Posts Tagged ‘sympatheia’

Bòtte a Diogene

martedì 27 dicembre 2011

Ciclo di filosofia con i bambini 2011/2012 – Terzo resoconto

Simone dichiara fin dal primo incontro che “se questa è la filosofia” allora proprio no, non gli piace.
Che cosa non ti piace – gli chiedo.
Il fare polemica – mi risponde. Questo continuo far loro domande da parte mia, farsi domande da parte loro, arrovellarsi ed attorcigliare la mente – con poche risposte certe in mano alla fine – evidentemente lo turba. Gli risulta fastidioso dover sempre discutere, interrogarsi, interloquire, contrastare, polemizzare.
Eppure è il sale della filosofia – gli dico (e della vita, vorrei aggiungere).
Com’è che si chiama il tuo blog? – mi chiede durante l’ultimo incontro prima di Natale.
La Botte di Diogene. Perché?
Mi fa sornione: dovresti cambiargli nome e chiamarlo “le bòtte a Diogene”. E si sposta vicino alla finestra, minacciando scherzosamente (almeno spero) di buttarsi di sotto se continua questa baraonda filosofica.
Allora gli dico: guarda che hai proprio sbagliato bersaglio, quel Diogene lì era esattamente come te, un rompiscatole, uno scettico, uno a cui non andava bene niente – in fondo uno polemico, che è quello che Simone non vorrebbe essere. E dunque, guarda un po’ che cosa strana, concludo: sei molto più filosofico di quanto tu non pensi.
(more…)

Annunci

Quel che penso davvero in 19 tesi

giovedì 3 dicembre 2009

(Questa volta la summa è farina del mio sacco mentale – anche se le granaglie provengono da antiche e sparse comunità agricole, passate poi sotto le macine  del tempo. Si tratta di sintetiche quanto ellittiche suggestioni di quel che penso a proposito del nostro posto nel mondo. Scritte in concomitanza col mio terzo compleanno vegetariano. Dedicate dunque alla cura e alla pietas che si devono agli enti, ai viventi, agli animali –  e forse un po’ anche a noi stessi. Non sentimentalismo, non pietismo. Cura e pietà semmai, cioè modalità della ragione. Quel “davvero” del titolo è solo un rafforzativo, un esornativo o uno stratagemma retorico – da intendersi a piacere. Mentre il numero 19 è del tutto casuale).

***

1. Il nostro essere nel mondo è innanzitutto un essere inclusivo. Noi abitiamo il mondo, ne siamo parte integrante, innestati, fusi e confusi in esso.

2. Ma la mente ha la tendenza a considerare l’essere nel mondo in modo esclusivo: gli umani si sono sentiti, immaginati e rappresentati, via via, come i padroni del mondo, la punta di diamante del mondo, addirittura fine e scopo del mondo – fino al delirio di onnipotenza di credersene creatori e ideatori. Il tutto sarebbe apparecchiato per noi. Il mondo come cosa nostra e nostra rappresentazione.

(more…)

Compieta

martedì 10 febbraio 2009

pietarondaninimichelangelo1

‘Te lucis ante’ sì devotamente
le uscìo di bocca e con sì dolci note,
che fece me a me uscir di mente
.
(Purg., VIII, 13-15)

Pietà. Relazione primaria, immediata. Sentimento dolceamaro.
Identificazione all’altro, disidentificazione dal sé.
Puro sentire. Sé come un altro, l’altro come sé.
Caduta delle barriere erette dal pensiero astratto.
Andare alle origini del vivente.
Sentire che ciò che pulsa in me è lo stesso pulsare che è nell’altro.
E “me” e “altro” sono costrutti provvisori,
attraverso cui traspare l’elemento comune.
La vita, l’esistenza, l’essere che accomuna.
Vedere le differenze come costruzioni mentali
generate dall’autoconservazione, dall’impulso all’esclusività;
vedere le uguaglianze come schemi che raccolgono,
ordinano e finiscono per gerarchizzare.
Andare al di là delle differenze e delle uguaglianze.
Fino alle fonti del sentire, del vivere,
all’indifferenziato, all’immanente, alla radice.

