Posts Tagged ‘solitudine’

Una quasi misantropia

martedì 1 agosto 2017

Non è propriamente odio per il genere umano e nemmeno il nichilistico cupio dissolvi lingottiano del cos’aspettate ad estinguervi tutti quanti? No, non si tratta di questo, anche se non posso nemmeno dire di amare incondizionatamente il genere umano come lo amavo un tempo (potrei dire, dunque, che si tratta sempre più di un amore condizionato). È solo che dopo mezzo secolo abbondante (55 anni meno 48 giorni, per la precisione) di frequentazione assidua – e di attività e lavori che mi hanno costantemente esposto ad avere platee pubbliche – sono diventato intollerante nei confronti di folle, masse, fiumi di gente, popoli e moltitudini. Pure di slogan e cortei (dopo averne frequentati parecchi).
Diciamo che più che misantropia registro una vera e propria dissociazione dal genere umano nella sua attuale versione antropologica, forma che un tempo pensavo potesse essere facilmente trasformabile e riplasmata, del che sono ormai costretto in gran parte a ricredermi.
Ovviamente so di correre il rischio di commettere una sorta di sineddoche (o sarà una metonimia?), ovvero una generalizzazione dei vizi contemporanei e in ispecie di quelli occidentali e in ispecie ulteriore di quelli italici. Ma la grande omologazione che da alcuni decenni plasma le coscienze e i desideri umani è già andata oltre ogni più nefasta previsione.
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Fuga di solo a solo

giovedì 22 giugno 2017
Ribana Szutor - Fuga verso l'alto

Ribana Szutor – Fuga verso l’alto

Le Enneadi di Plotino si concludono con un grande inno all’ascesa dell’uomo divino, in fuga dal mondo, verso le altezze irraggiungibili della metafisica forse più potente dell’antichità. Si va, cioè, ben oltre le costruzioni aristoteliche o platoniche, oltre il nous, il mondo delle idee, le sfere celesti o il motore immobile, oltre l’anima del mondo – oltre addirittura lo stesso Essere: l’Uno li trascende tutti, e si erge alla distanza abissale della lontananza e dell’alterità assoluta. Quell’Uno che non è persona, non è creatore, non è emanazione, non è ragione, non è sostanza, non è principio – insomma, innanzitutto non è, o è al di là dell’essere e del non essere – confine estremo (ed opposto) di questa landa materiale da cui siamo afflitti che, qui in basso, confina con la notte del non essere, della materia in perenne disfacimento e dell’insensatezza.
E allora noi umani, che abbiamo evidentemente una scheggia di quell’Uno conficcata nelle carni, pur essendo innanzitutto corpo, possiamo eventualmente abbandonare questa valle di lacrime, e scegliere la via dell’elevazione, della contemplazione, dell’ascesi trascendente che, anziché al nulla delle tenebre, conduce al nulla della luce. Ma forse nemmeno questa opposizione è calzante, visto che Plotino evoca, forse per primo, un’ulteriorità che se non è irrazionale è sicuramente metarazionale: il filosofo-monaco, l’uomo divino, viene «quasi rapito o ispirato» per entrare «silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità».
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La soglia

lunedì 5 giugno 2017

Allüberal und ewig
blauen licht die Fernen!
Ewig… ewig…

[Ho scritto buona parte di queste note – note finali su un plotiniano inconsapevole asceso alle azzurre trasparenze mahleriane – domenica 28 maggio, durante il viaggio in treno – l’ultimo viaggio – che mi portava al feretro di mio padre nella sua e nella mia terra. Ma i pensieri che in quelle dolenti ore mi sovvenivano alla mente erano più in generale il frutto di anni di rielaborazione del rapporto con lui e, soprattutto, della sua (e della mia) crescente consapevolezza del declino dell’esistenza, dell’apoptosi di ogni essere e della sua ineluttabilità]

