Posts Tagged ‘spinoza’

Il succulento contenuto della mia valigia randagia

sabato 24 novembre 2018

(nella raccolta La lanterna del filosofo di Guido Ceronetti, edita da Adelphi, ci sono alcune pagine illuminanti dedicate a Spinoza e Schopenhauer: quel che segue ne è una sintesi, seppure frammentaria, seguita da alcune mie considerazioni sull’ottimismo)

1. Errore, dolore, stortura, peccato, mostruosità, caricatura, assurdità, imperfezione, deformità, stranezza, demenza, miseria: Spinoza espunge tutto ciò – ovvero, la carne e il sangue dell’umanità (“il succulento contenuto della mia valigia randagia”, dice Ceronetti) – dal suo sistema perfetto. Come può un umano errante definirsi spinozista?
L’Etica abolisce il tragico, sloggia il culto di Thanatos dall’Occidente (operazione perfettamente riuscita) fino all’incretinimento.
I bambini, le donne, i malati dell’anima, i pazzi, i suicidi (e gli animali) – sono gli assoluti incompresi da Spinoza. I buchi nel suo sistema. E il buco più grande di tutti – l’immaginazione, impurità cadaverica.
Non si può credere alla perfezione metafisica del mondo – ma alla perfezione della vita di Spinoza sì: era un cristallo puro tra scoli sudici e bisbigli d’odio; un lino intatto su un tavolo dove qualcuno conta sordidamente denaro con mani unte.
Fu felice Spinoza – nonostante credesse fermamente al verso di Campanella Ma ride al tutto la parte che geme?
Rideva al tutto l’agonia di Spinoza quel 21 febbraio 1677?

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Zoon politikon 6 – Popolo, moltitudine, populismi 2.0

giovedì 22 marzo 2018

«I più, ciascuno dei quali non è un uomo di valore, possono tuttavia, riunendosi, essere migliori dei pochi. […] Infatti, essendo molti, ognuno ha la sua parte di virtù e di saggezza, sicché con la loro unione dalla moltitudine (plethos) si ottiene una sorta di uomo unico con molti piedi, molte mani e capace di percepire molte cose, e lo stesso accade anche per i costumi e l’intelligenza (dianoia)» [Aristotele, Politica]

[plethos: moltitudine, folla, masse, la maggior parte; in assonanza con populus, plus, polis – tutte parole derivanti dalla radice indoeuropea par- o pal- che esprime il concetto di riunire, mettere insieme]

Questa tesi aristotelica sull’unità dei molti – che potrebbe essere avvicinata alla interpretazione moltitudinaria del suo intelletto attivo, così come verrà riletta da Averroè come potenza collettiva dell’intelligenza umana, una sorta di mente sovraindividuale che può anche essere avvicinata al concetto marxiano di general intellect – ci riporta ai fondamenti della concezione politica, sia greca sia ripresa poi dalla modernità: l’unificazione dei molti risolverebbe il problema del conflitto naturale (la guerra di tutti contro tutti), soprattutto se è in grado di istituire uno stato coeso sorretto da un popolo-corpo unico, secondo la visione di Hobbes, che consolida ed anzi moltiplica la propria potenza di sviluppo, quasi si trattasse di un organismo biologico dotato di molte mani, braccia, gambe e di molte menti.
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Solitudine 2.0

lunedì 12 marzo 2018

Scrive Spinoza nel capitolo 5, articolo IV del Trattato politico: «Quello Stato, inoltre, in cui la pace deriva dall’inerzia dei sudditi, che sono guidati come pecore perché imparino unicamente a servire, può essere detto più correttamente solitudine anziché Stato». È questo lo Stato dov’è assente la libertà della moltitudine, dove il potere governa con la paura (e non con la speranza), dove vige il terrore (o “una pace terrificante”, per dirla con l’ultimo De Andrè).
Ma a chi attribuisce, Spinoza, la condizione di solitudine? A chi detiene il potere o al suddito-schiavo? Direi ad entrambi – è lo Stato nel suo insieme ad essere una solitudine. Uno Stato del genere non può che essere sommamente impolitico e privo di ragione: Spinoza aveva non a caso aperto il capitolo ricordando quanto affermato precedentemente, e cioè che l’uomo si autodetermina (è soggetto a se stesso) in quanto è in sommo grado guidato dalla ragione – e in ciò è sommamente potente. Ad uno Stato guidato da ragione corrisponde un cittadino guidato da ragione, e non da passioni tristi o da sofismi privi di fondamento. E là dove ciascuno si autodetermina, non può esservi solitudine né paura – ma una comunità che si autodetermina. Una pòlis, uno stato, una comunità politica. Non un popolo-gregge.
Se però la moltitudine è costituita da solitudini – magari da atomi sociali iperconnessi alla rete e sconnessi dalla materialità dell’esistenza – ben presto un padrone busserà alla porta.