(more…)

LIBERI ACCOSTAMENTI

giovedì 16 ottobre 2008

Ho letto per caso in rete un post provocatorio di Dacia Valent dal titolo inequivocabile Italiani di merda, Italiani bastardi, pubblicato un paio di settimane fa sul suo blog Verbavalent. Non condivido per nulla il linguaggio di quel pezzo (troppo simile alla prosa di Oriana Fallaci per i miei gusti), non certo perché sia fiero di essere “italiano”, cosa di cui mi frega ben poco, ma perché ritengo che la semplificazione/riduzione anche quando è generata dalla rabbia e dall’indignazione fa il gioco dei nemici del conflitto e della giustizia sociale, dei guerrafondai e dei razzisti/xenofobi, dei suprematisti, degli etnocentrici e di tutti i delirii identitari inventati dagli umani. Tuttavia…

Ho già avuto modo di citare il grande pensatore illuminista tedesco Gotthold Ephraim Lessing e la sua posizione a proposito di eroismo e di buone azioni. Ma repetita juvant: nel primo dei suoi Colloqui per massoni, a proposito della neutralizzazione del bisogno di opere buone da intendersi come conquista razionale (“massonica”) e dunque vero progresso dell’umanità, Lessing allude ad azioni “che parlano da sole, starei quasi per dire, che urlano”. Ma, conclude, “le vere azioni dei massoni mirano a questo, a rendere superflue, per la massima parte, tutte quelle azioni che comunemente si usa definir buone”.

Ciascuno, ora, è libero di interpretare come vuole il mio libero accostamento di queste due modalità espressive, linguistiche e concettuali alla solitudine e all’ingiusto (stavo per dire inutile) eroismo di Roberto Saviano, cui va necessariamente tutta la mia solidarietà…

Aforisma 9

martedì 14 ottobre 2008

Patire, agire, interagire: istruzioni per l’uso.

Patire: lasciare che le cose accadano: quasi sempre – specie nei giorni lavorativi e nella quotidianità.

Agire: solo eccezionalmente – e comunque nei dì di festa, e quando nostra signora “la” storia bussa alla porta.

Interagire: sempre – ma ricordarsi di non farlo solo con i simili e gli umani.

BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

martedì 23 settembre 2008

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

(more…)

VEGETARIANI DI TUTTO IL MONDO…

mercoledì 25 giugno 2008

Bene! Leggo sull’inserto R2 della Repubblica di oggi che il numero dei vegetariani nel mondo è in crescita. Non sono un idolatra delle quantità (sempre meglio la qualità), ma esiste pur sempre la dialettica legge di engelsiana memoria di conversione della quantità in qualità – e quindi talvolta è bene partire dai numeri: India 180 milioni, Stati Uniti 7 milioni, Germania 6 milioni, Gran Bretagna 5 milioni, Italia 2,9 milioni (non male per un paese così culturalmente arretrato), Francia e Spagna 1,3 milioni (in questo i nostri cugini europei sono decisamente meno “avanzati” di noi…).
Poi: l’acqua consumata per produrre un chilo di carne è qualcosa come 20.000 litri contro i 200 per fare un kg di insalata; il 18% delle emissioni di diossido di carbonio sono prodotte dall’allevamento; il 40% dei cereali coltivati nel mondo vengono assorbiti dall’allevamento (percentuale che negli USA sale all’incredibile cifra del 70%); 1 ettaro di terra ha una resa proteica 12 volte superiore rispetto alla stessa superficie coltivata per nutrizione animale; all’effetto serra contribuiscono per il 18% i latticini, per il 10% polli e pesci, per l’11% la frutta, per l’11% i cereali, per il 20% oli, bevande, dolci e altro – e per il rimanente 30% la carne rossa!!!! Eccetera eccetera.
Sono d’accordo con Franco Battiato, intervistato per l’occasione, che non lancerebbe mai anatemi contro i carnivori, e che non è convinto della campagna promossa da Paul McCartney, che invita i suoi connazionali a non mangiare carne di lunedì per aiutare l’ambiente… (perché poi proprio di lunedì? non sarebbe meglio di sabato o di domenica, quando si consumano infiniti banchetti sacrificali, causa prima e diretta di immani stragi di animali, ben più di quelle del sabato sera sulle strade di mezzo mondo?). Ma, appunto, Battiato pensa che sia meglio non dare consigli agli altri e partire da sé – che è esattamente quello che penso anch’io, che però, come lui, “non posso più nutrirmi di qualcosa che è così vicino alla sensibilità umana”. Proprio non ce la faccio, ed anzi non mi capacito di come abbia potuto essere cannibale per così tanta parte della mia vita…

