Posts Tagged ‘stato’

Sulla mia pelle

mercoledì 26 settembre 2018

Il film sugli ultimi giorni di vita di Stefano Cucchi è importante, non solo per la ricostruzione verosimile di quella che è stata una tragedia (evitabile) frutto di un’ingiustizia assurda, di un’anomalia o del malfunzionamento della macchina statale e giudiziaria, che anziché proteggere un suo cittadino fragile lo stritola e lo getta via come un oggetto inutile – ma perché ci dice qualcosa di essenziale, ben oltre la pelle o la superficie, sia del potere sia della china pericolosa che il clima sociale va prendendo in questo paese.
Il dramma di Cucchi preannuncia, cioè, con alcuni anni di anticipo la precipitazione cui la paranoia securitaria può portare un’intera società in assenza di conflitto e di diffuse istanze libertarie e di emancipazione (del resto lo si era già visto a Napoli e a Genova nel 2001, e che qui si sia trattato di un fatto “privato” e non politico non cambia di una virgola la sostanza dei processi in corso).
Stefano Cucchi appare cioè come una figura sociale scomoda e marginale, del tutto sacrificabile sull’altare dell’ordine borghese da ristabilire – insieme a tutta la consimile feccia sociale, siano essi drogati, vagabondi, rom, poveri, immigrati, profughi e sbandati vari. Chi è al governo oggi, e non parlo solo della Lega ma anche dell’anima più forcaiola dei suoi alleati pentastellati, si è nutrito di questo risentimento sociale, del livore e del fastidio per i diversi.
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Solitudine 2.0

lunedì 12 marzo 2018

Scrive Spinoza nel capitolo 5, articolo IV del Trattato politico: «Quello Stato, inoltre, in cui la pace deriva dall’inerzia dei sudditi, che sono guidati come pecore perché imparino unicamente a servire, può essere detto più correttamente solitudine anziché Stato». È questo lo Stato dov’è assente la libertà della moltitudine, dove il potere governa con la paura (e non con la speranza), dove vige il terrore (o “una pace terrificante”, per dirla con l’ultimo De Andrè).
Ma a chi attribuisce, Spinoza, la condizione di solitudine? A chi detiene il potere o al suddito-schiavo? Direi ad entrambi – è lo Stato nel suo insieme ad essere una solitudine. Uno Stato del genere non può che essere sommamente impolitico e privo di ragione: Spinoza aveva non a caso aperto il capitolo ricordando quanto affermato precedentemente, e cioè che l’uomo si autodetermina (è soggetto a se stesso) in quanto è in sommo grado guidato dalla ragione – e in ciò è sommamente potente. Ad uno Stato guidato da ragione corrisponde un cittadino guidato da ragione, e non da passioni tristi o da sofismi privi di fondamento. E là dove ciascuno si autodetermina, non può esservi solitudine né paura – ma una comunità che si autodetermina. Una pòlis, uno stato, una comunità politica. Non un popolo-gregge.
Se però la moltitudine è costituita da solitudini – magari da atomi sociali iperconnessi alla rete e sconnessi dalla materialità dell’esistenza – ben presto un padrone busserà alla porta.

Zoon politikon – 3. Lo stato-leviatano

martedì 19 dicembre 2017

leviatano

Occorrerebbe affrontare questo tema innanzitutto da un punto di vista storico, per cercare di capire come la forma politica muta (ammesso che se ne possa identificare una privilegiata, ovvero la pòlis greca da cui siamo partiti, scegliendola come invenzione vincente dell’organizzazione sociale): in particolare com’è che si è passati da realtà politiche locali (le città-stato) ad organismi enormi come gli imperi (quello alessandrino, quello romano, poi le strutture politiche medievali, complicate dalla “città di Dio”).
Bisognerebbe anche discutere delle basi giuridiche dello stato moderno, cioè di quella forma politica che si affaccia in Europa chiaramente a partire dal XVI-XVII secolo: vi è tal proposito un grande dibattito in ambito filosofico-politico – con il cosiddetto giusnaturalismo – che tenta di spiegare la nascita dello stato a partire dal concetto-limite dello stato di natura.
Vi è poi – e credo sia l’elemento cruciale – la demografia, in stretta connessione con le trasformazioni economiche e produttive (e, più di recente, con quelle tecnoscientifiche e mediche): nella forma dello stato diventa cioè sempre più preponderante l’elemento del popolo, della nazione, dell’identità collettiva – praticamente invenzioni della modernità (anche se l’idea di patria è senz’altro più antica).
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Statolatria

