Posts Tagged ‘speranza’

Aforisma 100

martedì 10 maggio 2016

Che ci debba pur essere qualcosa che non sia posseduto, usato, consumato; nemmeno interessante, ma solo da contemplare – questo è il segreto (o la speranza) della bellezza.

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Altrove

venerdì 15 maggio 2015

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È stato un azzardo, lo so.
Far vedere un film come The Giver (dunque senza la mediazione consentita dalla lenta penetrazione della parola scritta).
A dei bambini di 10-11 anni.
Un film che tratta temi come: eugenetica, eutanasia, deprivazione emotiva, distopia, controllo ed ingegneria sociale, memoria ed oblio, tecnocrazia, apatia ed empatia, omologazione, dissimulazione, potenza del linguaggio…
È stato un azzardo, ma i bambini hanno accettato la sfida.
E l’hanno vinta, almeno credo. Discutendone apertamente, senza paura. Comprendendone l’essenziale. Mente ed emozioni acuminate.
Un po’, però, mi sento in colpa. E assalito da malinconia.
Perché la loro infanzia è davvero finita. Ragazzi, non più bambini. “Grazie per la vostra infanzia” – parafrasando il film.
Temo e spero per loro. Fortemente, nello stesso tempo.
Ed è – come nella bellissima storia e visione di Jonas – una estrema, disperante ma necessaria apologia dell’amore.
Dov’è l’altrove? – è stata la domanda, rimasta aperta, con cui ci siamo lasciati. Già, dov’è?

Aforisma 88

sabato 8 novembre 2014

Dagli 0 ai 25 principio-speranza.
Dai 25 ai 50 principio-responsabilità.
Oltre i 50 principio-straniamento.

Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

martedì 22 aprile 2014

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso – Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

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Mandela (every) day

venerdì 6 dicembre 2013

Mandela

Quando stamane ho appreso la notizia, sono stato assalito da un’ondata di ricordi. Ricordi belli, luminosi, sostanziosi, di un’altra epoca, ormai tramontata, della mia vita.
Frammenti di canzoni, di marce, di slogan. Lotte rabbiose e gioiose trafilate di speranza. Il Mandela Day. Peter Gabriel e i Simple Minds. Un concerto di Miriam Makeba. Perfino una canzone scritta da me – Heros of Azania – che avevo cantato col complesso dei miei vent’anni.
Arretrando ancora nel tempo, ricordo bene l’indignazione, l’orrore, il disgusto che avevo provato quando da ragazzino avevo appreso che da qualche parte nel mondo esisteva qualcosa come l’Apartheid.
Poi un giorno, qualche anno dopo, scoprii che da quelle parti c’era un uomo in galera da decenni, il quale, come Biko e tanti altri, stava combattendo contro quell’orrore.
Nelson Mandela è stato uno dei miti fondativi della mia concezione della vita, della politica, del mondo – così come lo è stato per moltitudini, in lungo e in largo per il pianeta e a cavallo tra i due millenni.
Non si tratta di culto della personalità (con tutte le derive novecentesche che ciò ha comportato), e nemmeno di hegeliani ed eroici individui cosmico-storici. Si tratta semmai di idee in grado di concretizzarsi plasticamente in storie personali e biografie – che però sono sempre collettive e condivise.
Oggi però mi sento orfano – tanto più che un altro Madiba non c’è, né si vede all’orizzonte.
Oggi, dopo quella stagione sorgiva, sento ancora più acuto e amaro il disincanto, la totale disillusione nei confronti del linguaggio e della prassi politica.
E così oggi mi sono limitato ad esporre l’ormai consunta bandiera multicolore, fuori dal mio balcone, e ad alzare mestamente un calice di vino.
«Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini» – è una delle perle uscite dalla bocca di Mandela, se non erro nel discorso di insediamento alla presidenza, o in qualche altra occasione solenne.
Posso solo augurarmi che siano i bambini nascenti o quelli che nasceranno – magari ai margini o tra le dannate periferie del pianeta, come successe a quel certo nazareno – a passarsi quelle parole di bocca in bocca.

