Posts Tagged ‘temporalità’

Amletismi – 20

lunedì 16 giugno 2014

Si constata da qualche decennio un profondo cambiamento nella concezione del tempo (per lo meno in relazione a quella affermatasi in epoca moderna). Non siamo ancora in grado di comprendere se si tratti davvero di una trasformazione epocale o di qualcosa di passeggero. Si sostiene a tal proposito che invece di una concezione cronologica, sequenziale, causale, diacronica, se ne starebbe affermando una sincronica, in cui i fatti non avvengono più secondo un ordine evolutivo e temporale, ma starebbero tutti sul medesimo piano, come in una rete di contemporaneità che li tiene (o li frulla) insieme. Le ideologie della fine della storia, della comunicazione veloce ed immediata, della interconnessione in rete porterebbero abbondante acqua al mulino di questa nuova forma del tempo – un eterno presente senza più spessore, con un passato ed un futuro che si assottigliano e che vengono fagocitati in una contemporaneità pressoché assoluta.
In genere tali riflessioni hanno carattere critico, di preoccupazione se non addirittura di ripulsa. Ma se invece non fosse poi così male? Se anzi tale processo finisse per spostare l’asse dalla verticalità (delle cause e dei valori) all’orizzontalità (delle connessioni)? Dalla trascendenza all’immanenza? Dalle gerarchie all’uguaglianza? Da un’ottusa e guerrafondaia ideologia del progresso ad una pacifica coesistenza?

Capo d’anno

venerdì 3 gennaio 2014

Mi son ritrovato, l’ultimo giorno dell’anno, a rievocare con amici carissimi cose di molti anni fa. Di così tanti anni fa che, pur essendo questi amici genitori di figli già adolescenti, loro stessi erano bambini quando quelle cose succedevano. Così, mentre le raccontavo, mi è scappato di dire il luogo comune che tutti dicono (che proprio per questo si chiama luogo comune) tipico della temporalità e della sua inafferrabilità: «sembra ieri!».
Ieri quelle cose sono accadute.
Oggi io le sto raccontando.
E domani sarò già morto.
Logica consecutio cui c’è poco da replicare.

***

Il giorno dopo – per convenzione il primo giorno dell’anno, quando fortunatamente non ero ancora morto – mi sono ritrovato ad esporre succintamente le teorie del tempo, del divenire e della morte (o, per essere precisi, della loro autodissoluzione in quanto follie derivanti da una visione nichilistica e contraddittoria della realtà) di Emanuele Severino, così come io le ho comprese e così come sono in grado di comunicarle ad altri – ammesso gorgianamente che a) qualcosa sia, b) sia conoscibile e c) sia comunicabile senza che l’altro non ti prenda per pazzo – e mentre parlavo, l’amica madre dei figli già adolescenti e però bambina quando succedevano le cose che mi hanno fatto dire «sembra ieri!», mi guardava con tanto d’occhi…

Genealogia del piatto

venerdì 3 agosto 2012

Mi è sempre assai piaciuto il termine eziologia. Sembra una parola complicata, ma in realtà non lo è per nulla, anzi è il termine che indica la necessità di veder chiaro nelle cose, di andare alla loro radice, di verificare da dove esse saltino fuori. Viene dal greco aitìa – causa – e quel logia finale lo rende un po’ pomposo, perché suona come “scienza” o “studio” o “discorso” intorno alla causa. Se ne fa un uso forse prevalente in medicina: l’eziologia di una malattia è praticamente la singola malattia in tutte le sue concause, variabili e manifestazioni (in pratica quasi un sinonimo di patologia).
Mi è venuto in mente l’altro giorno mentre mangiavo. Ebbene sì, mi succede di filosofare anche mentre mangio. Del resto niente di strano: i greci filosofavano a cena, sbevazzando, camminando e persino – come ci insegna il mio mentore Diogene – pisciando e defecando. Cercavo nel mio piatto – peraltro molto colorato e gustoso – le antiche cause di quel che stavo sentendo, gustando, vedendo, percependo e pensando in quel momento. Eziologia: forse addirittura genealogia di quel che andavo, forchettata dopo forchettata, portando alla bocca.
Ed ecco che uno dei problemi più gravi del nostro tempo è saltato fuori in maniera chiara – letteralmente dal piatto (more…)

Adolescenti II – L’era dell’infantilismo

giovedì 1 luglio 2010

[In questo post – più lungo di quanto avessi preventivato – ragiono sul processo di infantilizzazione nell’epoca dell’iperconsumo, mentre rilevo alcuni paradossali esiti delle categorie e dei movimenti libertari e più in generale dell’agire politico.
Sommario: Il cittadino-cliente – Infantilizzazione e mito dell’adulto – Deificazione del desiderio – Carpe diem! – Paradossi libertari – Fine della politica?]

