Posts Tagged ‘strada’

E la nave va

martedì 5 novembre 2013

La nave dei folli_Bosch

Esistono metafore che escono da se stesse, fino ad autosfondarsi per fondare una realtà altra. D’altro canto è la radice stessa del verbo che regge la parola “metafora” ad avere un carattere transeunte ed uscente da sé: metaphero significa “trasporto, trasferisco”, ma anche “cambio, confondo, rivolgo, mi aggiro”. Metaforizzare è andare da un’altra parte – ma non è la parte dove si va quel che conta, quanto piuttosto il portarsi da quella parte, il trasferirsi, l’andare per l’andare, il cambiare di posto – un luogo che è collegato a tutti i luoghi.
Ecco perché i romanzi di Cormac McCarthy, tanto per fare un esempio di un autore che amo molto, pur utilizzando la strada come metafora della vita, finiscono per confondere i piani, e la metafora è la cosa stessa – e d’altro canto la vita è la strada dei viventi così come la strada è la scena essenziale della vita (degli umani in particolare). Ma quel che più conta è che è la vita stessa ad essere metafora di se stessa, poiché si autorappresenta (ed autofonda) come svolgimento, mutazione, movimento, perenne trasferimento di senso da sé a sé. E il senso – così come l’essenziale funzione simbolica della specie umana – funziona proprio così: si tratta in verità di una rete di significati, di simboli, di metafore, dove ogni luogo ed ogni parte richiama l’intero dispositivo (ciò che dis-pone le parti e i luoghi). Ogni cosa è cioè in relazione ad altro, e dunque, paradossalmente, è se stessa solo in quanto significa, allude, transita verso l’alterità. Ogni cosa è metafora ed ogni metafora è cosa.

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Trilogia filosofico-letteraria – 3. Promesse violenze

venerdì 17 febbraio 2012

“Ché del dolore ce n’è,
sto per dire, un po’ per tutto”

Romanzi duri e violenti, com’è dura e violenta la strada. Quella allucinata di Raskol’nikov, quelle stranianti (e persino apocalittiche) di McCarthy, ed ora quelle degli umili e dei potenti di Manzoni. Anche qui strade, fin troppo note, interrotte: quella dell’ignavo Don Abbondio che incontra i bravi; le strade dei due sposi promessi che si divaricano; il viottolo di Renzo che incrocia l’ampia strada della storia; quello di Lucia che s’imbatte in alcuni straordinari ritratti del male, della violenza e della sopraffazione (da Gertrude all’Innominato, passando per Don Rodrigo).
Non comincio nemmeno ad affrontare le tematiche classiche del mondo di Manzoni, la storia, la provvidenza, la fede, ecc. (ne ho già avuto abbastanza a scuola e all’università). Ma siccome ora sono libero di rileggere il grande affresco manzoniano senza tener conto di criticoni ed azzeccagarbugli, dico un po’ quel che mi pare.
E dico che I promessi sposi possono esser letti anche come una raffinata e però dura fenomenologia della violenza e della sopraffazione. Una struggle for live neodarwinista e sociobiologica ante-litteram. Non può cioè non colpire come la cifra tragica rimanga quella dell’Adelchi: “non resta / che far torto, o patirlo. Una feroce / forza il mondo possiede, e fa nomarsi / Dritto”.
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Trilogia filosofico-letteraria – 2. Le strade stranianti di McCarthy

lunedì 13 febbraio 2012

“Come McCarthy riesca a ripetere lo stesso schema narrativo per un intero romanzo senza stancare e stancarsi a sua volta (o impazzire) è un mistero” – ricevetti questo messaggio del mio amico Marco in spiaggia, l’estate scorsa in Sicilia, proprio mentre mi sciroppavo la Trilogia della frontiera.
Credo che lo “schema” in questione possa essere tradotto visivamente in quel lungo nastro fatto di polvere e orizzonte a perdita d’occhio, di fronte al quale prima o poi ciascun personaggio mccarthyano viene a trovarsi: «Disse che stava andando lì dove lo avrebbe condotto la strada» – qui è un cieco incontrato da uno dei giovani della Trilogia a parlare. Ma è già l’incipit del primo romanzo – Il guardiano del frutteto – ad annunciare un programma narrativo mai più abbandonato per quasi mezzo secolo: «Era da un po’ che non passava nessuno, e la strada era ancora bianca e arroventata nonostante il sole stesse già tingendo di rosso il cielo a occidente».
È insomma vero che lo schema dei romanzi di McCarthy è sempre lo stesso – o per lo meno, per quel che conosco e ho finora letto, tutte le narrazioni ed i loro protagonisti sono riconducibili ad un unico filo conduttore: umani erranti gettati (heideggerianamente) nel mondo, o, appunto, nella strada – siano questi sopravviventi alla giornata come Suttree (la cui strada è un fiume), o i giovanissimi fuggiaschi e cavalieri della Trilogia della frontiera, oppure il padre e il figlio sopravvissuti alla catastrofe: in quest’ultimo caso lo schema narrativo si palesa icasticamente fin nel titolo.
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