Posts Tagged ‘società’

Dissimulazione sociale

martedì 3 maggio 2016

Occorrerebbe ricordarsi che le differenze di status sociale – le povertà, le ricchezze – sono funzioni l’una dell’altra: a rigore si tratta di impoverimenti che generano arricchimenti che generano impoverimenti che… Mentre è sorprendente osservare come sia facile convincere qualcuno che la sua povertà relativa è causata dalla povertà relativa – e non invece dalla ricchezza relativa – di qualcun altro. I ricchi, dopo aver conficcato i paletti di roussoiana memoria nella terra di cui si sono appropriati, sono diventati bravissimi a ficcarli negli occhi dei loro poveri servitori. E a indicare un povero più povero di te, come causa dei tuoi mali. La società è un capolavoro della dissimulazione.

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Un mondicino di ninnoli e bamboline

martedì 19 maggio 2015

dipendenzacellulare1Qualche mese fa un caro amico prof (di matematica), mi ha chiesto di tenere una “lezione” sul rapporto tra scienza e società (con, sullo sfondo, l’etica) in una seconda liceo classico. Era la prima volta che entravo in una classe del corso scolastico più rinomato d’Italia, e per di più direttamente in cattedra (anche se la cattedra stava troppo in alto per i miei gusti, per cui ho preferito tenermi ad altezza di studenti).
Quando un secolo fa frequentavo la terza media, la mia prof di italiano di allora (che mi adorava) raccomandò caldamente che io scegliessi il classico. Per una questione “di classe” (io di famiglia proletaria, il liceo per famiglie borghesi – dunque incompatibili) optai invece per un istituto tecnico (il “tennico” come diceva qualcuno). Questa faccenda “di classe” riemerse anni dopo, quando un’altra prof (ciellina e piuttosto dimenticabile) temeva che io, una volta iscritto all’università in qualità di studente-lavoratore, potessi essere risentito con i figli di papà in grado di cazzeggiare e di prendersela con calma, senza fare troppa fatica.
Non è avvenuto niente di tutto questo – anche perché me la sono presa pure io con tutta la calma necessaria. Tuttavia, una piccola spina punge ancora da qualche parte, per non aver potuto fare quel cavolo di liceo cui ero destinato. Ma si sa, tante sono le cose cui si è destinati che invece non era per niente destino…
Però non era della mia biografia scolastico-sociale che avrei dovuto parlare, ma degli elaborati nati dalla mia “lectio” (non so se magistralis) e dalla (purtroppo breve anche se fertile) discussione che ne è seguita.
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Il paradosso della stanchezza

mercoledì 12 marzo 2014

stanchezza

“L’unica misura del pensare è la stanchezza”
(M. Sgalambro)

“Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”
(F. Pessoa)

Sono venuto a conoscenza del saggio La società della stanchezza del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han tramite la rete (per la precisione facebook), e ciò, per quanto casuale, non è indifferente in ordine al ragionamento che intendo fare, e che svolgerò in due mosse: la prima di ordine oggettivo, mentre la seconda avrà un risvolto psicobiografico.

1. Il saggio in oggetto è stato egregiamente recensito da Riccardo Panattoni, sul sito Doppiozero, cui rinvio senz’altro. Condivido con questa recensione il grande interesse per i temi trattati nel saggio da Han, se si vuole affrontare con spirito critico l’assetto dei dispositivi che ordinano le società nelle quali viviamo (e che inevitabilmente pre-ordinano i nostri stili di vita, i linguaggi, la mentalità).
Fatta questa premessa elogiativa, passo invece alle riserve. In generale ho trovato fin troppo sbrigativi ed ellittici alcuni passaggi: il testo (che è breve e si legge in meno di due ore) sembra procedere per tesi, piuttosto che per ragionamenti argomentati. Il rischio è l’apodittica lapidarietà con cui esse vengono sostenute, specie quando lo fanno negando o sostenendo di superare tesi di altri pensatori. Come quando, ad esempio, l’autore si confronta con le teorie immunitarie e biopolitiche di Esposito o di Agamben, oppure con l’analisi di Hanna Arendt in Vita activa, o ancora con la società disciplinare di Foucault o le molteplici interpretazioni della figura di Bartleby. È vero che tutto ciò potrebbe essere letto come una creativa e dialettica Aufhebung – ma occorrerebbe argomentare in maniera un po’ più articolata, anche perché ci troviamo spesso di fronte a snodi (o dispositivi) di grande complessità socioanalitica.
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