Quarantotto!

venerdì 17 settembre 2010

Non vorrei che passasse per un’autocelebrazione. Vi prego di credermi: non lo è. Anche perché non c’è proprio nulla da celebrare, né in pubblico né tantomeno in privato. Se proprio si vuole attribuire un senso alla cosa, diciamo che si tratta di un velato auspicio, di una timida allusione. Del resto non potevo nemmeno passare sotto silenzio una ricorrenza numerica così ghiotta. I numeri, si sa, sono oggetti potenti, dal grande impatto simbolico (proprio ieri, guarda caso, un’amica insegnante mi ha invitato in una sua classe a parlare di numeri e di Pitagora…).
Questo qui, poi, è bello tondo e rimbalza mentre lo si scandisce, quasi volesse tornare indietro o incastrarsi tra denti e palato. Se si prescinde poi dalla fonazione e si guarda solo al lato astratto-seriale, si può notare come sia preceduto e seguito da due numeri primi, che ora poi vanno molto di moda (nulla di strano si dirà, visto che succede anche al 18, o al 42 o al… no, al 52 non succede) – e comunque si tratta di due numeri un po’ insipidi, inodori e incolori. Il primo è già passato (per fortuna), ma l’altro addavenì (se verrà).
E comunque, tanto per continuare a dar numeri: 17 era troppo presto, a 68 manca un bel po’, 89 sarà troppo tardi, mentre lui – 48 – è qui e ora, è la summa dei miei anni, e devo dire che mi piace. Quarantotto è rivolta, confusione, subbuglio, baccano, caciara, bordello, casino – curiose associazioni – mettere a soqquadro e sottosopra. E poi mica tutti i  numeri hanno una voce nei dizionari (gli insipidi 47 e 49 di solito non ce l’hanno).
Certo, si tratta di numeri scorticati, quasi sradicati dai loro secoli: si dice, appunto, 48, non 1848, 17 non 1917, 68 non 1968, 89 non 1789. Questo stratagemma un po’ ce li avvicina, anni e numeri per antonomasia – come a dire che se per caso nel 2017 dovesse scoppiare una qualche rivoluzione, beh allora sì che sarebbe un bel problema. Non potremmo più dire il 17. E succederebbe un altro 48.

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Adolescenti III – Intervista a Laura B.

martedì 6 luglio 2010

Amo gli adolescenti perché tutto quello che fanno,
lo fanno per la prima volta

(Jim Morrison)