Terza passeggiata filosofica

lunedì 13 novembre 2017

Dopo lo straniamento e il silenzio, facciamo un passo più in là.
Proviamo a far fare al nostro pensiero un passo filosofico più deciso.
Abbiamo sgombrato la mente. Abbiamo provato a fare silenzio, vuoto, a rallentare, a liberarci dalla saturazione, a svuotare e a sgravare i pensieri. A non avere assilli dovuti ai bisogni o all’utilità. Ci troviamo in una disposizione decisamente favorevole alla filosofia. Possiamo così avventurarci, con passi felpati, in un sentiero impervio, che non sappiamo dove porterà.
Proviamo ora a fare un esperimento più propriamente filosofico.

Siamo in una situazione di sospensione – i greci la chiamavano epoché, sospensione del giudizio. Un filosofo del ‘900, Edmund Husserl, ha provato a farne una condizione preliminare del proprio pensiero filosofico, definendo questa tecnica epoché fenomenologica – sospensione e messa tra parentesi del mondo dato, “naturale”, se si vuole delle abitudini, delle percezioni, delle conoscenze, delle tradizioni, delle forme tramite cui il mondo ci si presenta. Tutto ciò che definiamo “realtà”.
Questa camminata filosofica sospesa ci consentirà di affacciarci ad un mondo senza forme, o meglio, ad un mondo in cui ciò che conta sono le forme in quanto tali.
Per forme intendiamo le cose nella loro originarietà ed immediatezza, per come esse si presentano immediatamente alla coscienza (anche se è difficile concepirle scrostandole da tutte le precedenti percezioni, significati, ecc.).
Proviamoci.
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Corpi biochemiomeccanici – e dissociati

giovedì 6 aprile 2017

Userò la condizione esistenziale di mio padre – violando così la sua privacy o velatezza, del resto lo avevo già fatto alcuni anni fa – senza alcun trasporto emotivo (nella misura in cui ci riuscirò), nella maniera più oggettiva e lucida possibile. Anche perché credo sia, almeno in parte, il suo stesso modo di guardarla. Come se cercasse parole per dirlo e concetti per descriverla – che proverò a prestargli con gli strumenti della filosofia.
Non che la filosofia non debba o non possa essere emotiva (noi siamo sempre in una condizione esistenziale connotata da una certa tonalità emotiva, come direbbe Heidegger) – ma qui occorre innanzitutto fingere l’espunzione dei sentimenti (e del sentimentalismo), prosciugare e ridurre all’osso, cercare l’essenziale. Impietosirsi non serve a capire, anzi sarebbe persino fuorviante.
Parliamo, cioè, della condizione esistenziale di una moltitudine crescente di anziani (ma non solo) integralmente medicalizzati. Un tempo “si moriva” dopo essere vissuti. Oggi si muore vivendo, o si vive morendo. I confini netti (e dialettici, dunque coessenziali) di morte e vita son più sfumati – ma, soprattutto, si sono andate costituendo nuove forme di vita, in una crescente commistione di biologia, chimica e meccanica. Corpi biochemiomeccanici hanno preso il posto degli antichi corpi naturali.
Ciò è sicuramente un progresso – non “si muore” più per caso, o si muore meno – si vive più a lungo, ci si conserva meglio – la quantità è salvaguardata. Ma che ne è della qualità?
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Disgusto metropolitano

giovedì 6 ottobre 2016

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Alcuni neuroscienziati sostengono che le emozioni di base – quelle più propriamente biologiche, istintive, animali – siano in numero di sette (evidentemente 7 è un buon numero, simbolicamente rilevante), così elencate:
paura
tristezza
gioia
disprezzo
disgusto
sorpresa
rabbia.
Salta subito all’occhio come siano in grande maggioranza “passioni tristi”, per usare un’espressione di derivazione spinozista che va oggi di moda: 5 negative, 1 positiva, 1 ambigua. Ovvio, si dirà, visto che hanno a che fare, da un punto di vista evolutivo, con la sopravvivenza e la difesa dai pericoli esterni.
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L’essenza (in movimento) dell’etica

sabato 1 ottobre 2016

(dedicato ai guerrafondai, ai razzisti, agli xenofobi, ai violenti, ai sessisti, agli omofobi, transfobi, misogini e a tutti gli ossessionati dall’identità mortifera che promana dalla “vita senza concetto”, dalla fobia e dal nichilismo che prevede soltanto sé e non l’altr*-da-sé – con un sonoro ed eticissimo vaffanculo!)