Nel saggio Consumati: da cittadini a clienti (Einaudi, 2010), il politologo americano Benjamin Barber dedica tutta la prima parte all‘ideologia infantilistica che permea questa fase dello sviluppo capitalistico. L’autore sostiene come proprio l’infantilizzazione sia diventata il motore più importante del modello consumistico impostosi negli ultimi decenni, specie dopo l’abbandono dell’originario spirito dell’etica protestante e il passaggio dalla fase della produzione dei beni a quella dei bisogni.
L’operazione in corso è a tenaglia: da una parte abbassare la soglia dell’età del consumo, dall’altra infantilizzare il mondo adulto. Interessante come l’autore rilevi en passant che per far ciò il Capitale utilizza anche la leva dell’indebolimento delle figure parentali, “guardiani del cancello”, al fine di conquistare menti e anime dei bambini.
Il fulcro del processo non poteva che essere il mondo americano – Nuovo Mondo da sempre per antonomasia. A tal proposito vorrei allargare il campo di osservazione scelto da Barber (al cui testo rinvio per l’analisi), e spostarmi sulle categorie socioantropologiche di lungo periodo sottese e su alcuni paradossali esiti che mi pare di aver ravvisato.

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L’eterno

giovedì 24 dicembre 2009

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Fitte e nere
spire di dolore
allentate dal suo
presenziare assente
le mie giornate
in filigrana

(a D.B.,
un anno dopo)

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Il filosofo francese Gilles Deleuze, in una delle sue lezioni su Spinoza, sottolinea con forza come ci sia una differenza enorme tra immortalità ed eternità. Ciò discende dalla sua interpretazione del concetto spinoziano di individualità, da intendersi in ultima analisi, al di là dell’evidenza di essere costituiti di parti estrinseche, come essenza singolare. Bisogna cioè andare oltre la scorza degli individui, inevitabilmente assoggettati alla legge della composizione e della scomposizione dei corpi, e contemplarne piuttosto la configurazione e la struttura, quell’elemento irripetibile, immodificabile ed eterno del loro intimo essere quel che sono.
Noi guardiamo in genere alla mortalità dei corpi, e il nostro maggior desiderio è forzarne i confini temporali ed allungarne indefinitamente la durata. Questa è l’epoca in cui si torna ad evocare l’antico ed imperituro sogno dell’immortalità, un sogno riacceso da magnifiche e concrete prospettive biotecnologiche: allungamento della vita, sconfitta dell’invecchiamento, duplicazione e digitalizzazione della memoria, riproduzione artificiale dell’intelligenza…
Ma per quanto ci sforziamo e tendiamo a quel sogno, in realtà la morte non può essere vinta, poiché il fronte sul quale sorge (e vuole essere sconfitta) è l’elemento caduco dell’individualità, il suo essere esteriormente un corpo costituito da altri corpi – e dunque il suo far parte della dinamica materiale della composizione e della scomposizione.

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Ciclohasard!

giovedì 19 novembre 2009

Mi hanno sempre colpito il concetto di caso (e quello collaterale anche se non coincidente di contingenza), così come la categoria logica di necessità (piuttosto freddina e austera) e quella un po’ irrazionale, ma tanto utilizzata dagli umani, di destino. Sia in ambito storico che nelle nostre piccole e poco importanti vicende quotidiane, ne facciamo abbondante uso. Il nostro esserci, in quanto esser nati, è molto contingente (l’estro  momentaneo o la sbronza di una sera, più l’incontro del tutto casuale di materia organica), ma una volta che siamo al mondo ci sentiamo legati dalla necessità (dobbiamo nutrirci, respirare e prima o poi morire). Tra l’inizio e la fine, poi, arzigogoliamo e ricamiamo ed immaginiamo non poco su quell’arco vitale, cui cerchiamo di dare un senso, una direzione, farfugliando talvolta la parola “destino”.
Io credo tanto poco al destino quanto a babbo natale – se per destino si intende una sorta di pre-scrittura della trama, un disegno anche solo abbozzato. Certo, le condizioni date ci faranno andare in una direzione piuttosto che in un’altra, ma poi c’è sempre quell’elemento contingente e casuale (il lucreziano clinàmen) ad intervenire e a scompaginare i piani: l’incontro con una persona, con un evento – od anche con un macigno che ci cade sulla testa…

Il cappello serviva ad introdurre una specie di riflessione generale su questi temi, che parte dall’analisi particolare del mio quarto incidente (non devastante) in bicicletta, e che intende usarlo, insieme ai tre precedenti, come ausilio esemplificativo. Non so dove condurrà, ma mi affascina sapere che anche tale minuscolo fatto occorsomi, sottosta alle categorie di cui sopra, e nonostante si tratti  di una cosetta da nulla  (visto che ne sto scrivendo qui e ora). Tanto più che è accaduta contemporaneamente ad altri miliardi di fatti (altra cosa sorprendente), una pressoché illimitata serie che va dalla caduta di una briciola alla chiusura di una fabbrica alla morte per fame di un certo numero di persone, fino all’esplosione dovuta a una supernova in qualche remoto angolo dell’universo. Dal punto di vista di quelle categorie (così come dell’essere) tutti quei fatti, ci piaccia o no, si equivalgono.

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