Posts Tagged ‘spirito’

Il volto e il corpo dell’altro – 6. Altre filosofie: l’Oriente

lunedì 27 marzo 2017

Chi è l’Oriente?
È l’uomo in giallo
che vestirebbe in rosso se potesse
e porta in scena il sole

Chi è l’Occidente?
È l’uomo in rosso
che se potesse vestirebbe in giallo
e che di nuovo lo conduce via.
[E. Dickinson]

Ovviamente quando parliamo di Oriente indichiamo un termine o un concetto che ha il suo proprio reciproco in Occidente, senza il quale non starebbe nemmeno in piedi – con tutte le difficoltà che ciò comporta: chi designa cos’è Oriente e cos’è Occidente? In teoria dovrebbe esserci un terzo soggetto a dire cos’è l’uno e cos’è l’altro, altrimenti si corre il rischio di una inevitabile relatività della definizione (Oriente è ciò che Occidente considera Oriente – e viceversa, ma per come storicamente è andata è un viceversa debole).
Qui tratteremo Oriente – un po’ come fa l’intellettuale palestinese Edwad Said in Orientalismo, che ne critica il carattere “essenzialistico”, naturale e geografico-culturale – come frutto di una proiezione e di una mentalità: che cosa c’è dietro la categoria (occidentale) di Oriente? Non è forse quella parte di mondo che l’Occidente reputa Oriente, ma che è soprattutto marcata da una presa di distanza, da una negazione e, insieme, dall’attribuzione unilaterale di connotati immaginari?
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Amletismi – 21

domenica 21 dicembre 2014

Il nodo: a fronte di una diffusa, massiccia e pervasiva materia, di una brutale naturalità nella quale siamo innestati, dell’unico piano orizzontale da cui sorgiamo e cui siamo destinati – che cos’è quell’infima cosetta che denominiamo spirito?

Dépense

martedì 18 febbraio 2014

primi-germogli

Il mio ciliegio, che ha dormito profondamente nei mesi di questo strano inverno autunnale, pare essersi risvegliato di colpo qualche giorno fa. A lungo assorto o forse paralizzato da un pensiero di morte, si è riavuto, e ha gettato i primi germogli. Non so dire se a caso, o secondo un piano preciso. Bisognerebbe chiederlo a lui.
Germogliano in me cose che prima o poi sbocceranno, fioriranno e, forse, daranno frutto, ma per lo più si tratta di germogli congelati, tentativi abortiti, possibilità chiuse. In questo sono natura, esattamente come il mio ciliegio. E in questo lo spirito è natura – con buona pace di Hegel. Poco importa che si sappia tale, a presunta ma indimostrabile differenza del ciliegio, se la sua costellazione rimane comunque quella di un cimitero dove forse, prima o poi, sboccerà un piccolo fiore.

Hegel in Siberia

lunedì 17 dicembre 2012

coverIn realtà era Dostoevskij a stare in Siberia, mentre Hegel l’aveva azzerata, cancellata, annullata, espunta dal suo sistema storico-filosofico. E dunque Dostoevskij non poteva che scoppiare a piangere.
Avevo letto di questo piccolo saggio di Làszlò Földényi da qualche parte, in non so più quale altro libro, e mi aveva molto incuriosito per il titolo. L’autore immagina quelli che poterono essere i sentimenti provati dal condannato ai lavori forzati Fëdor Dostoevskij nell’apprendere la brutale esclusione dall’economia del mondo del luogo dov’era stato confinato e recluso.
Il tutto in poche righe. Cominciamo con quelle di Hegel:
“Anzitutto dobbiamo escludere il declivio settentrionale, la Siberia. Per noi essa è fuori del campo d’osservazione. Tutta la configurazione del paese non è tale da poter essere teatro di civiltà storica, e quindi da farsi avanti con una sua propria fisionomia nella storia del mondo”. (Filosofia della storia, ed. Nuova Italia, vol. I, p. 264).
Ed ora Földényi:
“Possiamo immaginare lo sbalordimento di Dostoevskij quando lesse queste righe al lume di una candela di sego. E possiamo rappresentarci la sua disperazione mentre realizzò che nella lontana Europa, per le cui idee era stato prima condannato a morte e poi esiliato, le sue pene non avevano alcun significato. E solo perché lui viveva queste sofferenze in Siberia, dunque in un mondo che non faceva parte della storia. Per questo motivo, da un punto di vista europeo, non si poteva sperare neppure nella redenzione. Dostoevskij poteva sentire a ragione di non essere stato solo esiliato in Siberia, ma scacciato anche nella non-esistenza… Dove solo un miracolo poteva redimerlo, un miracolo, la cui possibilità veniva esclusa non solo da Hegel, ma da tutto lo spirito europeo contemporaneo” (p. 11).
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Infimo ed eccelso

lunedì 24 settembre 2012

«Ché lo spirito è tanto più grande, quanto più grande è l’opposizione dalla quale ritorna in se stesso.»

«Il profondo che lo spirito trae dall’interno all’esterno […]  è la medesima congiunzione dell’eccelso e dell’infimo, che nell’organismo vitale l’innocenza della natura esprime nella congiunzione dell’organo della suprema perfezione, quello della procreazione, e dell’organo del pisciare. – Il giudizio infinito, come infinito, sarebbe il compimento della vita comprendente se stessa: ma la coscienza della vita che resta alla rappresentazione, si comporta come funzione del pisciare.»

