Posts Tagged ‘tempo’

Settimo fuoco: entropè

mercoledì 27 aprile 2016

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Etica – estetica – scienza
tenteremo di far convergere questi filoni di pensiero e di ricerca, di riunificare cioè quel che per troppo tempo (specie dal XIX secolo in poi) è rimasto separato.

Carlo Rovelli – nelle sue brillanti Sette brevi lezioni di fisica – lo fa allusivamente.
Enzo Tiezzi – nel testo base di questa sera, Fermare il tempo – lo fa programmaticamente: tanto è vero che il sottotitolo è Un’interpretazione estetico-scientifica della natura.
[A tal proposito occorrerebbe subito perorare la causa di ben due riunificazioni urgenti:
a) quella tra due aspetti della natura, già chiaramente identificati da Galileo, ovvero quantità (proprietà primarie della materia) e qualità (secondarie, inessenziali) – la prima oggettiva, e dunque misurabile, l’altra soggettiva, e dunque poco attinente ad una conoscenza rigorosa. È un argomento affascinante, del quale ho diffusamente parlato qui, ma che ci porterebbe troppo lontano.
b) e quella – ormai vetusta ed incomprensibile – tra scienze naturali e scienze umane, tra cultura scientifica e cultura umanistica]

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Stupefazione

sabato 18 aprile 2015

To-The-Wonder-Screenshot-3

Qualche sera fa ho partecipato volentieri alla visione e poi alla discussione di To the wonder, film di Terrence Malick del 2012, giustamente inserito nel programma del cineforum a cui da anni sono iscritto. Un film piuttosto tipico dello stile di questo regista atipico, e contiguo alla forma e alle tematiche di The tree of life, cui inevitabilmente va accostato.
Una buona metà delle persone presenti in sala, nell’alzarsi al termine hanno espresso insieme sollievo e disagio: che Malick fosse un regista difficile dovevano pur saperlo, gli spettatori presenti, tra i quali ho sentito più d’uno parlare esplicitamente di “noia”. Il conduttore del dibattito – un decano del cineforum – ha lanciato, come sempre, le sue provocazioni, sia a chi stava uscendo (vorrei sapere cosa ne pensate, soprattutto voi che state uscendo), sia poi ai pochi rimasti in sala. Il buon Celeste si è prodigato nel difendere l’estetica e le legittime intenzioni del regista, che ha scelto uno stile cinematografico spigoloso e ben poco amabile o ammiccante: del resto siamo al cineforum, e non ad uno dei tanti multisale e parchi-divertimento.
Ciò non toglie che, al di là del giudizio sulla riuscita o meno (certo meno di altri) del film in discussione, occorra nel caso di Malick farsi preliminarmente una domanda secca (che è poi quella che ho posto nel corso del dibattito): è possibile trasporre in forma cinematografica dei concetti filosofici?

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Amletismi – 20

lunedì 16 giugno 2014

Si constata da qualche decennio un profondo cambiamento nella concezione del tempo (per lo meno in relazione a quella affermatasi in epoca moderna). Non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti davvero di una trasformazione epocale o di qualcosa di passeggero. Si sostiene a tal proposito che invece di una concezione cronologica, sequenziale, causale, diacronica, se ne starebbe affermando una sincronica, in cui i fatti non avvengono più secondo un ordine evolutivo e temporale, ma starebbero tutti sul medesimo piano, come in una rete di contemporaneità che li tiene (o li frulla) insieme. Le ideologie della fine della storia, della comunicazione veloce ed immediata, della interconnessione in rete porterebbero abbondante acqua al mulino di questa nuova forma del tempo – un eterno presente senza più spessore, con un passato ed un futuro che si assottigliano e che vengono fagocitati in una contemporaneità pressoché assoluta.
In genere tali riflessioni hanno carattere critico, di preoccupazione se non addirittura di ripulsa. Ma se invece non fosse poi così male? Se anzi tale processo finisse per spostare l’asse dalla verticalità (delle cause e dei valori) all’orizzontalità (delle connessioni)? Dalla trascendenza all’immanenza? Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?

