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sabato 19 maggio 2012

“Ho paura di crescere in questo paese” – tra i tanti commenti che oggi ho letto o ascoltato, questo mi è sembrato uno dei più terribili e sinceri. Lo ha scritto Gabriele, un ragazzo che conosco, più o meno coetaneo di Melissa, la ragazza uccisa questa mattina a Brindisi.

Strategia della tensione?
Sì, certo che lo è, qualsiasi mano abbia messo la bomba: nessuna casualità, troppi simboli ad affollarsi lì intorno. Ratio quantomai politica. Strategia allo stato puro: una teoria che genera un fatto – corpi che esplodono – che a sua volta genererà altre teorie. Parole e simboli pronti all’uso. Magari per bastonare o lanciare altre bombe.

La storia che quelle ragazze e quei ragazzi dovrebbero studiare sui libri, certo annoiandosi e sbadigliando, si è presentata in carne ed ossa – ferro e fuoco – stamattina. Ha bussato alle loro porte. Una storia che da questo paese non se ne vuole andare – piazze, treni, stazioni, musei, ed ora persino scuole. Scuole!

Fare silenzio? Solo per un momento.
Subito dopo urlare, ma non da soli.
Un grido collettivo che dica no e basta e mai più.
E che batta altre strade.
Non certo quelle di una pace terrificante.

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Purtedda

martedì 1 maggio 2012

U me cori
doppu tantanni
è a Purtedda
è nta petra
è nto sangu
di cumpagni
ammazzati.

Due volte son passato di qui – era l’estate del 2010 – al tramonto e all’alba; e due volte ho sostato pensoso e commosso di fronte a queste pietre – di nuovo pietre – che ricordano le 11 vite spezzate a Portella della Ginestra il primo maggio del 1947, dalla banda di Salvatore Giuliano, il massacratore del popolo al soldo di agrari e mafiosi. Ho cercato di immaginarmi quel giorno, il clima di festa, la vittoria elettorale recente, il movimento che andava crescendo, finalmente un poco di riscatto e di libertà, l’allegria sui volti, e poi quegli spari su uomini, donne, bambini inermi. La loro eco risuona ancora, qui tra queste pietre, così come i nomi dei contadini di Piana, San Cipirello e San Giuseppe, forti e chiari:
Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Di Salvo Filippo, Di Maggio Giuseppe, Intravaia Castrense, Grifò Giovanni, La Fata Vincenza.
La strategia della tensione ebbe inizio vent’anni prima di Piazza Fontana. Cominciò qui, a Portella.

Le ceneri di Bologna

lunedì 2 agosto 2010

Non avevo ancora compiuto diciott’anni il 2 agosto 1980.
Sto faticosamente cercando in questi giorni di rivivere il clima di quel periodo della mia vita. Da quel che posso ricordare, oltre al dolore e allo sconcerto nell’immediato, si trattò in ultima analisi di una sorta di iniziazione traumatica alla storia: ecco, forse la strage di Bologna (e più in generale i fatti di quei mesi) significarono per me il definitivo abbandono dell’epoca d’oro dell’infanzia e l’ingresso nell’età adulta.
La memoria è un meccanismo complicato, ben lontano dall’essere stato indagato a fondo: ci sono scomparti vivi e altri impolverati, alcuni rimossi e altri ancora vuoti o che non sono nemmeno stati registrati. E però nemmeno questo modo di intenderla funziona: essa è, per certi aspetti, un organismo vivente che concresce con la nostra biografia, e, come ogni bios, è selettiva, assorbe alcune cose, altre le scarta, ma soprattutto le stratifica e rimescola e confonde di continuo. Fino a  diventare un mostro deforme.
Se dunque tale deformità (che è sempre una difformità dall’esperire originale – che pure era già un  interpretare – e dunque una sua continua reinterpretazione) non ha ancora stravolto quella zona del ricordo, il 2 agosto di trent’anni fa, quando dalla radio appresi che “una caldaia era esplosa nella stazione di Bologna”, il mio pensiero corse ai miei genitori e a mio fratello partiti il giorno prima per la Sicilia, con uno di quei treni estivi stipati di migranti di ritorno, bambini e valigie, in una babele di voci, accenti e dialetti. Proletari inurbati di recente che tornavano al paese.

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