(Umberto Veronesi scrive: “Sono vegetariano da quando ho iniziato a scegliere, e la mia è una scelta d’amore, di filosofia e di scienza. Di amore per gli animali e per la vita in tutte le sue forme, specialmente quando è inerme e non può far valere il suo bisogno disperato di sopravvivere. Nessuna esistenza è piccola, nessuna è insignificante. Mangiare è una forma di celebrazione della vita, e non negazione della vita stessa ad altri esseri viventi, perché “inferiori”. […] La filosofia del vegetarianesimo è la non-violenza e la violenza a cui gli animali da macello sono sottoposti è efferata e crudele. […] Rinunciare alla carne inoltre è per me anche una forma di solidarietà e responsabilità sociale. […] Una dieta priva di carne non ci indebolirebbe certamente, e ci rimetterebbe in armonia con gli equilibri naturali perfetti del nostro pianeta”.)

PHILÍA

martedì 18 dicembre 2007

amici.jpga Marco
φιλος εν
φιλοσοφια
φιλοσοφος εν φιλια

Ho sempre avuto un culto particolare per l’amicizia. Nella mia prima giovinezza coltivavo le amicizie come si fa con le piante preziose di un giardino botanico. Ne avevo una cura maniacale. Ricordo che prima di addormentarmi, la sera, passavo in rassegna gli amici e le amiche che avevo incontrato o sentito durante la giornata, ne riassaporavo i volti, le parole, i gesti, il calore, la vicinanza, gli insegnamenti e pregustavo gli incontri del giorno dopo o dei giorni successivi. La distanza tra un incontro e l’altro mi sembrava sempre eccessiva. Catalogavo le amicizie e gli amici, non perché volessi costituire gerarchie – anche se la tentazione dell’amico o dell’amica più importante a tratti l’ho avuta – ma perché mi beavo di quella straordinaria diversità. E talvolta mi chiedevo: com’è che io, che sono un solo individuo, posso essere amico di persone così varie e diverse tra loro? La risposta mi appare ovvia oggi, ma allora non lo era. Mi sarebbe poi piaciuto che tra loro si conoscessero, mi piaceva immaginare giochi alchemici, reazioni, talvolta anche amori possibili. Il mio ideale era quello della koiné, una sorta di vita comune tra amici. Ho poi sempre reputato l’amicizia una forma superiore di amore rispetto ad altre, specie all’eros e all’attrazione sessuale in genere. Non che nell’amicizia non ci sia una componente erotica: non si può essere amici di persone da cui non si è attratti anche fisicamente. Ma l’amicizia disdegna per sua natura l’antagonismo o le complicazioni implicite nei giochi amorosi e di coppia. E’ più agape che eros, per dirlo con la lingua greca. Gore Vidal raccomandava giustamente di non fare mai sesso con gli amici, a meno che non se ne voglia mettere a repentaglio il rapporto. Ma non voglio qui occuparmi dei risvolti psicologici o sociali. Mi preme invece puntare l’attenzione sulla valenza filosofica dell’amicizia. Occorre qui rifarsi ad Aristotele, il primo pensatore che abbia trattato in maniera sistematica il tema dell’amicizia da un punto di vista filosofico.

(more…)

IL VOLTO (ancora sulla memoria, ancora sui migranti)

sabato 13 ottobre 2007

lontano-da-qua-by-fotocollasso.jpg

Prologo. Secondo il filosofo Emmanuel Levinas, “noi chiamiamo volto (visage) il modo in cui si presenta l’Altro”. Il volto, che vive biblicamente nel povero, nello straniero, nella vedova e nell’orfano, e che porta scritto in se stesso il comandamento “non uccidere”, ha un’esplicita valenza etica, anzi rappresenta la struttura di ogni eticità possibile. “Il volto mi chiede e mi ordina. La parola Io significa eccomi. Fare qualcosa per un altro. Donare. Essere spirito umano significa questo”. Il volto è anche la fragile esposizione all’altro che ne diventa in qualche modo responsabile, il consegnarsi, spesso inerme, alla sua pietas. E’ difficile guardare in faccia il nemico che si uccide, talvolta intollerabile.