L’ultima immagine che voglio ricordare di mio padre – che rappresenta quest’ultimo tratto del suo viaggio sulla terra e che insieme mi addolora e mi fa tenerezza fino allo struggimento – è il vederlo andare sulle sue gambe incerte verso la sala operatoria (a questo punto, e a posteriori, il suo patibolo) dove gli avrebbero asportato la laringe, insieme alla voce (e a un pezzo d’anima). Era la mattina del 6 marzo di quest’anno. Le volte successive che l’ho visto – quasi sempre allettato, sofferente e implorante a gesti la morte, fin dal suo risveglio nella sala di rianimazione del Policlinico di Messina – le vorrei rimuovere dalla mia memoria. Tutte quante. E siccome mi è stata risparmiata l’agonia degli ultimi giorni (e ringrazio gli dèi che sia stata breve) – per me lui è ancora lì, incerto e malfermo sulla soglia, che dirige smarrito lo sguardo verso di me, che accanto a mia madre cerco di rassicurarlo, e poi va dritto verso il suo destino.

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Epepe – o Bebe o Edede o Tjetjetje o Cece o…?

sabato 22 agosto 2015

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Epepe – dell’ungherese Ferenc Karinthy – è forse il più geniale romanzo sullo straniamento che io abbia mai letto (un altro, bellissimo, è senza dubbio Nulla, solo la notte di John Williams).
Dopo averlo finito – anzi direi febbrilmente consumato – ci rendiamo conto di conoscere a malapena il nome del suo protagonista, Budai, ma nessun nome delle cose, dei luoghi e delle persone che affollano il mondo (praticamente alieno) nel quale egli viene erroneamente catapultato (a causa di un fatale disguido aereo).
Sarebbe dovuto andare ad Helsinki (è l’unica coordinata geografica che ci è nota al principio della storia), ed invece finisce in questa metropoli allucinante dove affonda come nelle sabbie mobili (la metafora è dello stesso Karinthy).
Due i motivi forti del romanzo. Uno è senz’altro quello linguistico-comunicativo: il protagonista è un linguista che avrebbe dovuto partecipare ad un convegno internazionale e che invece dovrà paradossalmente misurarsi con una lingua della quale non riesce a scalfire nemmeno la superficie (soprattutto della lingua parlata, che pare perennemente cangiante e foneticamente incomprensibile; mentre la scrittura risulta ostica ed impenetrabile, con quei suoi segni un po’ runici un po’ cuneiformi, in realtà del tutto incatalogabili). Ogni volta che Budai tenta di scavalcarlo o di penetrarlo, il muro di suoni e di segni appare insormontabile e tetragono, e lo respinge con violenza.
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Un giorno questo straniamento ti sarà utile

sabato 3 marzo 2012

“Anna avrebbe voluto morire
Marco voleva andarsene lontano
qualcuno li ha visti tornare tenendosi per mano”
(Lucio Dalla)

Gli adolescenti mi danno da pensare. Forse perché cerco di ricordarmi com’ero io all’epoca e provo un certo disagio nel figurarmi goffo, inadeguato, inadatto – sempre in conflitto con un mondo pronto indifferentemente ad assorbirmi o a stritolarmi. “Quante balle si ha in testa a quell’età […] a vent’anni si è stupidi davvero“, cantava Francesco Guccini – anche se i suoi 20 anni corrispondono ben poco a quelli di oggi, e tantomeno a quella fascia del tutto aliena che va dai 14 ai 18.
Mi vien però da dire che se i bambini sono naturalmente disposti alla filosofia – dato che si fanno tante domande e chiedono in maniera petulante ed asfissiante “perché?”, allora lo sono anche gli adolescenti, magari per ragioni diametralmente opposte, dato che non si chiedono un bel niente (o sono indotti a non farlo), e quando per avventura si fermano a chiedersi qualcosa, lo fanno da una posizione di radicale straniamento. Lo esemplifico con tre scene – due di vita vissuta, una di vita fittizia e rappresentata. (more…)

Shut up!