[Hegel, Fenomenologia dello spirito, ed. La Nuova Italia 1973, pp. 285 e 290-1]

Lezione (hegeliana) di geografia

lunedì 18 giugno 2012

Quando mi misi a pensare all’argomento per la tesi di laurea – prima di focalizzare la mia attenzione su Rousseau, i selvaggi e l’antropologia – sottoposi a un docente germanofilo della cattedra di Storia della filosofia moderna e contemporanea dell’Università Statale di Milano, l’idea di vederci chiaro sul rapporto tra geografia e storia nella filosofia hegeliana. Un argomento non semplice, poco studiato in Italia, e che dunque avrebbe richiesto una buona conoscenza della lingua tedesca, ostacolo per me all’epoca insormontabile. Tra l’altro avrei dovuto leggermi alcuni saggi di geografi e storici tedeschi a cavallo tra ‘700 e ‘800 (tra cui quelli di un certo Ritter, geografo spesso citato da Hegel), che se andava bene erano stati tradotti in francese. Mi sarebbe poi piaciuto tirar dentro Johann Gottfried Herder, che aveva scritto due opere splendide dedicate alla filosofia della storia. Ma poiché ero già abbondantemente fuori corso, finii per lasciar perdere.
(Forse giocava anche un riflesso condizionato della mia passione di bambino per tutto ciò che aveva a che fare con la geografia e, soprattutto, con  le carte geografiche; senza ancora sospettare che la cartografia – e la crisi della ragione cartografica di cui parla ad esempio il geografo Franco Farinelli –  è cosa serissima, tanto più in epoca globale).
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Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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Apologetica vegetale

domenica 20 giugno 2010

[Sommario: Il mondo vegetale – L’anima tripartita di Aristotele – Critica alla gerarchia dei viventi – L’intelligenza vegetale – Olismo – La filosofia della natura di Hegel – L’organismo vegetale – Poesia ed estetica delle piante – Sostanza spinoziana e soggetto hegeliano – Natura e alterità – La pretesa superiorità dello spirito – L’orizzontalità degli esseri – Immanenza e paesaggio]

Ho sempre avuto una grande predilezione, che rasenta l’adorazione, per il mondo vegetale. Amo il vegetale che c’è fuori di me, in tutte le sue forme, così come amo il vegetale che c’è in me – seguendo la lezione di Aristotele, che tripartisce la nostra natura assegnandone una porzione all’anima vegetativa. Mi discosto però dall’antico maestro, e da tanta parte della tradizione occidentale che a lui fa capo, per quanto concerne la concezione gerarchica degli esseri: minerali, vegetali, animali e umani (e il resto – che è un “residuo” della superbia classificatoria)  essendo semmai tutti sullo stesso piano, enti orizzontali e connessi in un’unica modalità – immanente ed eterna – dell’essere, con nessuno di essi che valga meno o più di ogni altro; le gerarchie essendo frutti (bacati) della nostra mente malata di eccesso di protagonismo; ed essendo infine noi umani semplici coprotagonisti, alla pari di tutte le altre “creature”. Né più né meno.
(Ecco perché, oltretutto, la questione della giustizia e dell’eguaglianza, oltre che essere cocente – e cogente -, ha anche un suo proprio fondamento ontologico).

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La torta e la glassa. Note sulla natura umana

giovedì 25 febbraio 2010

La cultura è una glassa, la biologia una torta
(C. Geertz)

Poiché negli ultimi tempi si sono generate lunghe discussioni – talvolta confuse per l’inevitabile sovrapporsi  ed accavallarsi dei temi – vorrei provare a fare il punto su quello che si sta manifestando come uno dei filoni più consistenti e persistenti del blog, e che lo ha caratterizzato fin dalla sua apertura: la questione della natura umana e del rapporto umano-naturale, con le loro inevitabili ricadute etico-politiche. Non vuole (né può) essere una sintesi esaustiva, né tantomeno la (mia) parola definitiva sull’argomento – anche perché nel quindicennio in cui me ne sono occupato c’è stato un divenire (non saprei dire se uno sviluppo o un “inviluppo”), ma certo un mutamento, delle mie opinioni in merito.
Sento l’esigenza però, onde evitare continui fraintendimenti (che pure ci saranno ugualmente), di chiarire per sommi capi il mio pensiero in proposito. E, insieme, di fornire alcune coordinate di base ai sopraggiungenti, o a coloro che vorranno partecipare alla discussione in un prossimo futuro.

1. Che siamo

L’inaggirabile orizzonte ontologico di ogni discussione resta la constatazione insieme logica ed empirica del nostro essere – o, per  meglio dire, del nostro essere in uno con l’essere. Siamo, e nel dirlo c’è l’autoevidenza assiomatica e non contraddicibile di quella particella verbale. Dico “siamo”, non “sono” non a caso: intendo così prendere le distanze da quella tradizione filosofica che trova la sua massima espressione nel cogito cartesiano, che tende insieme a  soggettivizzare la dimensione ontologica e ad espellerne l’elemento sociale, naturale, storico e biologico. Una prima presa di distanza dal riduzionismo, filosofico e scientifico che sia.

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