sabato 9 dicembre 2017

«Il mondo attuale è suddiviso in una molteplicità di Stati che si fronteggiano. Per i figli della nazione, che sin dalla nascita hanno condiviso l’ottica statocentrica, ancora ben salda e dominante, lo Stato appare un’entità naturale, quasi eterna. La migrazione è allora devianza da arginare, anomalia da abolire. Dal margine esterno il migrante rammenta allo Stato il suo divenire storico, ne scredita la purezza mitica. Ecco perché riflettere sulla migrazione vuol dire anche ripensare lo Stato».
(Donatella Di Cesare, Stranieri residenti. Per una filosofia della migrazione)

Intransigenza

sabato 21 novembre 2015

Premesso che
1) sono molto rispettoso delle credenze e delle fedi di chicchessia
2) chiedo reciprocamente a chicchessia di esserlo del mio ateismo (anzi non-teismo) e del mio materialismo radicale
3) sono incline al relativismo piuttosto che all’antirelativismo
– non transigo tuttavia (e dunque su questo non sono per nulla relativista) sul principio illuministico, laico e libertario dell’assoluta neutralità statuale e politica per quanto concerne le suddette fedi e credenze (e ciò vale anche per le ideologie e le filosofie, naturalmente). Che dunque chicchessia può liberamente professare (se lo crede), ma senza imporle alle leggi e ai fondamenti dello Stato, né tantomeno agli altri cittadini. Su questo non transigo e sono disposto a fare le barricate: lo Stato deve rimanere non religioso, non etico, non morale, non teista, non ideologico. Senz’arte né parte. Senz’amore né sapore (nun avi né amuri né sapuri, dice il detto siciliano).
Poiché la globalizzazione impone convivenze e mescolanze forzose tra diversi, in assenza e però in attesa di future, sperabili ed utopiche armonie – molto meglio una società di cittadini che siano “stranieri morali” ma che non si facciano la guerra.

Verità minori

giovedì 6 giugno 2013

egon_schiele_003Già filosofi meno pretenziosi e umili come Lessing dichiaravano di accontentarsi di verità minori a fronte dell’Unica Verità Maggiore (e a Lessing mi ha fatto pensare l’apologo della compianta Franca Rame, narrato postumo dal suo compagno di una vita). L’Unica Verità Maggiore appare poi risibile, ma soprattutto inutile (come per sua natura non può non essere), accanto a verità minori – ma dovute e necessarie – quali quelle richieste da un corpo martoriato di un giovane concittadino che entra vivo ed esce morto dalle spire dello Stato. E la cui verità (sempre minore) esce ora di nuovo stritolata e negata dalla kafkiana Macchina della Giustizia.
Resta il fatto che l’immagine quantomai vera e vivida del volto tumefatto e devastato di Stefano Cucchi – che però non mi sono sentito di esporre – è lì ad interrogarci.

Ho un problema

giovedì 25 aprile 2013

25aprile

Ho un problema –
(e non vorrei averne in un giorno come questo, che è l’unico dell’anno, insieme al primo maggio, che sul mio calendario è segnato in rosso, rosso sangue per la precisione).
Ho un problema –
con lo stato e con le istituzioni nate dalla Resistenza (ovviamente il problema non ce l’ho con la Resistenza).
Ho un problema con i partiti che derivano da quelli che la Resistenza l’hanno fatta (mentre con gli altri, quelli che non, non ho nessun problema, il problema semmai ce l’hanno loro).
Ho un problema con il capo dello stato.
Ho un problema con il parlamento.
Ho un problema con la magistratura.
Avrò un problema con il governo, chiunque sarà a presiederlo.
Ho un grossissimo problema con quel che rimane della sinistra.
Ho un problema con questa repubblica. E con tutti gli adulti e vaccinati che la popolano (mentre non ho nessun problema con i loro bambini, ma ce l’avrò a breve, immagino).
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Non siete Stato voi

sabato 21 luglio 2012

(domani andrò a Genova per fatti miei; ciò non toglie che ne approfitterò per ripercorrere alcuni tratti della moltitudinaria manifestazione cui partecipai 11 anni fa, sostare in Piazza Alimonda e passare davanti alla scuola Diaz. E per sputare sullo Stato di cui parla Caparezza nel video qui sotto)

Non siete Stato voi, uomini boia con la
divisa che ammazzate di percosse i detenuti.
Non siete Stato voi con gli anfibi sulle facce disarmate
prese a calci come sacchi di rifiuti […]
Non siete Stato voi col busto del duce sugli scrittoi
e la costituzione sotto i piedi.