lunedì 27 giugno 2011

Seul le silence est grand;
tout le reste est faiblesse.
(A. de Vigny)

Uh com’è difficile restare
calmi e indifferenti
mentre tutti intorno fanno rumore.
(F. Battiato)

La cosa che raccomanderei di più oggi agli adolescenti?
Solo una: la pratica del silenzio.
Non: studiare, informarsi, amare, lottare, relazionarsi, appassionarsi.
No. Ce n’è già abbastanza, di tutto questo.
Ma di silenzio?
Ecco perché consiglierei loro soltanto: un’ostinata resistente controcorrente ricerca del silenzio.
Imparare a far silenzio, stare in silenzio.
Ritrovare spazi per la meditazione, per la riflessione.
Isolarsi, anche solo per un momento.
Staccare tutti i dispositivi elettronici.
Chiudere il cellulare, disconnettersi dalla rete e da tutti i social network.
Sfilarsi le cuffie dalle orecchie.
Oscurare le immagini. Annullare i suoni.
Rimanere nudi e soli, senza protesi o cavi o invisibili onde addosso.
Far vuoto, oltre che silenzio, tutt’attorno.
E vedere quel che succede.
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Meditabondi animali

venerdì 10 giugno 2011

Approfittando dell’interessante dibattito generato da un post di qualche giorno fa, ho provato a riflettere sulla pratica della meditazione. Ed è subito sorto un problema: un conto è meditare, un altro è riflettere sulla meditazione (o, se è lecito dirlo, meditare sulla meditazione): il pensiero riflessivo tipico della filosofia occidentale (quel che riflette su ogni cosa, perché la mente è portata a pensare di essere una superficie-specchio, una facoltà in grado cioè di recepire e restituire qualsiasi oggetto, sé compresa), ha qualche problema ad affrontare quel che (almeno in parte) ne vorrebbe negare l’assoluta trasparenza ed evidenza. Lati oscuri, opachi, spigolosi o inintelligibili della realtà – la vita o l’esistenza nuda e cruda, che non si fanno certo ridurre all’ordine scientifico, logico, filosofico. La meditazione appare allora come una porta stretta che può essere aperta su questo territorio umbratile e misterioso.
Non intendo qui disquisire in modo approfondito sul significato del termine, o sulla sua fenomenologia – dato per inteso che si tratta di parola (e di concetto) piuttosto stratificato e irriducibile ad un unico significato. Se l’etimo ci rivela la comunanza con la cura (medèri, da una radice indoeuropea che mette insieme i significati di curare e di riflettere), l’esistenza di pratiche così diverse di meditazione (in Occidente come in Oriente – o, meglio, in quello spazio che l’Occidente definisce “Oriente”) induce a sospettare che possano essere raccolte sotto il medesimo nome.
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Oltre il biancospino

lunedì 25 aprile 2011

Se segui l’arco rosato delle nuvole, e riesci a scorgere, dopo una lieve sfrangiatura, la freccia che indica verso ovest; se abbandoni l’asfalto e le ultime case e t’inoltri nella boscaglia, ignorando le bottiglie di plastica sparse qua e là e i criminali depositi di eternit in disfacimento; se ti lasci rapire dal profumo del biancospino prima che venga sommerso da quello del fiore di robinia; se varchi illegalmente la rete tagliata a misura d’uomo e poi giri a sinistra seguendo i ciuffi di ginestra sul ciglio del dirupo, senza però farti distrarre dall’automobile abbandonata nel bosco ormai fitto, dove nessuna coppietta o nessuno spacciatore è in attività; se finalmente raggiungi il punto d’osservazione che la freccia di nuvole già ti aveva indicato senza che te ne fossi accorto, e ti metti a sedere…
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Un ragazzo