A sparigliare i giochi sopraggiunge l’inserzione del nuovo, come sempre.
Dopo aver intervistato lo scorso anno MDB (il quale ci aveva fatto dono di una insospettabile saggezza adolescenziale, al contrario dei nazistelli incontrati l’anno prima), è ora la volta finalmente di ascoltare il punto di vista di una ragazza. Sarà casuale, ma anche qui non trapela nulla di quella vulgata che vorrebbe gli adolescenti dei rincoglioniti seriali, servi conformi del sistema dei consumi, a cui sfuggono al massimo con le strategie del bullismo, del teppismo e del nichilismo autolesionistico. Anzi, se alcuni “valori” sporgono sul piattume consumistico generale, questi sono ben netti e definiti, e hanno il nome (magari venerando e con un gusto un po’ retrò)  di rispetto, relazioni, amicizia, dignità, famiglia, responsabilità, regole, giudizio, persino introspezione – o, se si preferisce, il buon vecchio caro (e per alcuni estinto) esame di coscienza
Intendiamoci: nulla lascia presagire una presa di coscienza generazionale volta non dico a scardinare la società o a correggerne i difetti, ma per lo meno ad appropriarsi di qualche rudimentale strumento critico collettivo. E come potrebbe essere altrimenti, dopo quanto schizzato nei due post precedenti? Oltre al grave sospetto che possa trattarsi di un’eccezione (anche se in fondo non lo credo).
Nell’intervista a Laura – 16 anni, un po’ adultescente, nel senso che in questo caso è lei a proiettarsi in là diversamente da quegli adulti che infantilizzano in qua – emergono comunque aspetti piuttosto interessanti ed imprevisti: accanto ai luoghi comuni – e comuni non sta per banali, ma per conformi ad un’epoca, un tempo, una generazione – vi sono alcuni elementi di apertura al futuro. Ma soprattutto la bellezza e la spontaneità della risposta genuina e sincera, senza infingimenti o sovrastrutture.
Certo, l’intervista è una forma comunicativa sibillina e fuorviante, un domandare a senso unico che tende ad incasellare ed ingabbiare le risposte. Un lasciar parlare che rischia di rinchiudere il flusso in un recinto bell’e pronto. Il confine del pre-scritto, pre-determinato, programmato. Necessario ed insieme fastidioso. Vorrei che non fosse così. Ma non tocca più a me dire, fare, proporre in questo campo. Posso solo testimoniare l’assenza di una rottura. E però la sua auspicabilità.
Spero che dalle parole che seguono (insieme alle tante altre di tanti altri giovani) tale rottura emerga da sola e diventi così dirompente da sommergere anche questo mio dire e definire, teorizzare e rinchiudere in uno spazio pre-scritto. Affinché la scorza del mondo vada in pezzi a preludio di un davvero nuovo – tutto loromondo.

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Marxiani

lunedì 29 marzo 2010

Ho avuto la fortuna di introdurre e di coordinare, giovedì scorso a Legnano, una serata dedicata a Bentornato Marx!, il libro scritto dal giovane filosofo torinese Diego Fusaro, cui ho dato il benvenuto (e del quale si era parlato  qui). Non ho potuto esimermi dal cominciare facendo le pulci proprio al titolo: in che senso è da intendere quel “Bentornato”? E’ forse la constatazione di un fatto? Oppure un auspicio? (e per converso un esorcismo da parte delle schiere terrorizzate dallo spettro di Marx). Perché mai dare il bentornato a un pensatore che ha affollato, nel bene o nel male, gran parte del secolo appena trascorso? E che quindi in realtà non si era mai levato di torno?
Tuttavia la vera questione riguarda il soggetto del bentornato, quel nome impronunciabile e quantomai spettrale – così come impronunciabile e spettrale è diventato l’oggetto della sua radicale critica, e cioè il Capitale, quasi che il solo nominarlo oggi lo togliesse dal suo status apparentemente intangibile di ovvietà, come se il sistema capitalistico fosse il modo naturale ed eterno dell’organizzazione socioeconomica, e non invece una delle sue molteplici e transitorie forme. Ed è qui che subito si apre un primo problema: perché “tornare” (o “ripartire”) dal pensiero di Marx non dovrebbe essere un po’ come riaccendere l’attenzione su – che so – Kant, piuttosto che Spinoza o Aristotele o Machiavelli? Come mai al nome “Marx” viene ancora un po’ di prurito se non l’orticaria, nonostante sia morto e sepolto?
Oppure, come ci ricordava Derrida ormai quasi vent’anni fa, a ridosso della caduta dei regimi “comunisti” dell’Europa orientale, siamo tuttora sotto l’influsso di una presenza quanto mai spettrale del barbuto di Treviri. Ecco, forse è proprio questo il vero motivo: la spettralità di Marx, l’essere senza pace di un pensiero che voleva trasformare il mondo e autorealizzarsi (dunque autoannullarsi) –  una filosofia che si realizza e una realtà che si filosoficizza. Marx è un pensatore e un filosofo, senza alcun dubbio (e dunque se ne può parlare come di un qualsiasi altro pensatore e filosofo) – ma si discosta radicalmente dalla tradizione filosofica perché mette in campo la questione del senso ultimo e dell’utilità (in senso lato) della filosofia, il suo statuto ontologico, il perché mai essa esiste ed è cosiffatta. E tale potenza implica la ricomprensione del suo stesso pensiero sotto il suo cono di luce (o d’ombra): perché io, Marx, penso questo e questo? Perché mai critico e predico (o predìco) la rivoluzione e l’avvento della società senza classi?