***

9788806231293«Alcuni filosofi ritengono che ogni buona lezione sull’etica debba concludersi con una teoria preconfezionata da portare a casa per sapere quali sono le buone azioni, e quali quelle cattive. Io, invece, sto cercando di dimostrarvi che sapete già perfettamente distinguere ciò che si deve da ciò che non si deve fare. Sapete già che l’amore non ha sesso né genere, che ogni forma di vita non deve essere uccisa se non è davvero necessario, che le donne e gli uomini hanno gli stessi diritti, che si lavora per vivere ma non si vive per lavorare e che i vostri diritti terminano dove comincia la sofferenza di un altro corpo.
Sappiamo tutto questo, però lo ignoriamo. Edifichiamo una realtà sociale che considera normali fenomeni come l’omofobia e lo specismo, il razzismo e il sessismo, le guerre e i conflitti sul lavoro. Ecco la mia tesi. Se il movimento diventa così immorale – immorale e ingiustificato – cessa di essere movimento e si costituisce come vita senza concetto. Se l’umano è essenzialmente in movimento, allora chi si ferma smette di essere umano. L’immoralità è disumana. La violenza contro la diversità è il fallimento dell’etica proprio come l’idea che il Sole giri intorno alla Terra è il fallimento della scienza. Dover argomentare che l’omosessualità è normale è immorale. Essere costretti a rivendicare la propria normalità, quando non si toglie nulla agli altri, rende l’etica un falso movimento».

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Sul limitar della filosofia

venerdì 16 settembre 2016

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A ben pensarci la storia della filosofia è leggibile (anche) come una lunga, estenuata e mai terminata riflessione sul concetto di limite. Premesso che il limite è ciò che sempre ci definisce (la corporeità, i sensi, la pelle, il tempo, la morte, la quantità di cose che sappiamo o possediamo, il potere, e l’annessa illusione di superare tutti questi limiti fisico-naturali o spirituali), i filosofi non hanno fatto altro che ragionare su questa linea immaginaria che da una parte ci imprigiona e seppellisce in un corpo e dall’altra ci fa credere di poterne forzare le implacabili catene.
Quasi che ogni filosofia altro non sia stata che una riflessione attorno a quella linea – e del resto già la meta-fisica, fin nel nome (pur originato in maniera contingente), che cos’è se non l’immane sforzo di forzare i limiti della percezione, per vedere che cosa si nasconde dietro o che cosa c’è oltre?
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L’immaginazione: un impero nell’impero

domenica 3 luglio 2016

Spinoza-palestinese

[La prima domanda che il primo dei miei maestri filosofici mi rivolse a bruciapelo durante il nostro primo incontro, fu “ma tu sai dirmi che cos’è un’immagine?”. Lo fece prima ancora di salutarmi, probabilmente con la complicità di alcuni bicchieri di vino o di un paio di whiskey irlandesi (purtroppo l’alcol, ben più dello spirito hegeliano, lo avrebbe dopo qualche decennio condotto alla morte).
Mi fece quella domanda ridendo – un riso davvero ilare, oltre che ebbro – mentre io, che non capii se stesse scherzando, balbettai irritato una risposta qualunque (suppongo molto stupida, data la mia giovane età e ignoranza filosofica).
Scoprii in seguito che in quei giorni era ossessionato dal problema delle immagini in Platone.
Del resto l’intera filosofia platonica, a partire dall’allegoria della caverna oltre all’uso abbondante di miti, può essere considerata un corpo a corpo con le immagini e la loro potenza sulle menti umane, ben più del fulgore delle idee. Depurarsi delle immagini che i corpi (e i desideri dei corpi) depositano nelle nostre menti è il compito essenziale della scala conoscitiva che dai sensi caduchi ed illusori porta alla luce eterna – dal buio della caverna alla verità del sole. La filosofia compiuta deve aver ragione delle immagini, debellandone la velenosa infiltrazione nell’animo umano.
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Delizia di piante verdeggianti

giovedì 9 giugno 2016

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È probabile che abbia scritto e riscritto questo passo di Spinoza più di una volta. Però non l’ho ancora fatto nella versione di Mignini. E dunque riecco l’apologia del godimento, gioia e ri-creazione del corpo, umanità non ridotta a una sola dimensione secondo il sobrio ma vitalissimo Baruch:
«È proprio dunque dell’uomo sapiente servirsi delle cose e, per quanto è possibile, goderne (non certo fino alla nausea, perché questo non è prender diletto). È proprio dell’uomo sapiente, dico, ristorarsi e ricrearsi con cibi e bevande moderate e piacevoli, con profumi, con la delizia di piante verdeggianti, con gli ornamenti, con la musica, con gli esercizi ginnici, con gli spettacoli teatrali e con altre cose simili, delle quali ciascuno può fruire senza nessun danno altrui. Il corpo umano è infatti composto da moltissime parti di diversa natura che hanno continuo bisogno di nuovo e diverso alimento, affinché tutto il corpo sia ugualmente pronto a ciò che può seguire dalla sua natura e, quindi, anche la mente sia altrettanto atta a intendere più cose insieme».