Il libretto rosso

giovedì 19 luglio 2012

Ho ascoltato stamane, ancora un po’ assonnato e dunque a stralci, un’intervista di Radio Popolare a Enrico Deaglio, autore del libro Il vile agguato, sulla strage di via D’Amelio. Mi è ad un certo punto giunto un frammento a proposito della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino, misteriosamente scomparsa. Deaglio diceva che non è tanto il valore in sé di quel libretto (che magari non contiene nulla di importante), ma il suo essere simbolico di un’intera stagione della storia italiana.
Cioè: quell’agenda è la cifra del modo in cui lo Stato italiano per decenni – da Piazza Fontana, ma a ben vedere fin dalla Strage di Portella della Ginestra – ha tramato, organizzato, coperto, gestito gran parte della propria nerissima storia politica, sociale e giudiziaria.
Al che, mentre terminavo di far colazione, ho associato tutto ciò alla figura hobbesiana del Leviatano. Hobbes pensava che lo stato – ab-solutus – non dovesse essere soggetto ad alcun controllo, né fosse tenuto al rispetto dei patti con i suoi cittadini-sudditi. Esso è un “Dio mortale” che detiene il monopolio del giudizio sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto, e dunque, in ultima analisi, sulla verità.
La ragion di stato coincide così con la verità di stato. Concezioni incompatibili con lo spirito filosofico, che ha nel proprio cuore la ricerca moltitudinaria della verità, non il suo monopolio. Spinoza contro Hobbes, insomma.
Dopo secoli di statolatria, sempre più assomiglia ad una favola quel motto che dice “lo stato siamo noi”. L‘État c’èst moi, sembra più corretto e veritiero. L’alibi che senza lo stato sarebbe peggio e torneremmo ad essere lupi che si sbranano l’un l’altro, non deve esimerci dal ricercare e battere altre strade della convivenza.
Ricordare l’uomo di stato Borsellino assume così tutt’altro significato.

Di vita d’amore e di morte (ma anche di scuola e d’economia, e persino del tricolore)

giovedì 17 marzo 2011

Della patria e dell’Italia non me ne frega niente. Sono cosmopolita per natura: per caso son qui, per caso son cittadino italiano, per caso parlo questa lingua. Sarei potuto benissimo essere un cittadino tunisino o coreano od anche un alieno coplanetario del voltairiano Micromega.
In fatti come questi non c’è alcuna necessità metafisica – come del resto in tutti i fatti: e qui mi scopro profondamente humeano!
Dunque stiano ben lontani da me la retorica nazionalistica, le fanfare, l’amor di patria, i fratelli d’Italia (perché non le sorelle poi?), inni e bandiere.
Ciò non toglie che, contro ogni separatismo neocorporativo, neoetnico o neofeudale, rivendichi l’acquisizione del moderno concetto di cittadinanza come un punto di non ritorno. Una cittadinanza concreta e piena di cose, però, né formale né borghese né liberale. Una cittadinanza che mette al centro ciò che è comune e sociale.
Insomma un giro di parole per dire che oggi festeggerò a modo mio il mio essere un comunista della cittadinanza o un cittadino dell’internazionalismo comunista – anche se in salsa (e in lingua) italiana. E festeggerò incazzandomi un po’ (tanto per cambiare) e criticando l’attuale tentativo in corso di minare e far fuori uno dei documenti basilari di riferimento di questo mio essere cittadino qui e ora: la costituzione (in questo caso italiana) e la nozione di cittadinanza (un bel po’ più ampia e ariosa) che la fonda – motivo per cui lo scorso sabato 12 marzo ero in piazza, in una delle tante piazze italiane (una molto a nord, visto che mi trovavo a Sondrio).

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