Qualche giorno fa ho ricordato un episodio capitatomi al mio arrivo in Sicilia lo scorso 10 agosto. Lo avevo completamente rimosso per due lunghi mesi e poi, all’improvviso, attraverso una di quelle misteriose catene associative tramite cui talvolta la nostra memoria si attiva, mi è “tornato alla mente”. In realtà era catalogato da qualche parte, racchiuso in qualche sinapsi o neurone dormiente che poi si è improvvisamente rianimato. Ma veniamo all’episodio. Sto per prendere il treno che da Messina mi porterà al mio paese sui Nebrodi, e dopo l’aereo, l’autobus, la nave e il tram l’ennesimo trasbordo nella calura agostana sta cominciando a fiaccarmi. Sono però felice per il mio arrivo, per il mare, per il sole, per l’aria, i profumi. Ma non sto a farla lunga. Sulla banchina della stazione mi avvicina una donna straniera, dai tratti sembra asiatica, forse indiana o pachistana, sulla cinquantina, e mi chiede un’informazione sul treno. Io le rispondo, ma poi capisco che non le basta, che vuole qualcos’altro da me. In verità sono un po’ infastidito, avrei voluto godermi in perfetta solitudine il momento dell’approdo, dell’arrivo. Sono molto geloso quando celebro i miei riti. E forse c’è anche dell’altro che non sto a indagare, magari quella melma fastidiosa che ribolle nel nostro basso ventre quando si è avvicinati da un estraneo, per di più così tanto estraneo…

Alla fine lei capisce che non intendo molto starla a sentire e, pur seguendomi nello stesso vagone, si siede nell’altra fila di sedie. Ma dopo l’incrociarsi fugace di qualche sguardo, alla fine decido che la mia dorata solitudine protosicula può anche andare al diavolo, e a maggior ragione l’eventuale irrazionale e ancestrale diffidenza. La invito a sedersi di fronte a me e cominciamo a parlare. Poche parole, in verità, conosce pochissimo l’italiano. Ma al di là della storia frammentata che le mie orecchie ascoltano (la solita storia di sfruttamenti, profittatori, bastardi che promettono, illudono e nè mantengono né pagano, naturalmente italianissimi), sono il suo volto e i suoi gesti che mi colpiscono profondamente. Il suo sguardo impaurito e implorante, le mani insicure, quel fremere di tutto il corpo, le sue lacrime discrete. Stava andando, qualche stazione dopo la mia, a trovare un amico – un “paesano” – che forse avrebbe potuto lenire la sua sofferenza e la sua disperazione. O magari si sarebbe rivelato l’ennesimo bastardo profittatore. Ho realizzato che quella donna, quel volto erano disperatamente soli, persi nel nulla, e invocavano aiuto. Poi, rinfrancatasi un momento, su mia sollecitazione comincia a raccontarmi della sua famiglia in India, dei suoi figli più che ventenni, del villaggio, di quanto le manchino. Anche qui, poche frasi smozzicate, e i suoi occhi e la sua bocca che cercano di tendersi in un sorriso, senza molta convinzione. Poi mi preparo a scendere, è arrivata la mia stazione, la saluto con tutto il calore che mi è possibile per le circostanze augurandole buona fortuna.

Il volto di quella donna mi ha devastato in quell’attimo durato poco più di un’ora, per poi sparire per due mesi e infine riaffiorare misteriosamente dall’oblio. Ecco perché ho deciso, affinché non rischiasse di tornare per sempre nel nulla, di fissarlo nella scrittura. Poca cosa, certo. Poca cosa…

foto di FotoCollasso

FECCIA MIGRANTE

sabato 6 ottobre 2007

passaggio-migrante.jpg

Mi verrebbe da dire che solo chi è stato a suo tempo migrante può capire, immedesimarsi, penetrare in quegli spiriti e in quei corpi ondeggianti, stipati, fragili, insicuri, spesso sfruttati e schiavizzati, talvolta sconfitti e spezzati. Ma: 1) purtroppo succede che talvolta la memoria diventi corta, anzi cortissima, sommersa magari dallo scintillìo dei beni di consumo; 2) e poi, la sympàtheia, quella conformità del sentire, quella vibrazione concorde, quel sentire e soffrire insieme, sentire all’unisono – un sentimento profondamente filosofico, che è un con-essere, un con-esistere, un con-vivere senza del quale si è perduti –, ebbene non sempre si attiva.