Capo d’anno

venerdì 3 gennaio 2014

Mi son ritrovato, l’ultimo giorno dell’anno, a rievocare con amici carissimi cose di molti anni fa. Di così tanti anni fa che, pur essendo questi amici genitori di figli già adolescenti, loro stessi erano bambini quando quelle cose succedevano. Così, mentre le raccontavo, mi è scappato di dire il luogo comune che tutti dicono (che proprio per questo si chiama luogo comune) tipico della temporalità e della sua inafferrabilità: «sembra ieri!».
Ieri quelle cose sono accadute.
Oggi io le sto raccontando.
E domani sarò già morto.
Logica consecutio cui c’è poco da replicare.

***

Il giorno dopo – per convenzione il primo giorno dell’anno, quando fortunatamente non ero ancora morto – mi sono ritrovato ad esporre succintamente le teorie del tempo, del divenire e della morte (o, per essere precisi, della loro autodissoluzione in quanto follie derivanti da una visione nichilistica e contraddittoria della realtà) di Emanuele Severino, così come io le ho comprese e così come sono in grado di comunicarle ad altri – ammesso gorgianamente che a) qualcosa sia, b) sia conoscibile e c) sia comunicabile senza che l’altro non ti prenda per pazzo – e mentre parlavo, l’amica madre dei figli già adolescenti e però bambina quando succedevano le cose che mi hanno fatto dire «sembra ieri!», mi guardava con tanto d’occhi…

Immensa dispensatrice di gioia

martedì 17 dicembre 2013

Philadelphia_Orchestra_at_American_premiere_of_Mahler's_8th_Symphony_(1916)

Ho realizzato un sogno ormai ventennale lo scorso 23 novembre, quando finalmente ho potuto ascoltare dal vivo per la prima volta l’Ottava sinfonia di Mahler – l’unica che mi mancava, la più complicata da intercettare (non solo in Italia), dato l’organico immenso che richiede.
I mahleriani sanno bene che si tratta di un vero e proprio monstrum della storia musicale e sinfonica, passato alla storia come “sinfonia dei Mille” (l’idea venne all’impresario che ne organizzò a Monaco la prima esecuzione, il 12 settembre 1910, con direzione dello stesso Mahler, il quale si trovò di fronte oltre mille tra musicisti e cantanti e qualcosa come 3000 persone nel pubblico, tra cui parecchi celebri musicisti dell’epoca, scrittori del calibro di Thomas Mann, principi, ministri e compagnia cantante – è proprio il caso di dirlo).
Al centro congressi del MiCo, nell’area della vecchia fiera di Milano, erano 570 e a dirigere c’era Riccardo Chailly: un evento memorabile che difficilmente si ripeterà nello stesso decennio (l’Ottava mancava da Milano da ben 27 anni).

[Rileggendo quel che ho scritto finora mi rendo conto che è il parossismo il filo conduttore: è troppo, eccessivo, eccezionale, oltremisura, esagerato… qualcosa che le parole non riescono nemmeno a contenere; oppure, viceversa, che alimenta il loro stesso carattere retorico e parossistico, quasi che siano loro a prendere il volo e a gonfiarsi più del dovuto].

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Mezzo secolo

lunedì 17 settembre 2012

“Chi corre, chi s’appiatta
per ingannare il Tempo, belva attenta e funesta…”
(C. Baudelaire)

È così bello, esserci!
Anche perché così casuale…

È da qualche giorno che sto cercando di scrivere qualcosa di sensato su quell’insensatezza assoluta che è lo scorrere del tempo, il passare degli anni, il consumarsi del (mio) bìos. Che di per sé (o meglio in sé) sono fenomeni del tutto indifferenti, parte di una megamacchina cosmica che segue imperturbabilmente il suo corso, glaciale, muta e misteriosa come un cielo d’inverno trafitto di stelle. Ma che per me devono pur significare qualcosa. E tutto sommato se ne potrebbe concludere che altro senso non ha la vita (vista da una parzialissima e finitissima mente umana) se non quello di essere narrata (dalla medesima mente) attribuendole un senso, un verso, un capo e una coda – quali essi siano. Che è poi una autoattribuzione. Ma veniamo al dettaglio, scendendo dall’algido in sé al bruciante per me