venerdì 23 ottobre 2009

Un ragazzo è morto.
Non aveva ancora trent’anni.
Lo hanno trovato impiccato nei boschi.
Veniva ogni giorno nella mia biblioteca. Era strano. Si vedeva che aveva dei problemi.
Era venuto anche ieri. Agitato e sorridente come sempre. Ogni giorno più scosso. Ogni giorno più solo.
Ascoltava della gran buona musica. Vedeva buoni film. Era curioso. Mi chiedeva sempre consigli in proposito. Voleva scambiare due chiacchiere.
E io lo cacciavo via, quasi sempre.
Gli dicevo che stavo lavorando, che non potevo chiacchierare con lui. Che alzava troppo la voce e disturbava.
Ma lui, imperterrito, tornava alla carica ogni giorno, con quel sorrisino un po’ ebete.
Così ha fatto anche ieri.
E anche ieri l’ho cacciato.
Ora non tornerà più. Non mi disturberà più. Non disturberà più nessuno. Ci ha pensato da solo a togliersi di torno.
E io mi sento una merda.
Uno che predica bene, e razzola male.
Che non vale un cazzo.
Possibile che la vita non ci insegni nulla? Nemmeno a captare le urla silenziose che vengono dalle persone che abbiamo intorno? Le loro continue ambasciate e richieste di aiuto?
E vi assicuro che confessarlo qui non mi farà sentire meglio.

Il vuoto individuale: fenomenologia della noia

venerdì 24 luglio 2009

malinconia-munch

Vissi la mia prima esperienza chiara e distinta del sentimento della noia intorno ai 7-8 anni. Ben prima di aver letto Kierkegaard o Schopenhauer, Heidegger o Sartre, e senza che a quel flusso emotivo corrispondessero un nome o un oggetto definiti. Era un pomeriggio estivo, assolato, stavo solitario sul balcone della casa a ringhiera dove all’epoca vivevo, e ad un certo punto rimasi come paralizzato, mentre qualcosa di nuovo e di strano mi stava succedendo. Il normale flusso della vita si stava interrompendo, e io stavo lì schiacciato contro il muro della casa mentre tutto intorno a me affondava. Boccheggiai per qualche minuto, mentre il sole esplodeva sopra la mia testa. Poi sentii come una morsa chiudersi sul mio collo ad impedirmi di respirare – la sensazione fu proprio quella del soffocamento – e scendere giù e premere sullo stomaco; ma ciò che mi impressionò di più fu la forza con cui quel senso di nausea mi stava invadendo, il non poterlo respingere, il subirlo impotente. Era stato breve, e così come senza preannuncio si era presentato, altrettanto repentinamente e senza motivo se ne era andato. Fu una cosa che tenni per me – del resto come descrivere o raccontare a quell’età un’esperienza non riconducibile a un dolore fisico, a un fastidio, a una sensazione nota e tangibile? (en passant: ecco perché i bambini vengono così facilmente e spesso impunemente violati dagli orchi…).
Fu comunque un’esperienza sorgiva, ontologica, esistenziale inusitata a cui naturalmente non sapevo e non potevo dare oltre che un nome nemmeno un significato; solo a posteriori, e dopo molti altri fugaci passaggi, ho cominciato a capire di che cosa si trattava. E certo, solo in seguito al dispiegamento della ragione e all’autoanalisi ho potuto riconoscere in quell’episodio della mia infanzia i tratti della noia: si badi bene, sono certo di non avervi trasferito esperienze successive – era stato troppo forte e violento per non emergere con nettezza, rivelandosi come una delle sensazioni più forti che ricordi della mia infanzia, anzi a questo punto potrei dire della fine dell’infanzia. E’ stato semmai il contrario: tutte le esperienze posteriori sono rimaste marchiate dalla prima, e a quella iniziale dovevano essere ricondotte. Quel che non poteva esserci, com’è ovvio, era la razionalizzazione e la comprensione di qualcosa che, quando accade, ci si limita a vivere, e da cui si è totalmente afferrati.
Fin qui l’esperienza; vediamo ora la teoria (che serve proprio ad illuminare l’esperienza e da cui non può essere scissa); vediamo cosa dicono in proposito i nostri (non molti) filosofi che se ne sono occupati.

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