conflittuale su cui la modernità politica si è costituita, venga azzerata e sostituita da mere potenze governamentali. Un impersonale che non è il <<bello, giusto, vero, eguale>> di Simone Weil, la risoluzione della logica spartitoria io/collettivo – ma l’anonimo meccanismo che si limita a replicare e conservare le nostre banalissime vite. Immuni e interminabili.

Sono forse un po’ uscito dal tema iniziale, ma il focus del mio intervento sta in questo: tutte le discussioni su che cosa sia libertà, su dove cominci o finisca, vanno sempre messe in relazione a che cosa intendiamo per società e bene comune. Senza questa correlazione, la libertà è un concetto che gira a vuoto.

Filosofia della leggerezza

magritte

Colui che un giorno insegnerà il volo agli uomini,
avrà spostato tutte le pietre di confine;
esse tutte voleranno in aria per lui,
ed egli darà un nuovo nome alla terra, battezzandola
– “la leggera”.
(F. Nietzsche)

PRIMA PARTE – IL PENSIERO DELLA LEGGEREZZA

«Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite».

Italo Calvino scrive queste parole durante l’estate del 1985, poco prima di morire – parole che si possono ritenere un lascito, un vero e proprio testamento culturale.
Si trovano nella prima delle sei Lezioni americane, quella dedicata alla “Leggerezza”, e ritengo possano ispirare il discorso che vorrei articolare a proposito del passaggio (o se si preferisce della dialettica) tra gravità e leggerezza. Calvino sembra qui alludere ad una visione millenarista, uno snodo epocale, augurandosi che la ruggine materiale e spirituale del Novecento venga abbandonata al suo destino, e auspicando un salto nella dimensione di una categoria – la leggerezza – che va meglio chiarita.

Continua a leggere “Filosofia della leggerezza”

La forza del pensiero

«La collettività è più potente dell’individuo in tutti gli ambiti, salvo uno solo: il pensare. La collettività è per definizione più forte dell’individuo: il “diritto” dell’individuo contro la società è altrettanto ridicolo del “diritto” del grammo verso la tonnellata. L’individuo non ha che una forza: il pensiero. Ma non come l’intendono i piatti idealisti – coscienza, opinione, ecc. Ilpensiero costituisce una forza e dunque un diritto unicamente nella misura in cui interviene nella vita materiale». 

Così estrapolata dal contesto, questa frase di Simone Weil tratta dai suoi Quaderni (vol. I), può essere interpretata sia come una apologia del collettivo (l’individuo conta come un grammo), sia come il suo esatto rovescio: l’unico modo di cui l’individuo dispone per evitare di essere assorbito e schiacciato dal collettivo, è il suo essere pensante. Dal che potrebbe derivare che il collettivo non pensa (nemmeno attraverso la categoria marxiana di general intellect, o quella averroistica di intelletto attivo, filogenetico e comune a tutti gli umani). Ma l’individuo non è forse un prodotto del collettivo? Da dove sgorga il pensiero, se non da una lunga storia, e da una perenne dialettica tra individuo e comunità, fatta per lo più di rotture, deviazioni, negazioni?

Continua a leggere “La forza del pensiero”

Progresso impersonale

Aldo Schiavone apre il suo ultimo saggio Progresso con quella che definisce giustamente un’icona del pensiero del Novecento, ovvero il testo con cui Walter Benjamin interpreta il dipinto di Klee Angelus Novus. Direi che è il caso di riportarlo per intero:

«C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta».

Ho sempre trovato il passo di Benjamin infinitamente più bello del quadro di Klee – opera che il filosofo aveva acquistato a Monaco nel 1921, e per il quale nutriva una smisurata adorazione. Schiavone utilizza l’icona-simbolo di una filosofia antiprogressiva e pessimista della storia, per affermare non tanto l’ideologia delle magnifiche sorti e progressive irrise da Leopardi, quanto un fatto incontrovertibile: gli umani non sono mai stati così potenti, longevi, sicuri, dominanti sulla Terra come in questo momento della loro storia.
Continua a leggere “Progresso impersonale”

7 parole per 7 meditazioni – 4. Persona

Il concetto di persona ci svela fin dall’etimologia il problema riguardante le teorie dell’individualità: persona è, letteralmente, maschera (dal greco prosopon mediato forse dall’etrusco phersu), termine teatrale che allude alla duplicità, se non addirittura alla doppiezza, o comunque alla stratificazione e molteplicità di quella parte di noi stessi che denominiamo “io”. Pare che il primo filosofo ad utilizzare “persona” sia stato lo stoico Panezio, nel II secolo a.C.: interessante notare come gli stoici concepissero il ruolo dell’individuo in termini di “parte” (moira) nel destino del mondo – un po’ come la maschera svolge un ruolo nella scena teatrale.
Già tutti questi termini – io, me stesso, individuo (non-diviso, equivalente latino del greco a-tomos), persona, cui possiamo aggiungere soggetto, anima, coscienza – non sono affatto sovrapponibili, ciascuno di essi allude a significati o sfumature diverse; in ogni caso, quando parliamo di noi stessi, la prima cosa che salta agli occhi è proprio questa molteplicità : io sono io, ho un’identità (il nome è già una definizione di singolarità), ma se vado poi a vedere che cosa c’è in questo contenitore individuale – cosa c’è dietro la maschera-persona – scoprirò una varietà di elementi, spesso contraddittori. Io sono vasto, contengo moltitudini, dice Walt Whitman.

Continua a leggere “7 parole per 7 meditazioni – 4. Persona”

Misteriosa germinazione

Trovo che finché non si realizzano (di nuovo o per la prima volta?) le condizioni individuate da Simone Weil affinché avvenga quella che lei chiama “misteriosa germinazione della parte impersonale dell’anima” – non potrà mai esserci alcuna seria e radicale rivoluzione: spazio, tempo libero, meditazione, solitudine, silenzio – e, da ultimo, calore!
Ecco il testo, da La persona e il sacro:
«A tal fine, da un lato bisogna che ogni persona abbia intorno a sé dello spazio, disponga di una certa quantità di tempo libero, di diverse possibilità di passare a gradi di attenzione sempre più elevati, di solitudine, di silenzio. Dall’altro bisogna che sia avvolta dal calore, affinché l’afflizione non la costringa a sprofondare nel collettivo».
La mancanza di calore viene esemplificata da Weil con il gelido tumulto delle moderne fabbriche, vicine alla soglia dell’orrore (era il 1943 quando scriveva queste pagine). Oggi, potrebbero essere gli algidi ronzii degli algoritmi e del mondo digitale…