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Vivere all'(ultima) giornata

venerdì 16 marzo 2012

Seppure non si tratti di un tema originalissimo (specie in ambito letterario), è un vero peccato che Andrew Niccol abbia mancato l’obiettivo di realizzare una grande opera cinematografica sul tema del tempo – pur avendo, visti i precedenti, tutte le carte in regola per riuscirci. Poteva scegliere tra due modelli di sceneggiatura: quella raffinata e dalle atmosfere rarefatte di Gattaca (film che ritengo uno dei capolavori insuperati della Bioepoca) o in alternativa la via più facile del thriller adrenalinico, con il rischio però di scadere in una trama dall’intreccio banale e scontato. Ha purtroppo optato per la seconda strada e In time è così diventato un film dalle grandi promesse e premesse, in gran parte tradite. Anche se forse non sarà lo stesso per l’esito commerciale.
Ciò non toglie che se ne possa ricavare una qualche considerazione filosofica a margine, anche perché, al di là della realizzazione filmica e della mancata riuscita artistica, i temi sollevati sono comunque tutti di grande rilievo. In particolare quello, di ascendenza bergsoniana, della spazializzazione del tempo, assurta nel mondo immaginato da Niccol ad unico metro di misurazione della vita umana, unica moneta di scambio, unico valore. Tempo mercificato dunque, ma soprattutto vita umana integralmente quantificata attraverso un radicale rovesciamento di quel che si crede od immagina che sia l’essenza costitutiva dell’umano, e cioè l’indeterminata potenza di esistere – libertà ed insieme possibilità. Che era poi il nodo essenziale di Gattaca, e il discrimine tra i validi (gli umani programmati e predeterminati) e i non-validi (gli umani nati sotto l’antica legge del caso).
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Filosofia della contingenza – 3

martedì 20 dicembre 2011

Il tempo è un bambino che gioca coi dadi:
di un bimbo è il regno.
(Eraclito)

[Sommario: 1. La freccia del tempo – 2. Sassi vaganti – 3. Di nuovo: natura e cultura – 4. Parentesi ontologica: la crisi del fondamento – 5. Etica della contingenza – 6. Ancora una filosofia della storia? – 7. Due dilemmi a chiudere – La stoffa delle stelle]

1. Dalla teoria – corroborata da una serie di fatti – che la vita non ci avrebbe previsti (a rigore non avrebbe previsto nessuna delle sue creature o evoluzioni – ma, conseguentemente, essa stessa sarebbe del tutto contingente, cioè poteva benissimo non esserci), Telmo Pievani inclina verso una radicale filosofia della contingenza, ed ecco il motivo del titolo di questa serie di post.
La storia naturale è essenzialmente contingente poiché priva di alcun progetto a priori, ogni specie ed ogni storia di ciascuna specie essendo unica e contraddistinta da serie causali indipendenti la cui congiunzione ha prodotto, a posteriori, quel determinato risultato storico. Il nastro di ciascuna storia non è riavvolgibile, e la freccia del tempo evolutivo corre in una determinata direzione mossa da molteplici serie causali che si congiungono in modo improbabile, inaspettato ed univoco, e non c’è alcuna ragione perché debbano farlo sistematicamente o necessariamente. Questi sarebbero, tra l’altro, gli ingredienti non ancora metabolizzati della rivoluzione darwiniana, che finiscono per storicizzare quel che di solito si pensa sia immutabile: la natura e le sue leggi. Non solo la natura scorre, scorrono anche le sue leggi – e questo scorrimento, come abbiamo già annotato nel post precedente, non è uno svolgimento necessario e predeterminato,  ma un fluire radicalmente contingente.
Questo, tra l’altro, sembrerebbe non valere solo per la vita (tutto sommato un fenomeno minuscolo nell’economia del tutto) ma addirittura per il cosmo o i cosmi, l’universo o i poliversi. La domanda metafisica essenziale fa qui capolino – pure nel bel mezzo di un diluvio bioscientista – e fa risuonare la sua flebile (ma inflessibile) voce: perché, allora, l’essere e non il nulla?