Gianni Biondillo nel suo ultimo romanzo, Il giovane sbirro, ha scritto una pagina straordinaria di sympàtheia che non posso non riportare per intero:

“C’era tutto il mondo in quelle file. Peruviani, magrebini, nigeriani, rumeni, ecuadoriani, cinesi, brasiliani, bulgari, senegalesi, pakistani. Tutto il mondo che premeva da anni alle porte dell’Italia e l’Italia che li raccoglieva a mazzi, senza un ordine logico, un po’ li distribuiva nelle cave di pietra, nei cantieri, nei campi di pomodoro, nelle fabbriche abusive, negli allevamenti di bestiame, per quattro soldi, senza sicurezza alcuna, lasciandoli dormire in stamberghe esattamente come era capitato due generazioni prima agli stessi italiani in giro per il mondo, additati a portatori di peste, di malattie, di degenerazioni umane e sociali, diffusori di fanatismo religioso, mangiacipolle, mangiaglio, mangiapeperoncino, puzzolenti delinquenti, assassini, accoltellatori, stupratori. E ora finalmente l’Italia si vendicava, ora che i soldi non venivano più dalle rimesse degli emigranti nelle Americhe, ora che ci si fregiava di essere una delle otto nazioni più ricche del mondo, finalmente poteva, da popolo sfruttato, diventare popolo sfruttatore, indice vero di ricchezza libertaria. Ed in fondo perché dimenticarlo? Forse che gli antichi filosofi ateniesi non avevano gli schiavi? Forse che i fondatori della carta costituzionale americana non avevano gli schiavi? Forse che la democrazia, perché funzioni come un grazioso carillon, non ha bisogno di nascondere sotto il tappeto tutta la sporcizia? Ed ecco, il-giovane-sbirro.jpgliberatorio, purgante quasi, finalmente giunto il momento di dare a qualcun altro l’epiteto di mangiacipolle, di stupratore, di fanatico religioso. Liberarsi dal sé, elevarsi a divinità. Prima che la marea – fatta di miliardi di delinquenti stupratori mangiacipolle – pressante fuori dalle porte del nostro giardino, con tutta la sua volgarità, distrugga lo steccato e tracimi definitivamente, in quel prato così ben rasato dal nostro amabile giardiniere filippino, che lui è come uno di casa, uno di famiglia, e io non sono di certo razzista, è che loro sono troppi, diciamocelo. E dunque, raccolti a mazzi e mandati a morire caduti dalle impalcature nei nostri cantieri edili, o bruciati vivi nei sottoscala a produrre falsi abbigliamenti griffati, ogni tanto il democratico popolo italico sentiva il bisogno di agguantarne, a caso, una manciata di questi ingrati giramondo per rimandarli al loro paese, come fosse l’offerta votiva da farsi, ogni tot, al Dio dei bei tempi andati, quando tutti ci si conosceva, si lasciava la porta di casa aperta e qui era tutta campagna. Qualche politico lombardissimo aveva alzato la voce ed era scoppiata una caccia al clandestino che a confronto una derattizzazione nelle fogne di NYC sembrava cosa da educande. Gli zelanti servitori dello Stato servivano, servi, e nulla spiegazione chiedevano. Questa è la potenza della legge, che ci sovrasta e ci permette di far dormire sonni tranquilli alla nostra coscienza. I servitori servivano, da giorni, con uno zelo peloso, raccoglievano tutto ciò che trovavano per strada e lo portavano nei CPT. E poi smistavano per città, per paesi, a Crotone, a Bari, a Bologna. Che qui, in via Corelli, si scoppiava da settimane. Altro che 120 persone di massima capienza. Non si sapeva più dove metterla questa feccia migrante…”

Fotografia di ro_buk