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Il malore attivo della memoria

sabato 12 dicembre 2009

Mi trovo sempre più spesso in uno stato di imbarazzo di fronte ai “giorni della memoria”. Ormai il potere che contribuisce, attraverso il sangue che sparge a piene mani, a creare giorni di dolore, vieppiù istituisce e appalta giorni dedicati a ricordare le sue stesse nefandezze. Poco importa che sulla ribalta siedano altri potenti (anche se purtroppo non sempre è così).
Accade com’è doveroso con la shoah (giornata della memoria per antonomasia, nodo dei nodi del Novecento), con le foibe, con la caduta del muro di Berlino, celebrata di recente. Inevitabile la retorica, in questi casi. So di amiche attrici e brave lettrici, anch’esse imbarazzate quando vengono loro commissionati spettacoli, letture, performance e quant’altro per ricordare a grandi e piccini le tragedie che furono. Eppure tacere e ritirarsi in sdegnoso silenzio non è meno imbarazzante. Anche l’essere alteri sa di posa teatrale, ed è forse persino più irritante.
Tanto più che capita di sentire dalla bocca di qualche sedicenne l’espressione: “Piazza Fontana? Mai sentita!” – e lo blocchi appena in tempo prima di sentirgli aggiungere  “ma cos’è, un nuovo punto di ritrovo della movida milanese?”…  e allora stai a spiegargli che quarant’anni fa è successa una certa cosa, e quello o quella aggrotta la fronte e, prima di ficcarsi in un orecchio l’auricolare dell’iPod, ti guarda stralunato come se fossi l’ultimo degli alieni. Non so se sia peggio questo o la convinzione, pare diffusa tra i più giovani, che a mettere la bomba siano state le Brigate Rosse. Del resto come diavolo fanno a sapere quel che è successo se nessuno glielo racconta – o meglio, se nessuno è in grado di raccontare e, ancor più, di farsi ascoltare?

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Diciassett’anni!

sabato 17 ottobre 2009

manichini

Ho intervistato MDB, adolescente diciassettenne figlio di amici, quest’estate. Proprio in quel periodo stavo cominciando a scrivere una “cosa” (un racconto o un romanzo, non sapevo e non so ancora) su un gruppo di ragazzi di provincia mediamente annoiati, nichilisti e superalimentati (da un mare di sciocchezze, oltre che di cibo e di merci). La storia non è progredita granché, e non so ancora bene che cosa succederà. Anche l’intervista è rimasta a dormire per alcuni mesi, finché l’altro giorno non mi sono deciso a trascriverla e, ora, a pubblicarla.
Quando avevo chiacchierato con MDB, facendogli quella sfilza di domande un po’ pretenziose, avevo in verità trovato le sue risposte un po’ insipide, forse troppo lapidarie e in qualche caso persino reticenti. Risentendole a distanza di tempo, mi sono del tutto ricreduto. Ed ecco la lezione appresa: a) mai pensare che qualcuno, specie con trent’anni in meno di te, sia assimilabile e riconducibile ai tuoi schemi mentali; b) diffidare della dilagante ed omologante doxa che vorrebbe tutti i ragazzi ridotti a vuoti tubi desideranti (ma questo già lo sospettavo); c) scendere definitivamente dal piedistallo e lasciare spazio al nuovo che avanza, anche se questo nuovo non ci piace o non lo comprendiamo.
Infine: le risposte di MDB sono semplicemente belle, spontanee, nette, anzi direi proprio ammirevoli. Se poi si confrontano con quelle disperanti dei suoi coetanei protonazi che avevo raccolto circa un anno fa…
Non ho ritoccato nulla, mi sono solo permesso di sottolineare i passi che mi sono piaciuti di più.

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