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Il respiro bambino della filosofia

sabato 26 novembre 2011

“Bisogna cercare piano piano…”
(Sara)
“…ragionare molto molto”
(Riccardo)

Ciclo di filosofia con i bambini 2011/2012 – Secondo resoconto

(Prologo: in genere mi affaccio sornione alla porta, chiedo “come state?” e poi propongo di cominciare con un minuto di silenzio – “chiudete gli occhi e provate ad ascoltare il vostro respiro, solo il vostro respiro…”)

Continua a ritmo battente la saga dei nostri incontri filosofici alla scuola Manzoni di Rescalda. Qui posso solo offrire qualche frammento di quel che va succedendo nelle tre classi interessate all’esperimento. Ieri mattina, ad esempio, un bambino se ne è uscito con una frase abbastanza classica per il pensiero filosofico (un po’ meno per un bambino di 10 anni) – una domanda che ora va di moda persino tra alcuni fisici e, soprattutto, neocosmologi:

Perché c’è qualcosa (la vita, noi umani) e non il nulla?

Però quel che la mia trascrizione non riesce a rendere è la sua espressione nel cercare le parole giuste per dirlo, lo sconcerto e la fatica mentre lo diceva, il suo avvilupparsi in qualcosa di eccessivo per la sua (e nostra) mente. Un episodio straordinario di straniamento nel contemplare l’abisso che c’è tra quell’io che chiede e l’enormità della domanda, tra significante e significato, tra quel non capacitarsi qui e ora e lo sfuggire eterno del senso dell’interrogare (della sua eco e dell’impossibile risposta). Catalogate come volete la cosa – campo semantico o linguistico, campo psicologico o (tauto)logico, campo scientifico od ontologico, casualità pedagogica – ma il domandare di quel bambino è sorto in maniera spontanea, e a testimoniarlo c’erano i suoi gesti, la sua voce, la sua espressione. Unici, irripetibili, irriproducibili.
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Adolescenti II – L’era dell’infantilismo

giovedì 1 luglio 2010

[In questo post – più lungo di quanto avessi preventivato – ragiono sul processo di infantilizzazione nell’epoca dell’iperconsumo, mentre rilevo alcuni paradossali esiti delle categorie e dei movimenti libertari e più in generale dell’agire politico.
Sommario: Il cittadino-cliente – Infantilizzazione e mito dell’adulto – Deificazione del desiderio – Carpe diem! – Paradossi libertari – Fine della politica?]

Nel saggio Consumati: da cittadini a clienti (Einaudi, 2010), il politologo americano Benjamin Barber dedica tutta la prima parte all‘ideologia infantilistica che permea questa fase dello sviluppo capitalistico. L’autore sostiene come proprio l’infantilizzazione sia diventata il motore più importante del modello consumistico impostosi negli ultimi decenni, specie dopo l’abbandono dell’originario spirito dell’etica protestante e il passaggio dalla fase della produzione dei beni a quella dei bisogni.
L’operazione in corso è a tenaglia: da una parte abbassare la soglia dell’età del consumo, dall’altra infantilizzare il mondo adulto. Interessante come l’autore rilevi en passant che per far ciò il Capitale utilizza anche la leva dell’indebolimento delle figure parentali, “guardiani del cancello”, al fine di conquistare menti e anime dei bambini.
Il fulcro del processo non poteva che essere il mondo americano – Nuovo Mondo da sempre per antonomasia. A tal proposito vorrei allargare il campo di osservazione scelto da Barber (al cui testo rinvio per l’analisi), e spostarmi sulle categorie socioantropologiche di lungo periodo sottese e su alcuni paradossali esiti che mi pare di aver ravvisato.

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