Posts Tagged ‘terra’

‘A casa nno timpuni

lunedì 8 agosto 2011

Era virdi ‘u timpuni
r’alivi, ficurigna,
rrunzi e colacugghiànnira,
truffazzi r’azzalora.
O ‘n ciancu una casuzza
attimpata…

La storia narra di una casa abbandonata sull’altura, nella campagna siciliana (o marchigiana?). Era diventata, questa casetta, riparo per gli animali. Un viavai di cani, poiane, fagiani, topi, buoi, ramarri, colombine, scarafaggi, ma anche di zecche, vermi, pidocchi, ragni e tarli – soprattutto tarli.
Vi giunse in ottobre un ragazzo di una tredicina di anni. Di lui non sappiamo quasi nulla. Non il suo nome, né da dove viene, né dove andrà. Di certo ha l’aria di un fuggitivo, di uno che si guarda intorno smarrito e che non sa bene che fare. Si decise quindi ad entrare in casa, ma subito dentro si rannicchiò coprendosi il volto con le mani. Si addormentò e un cane lo vegliò. Al mattino così com’era arrivato uscì e s’inoltrò silenzioso nel fitto degli ulivi.
L’indomani ritornò e, come già da tempo succedeva con gli animali, anche lui andò e tornò più volte, in un irrequieto viavai. Che cosa gli passa per la testa? Quali ansie, pensieri, paure, speranze? La storia non dice.
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Der Abschied

mercoledì 12 gennaio 2011

Il filosofo della musica Quirino Principe definisce azzurre quelle musiche, cariche di mistero, “che non ci hanno ancora svelato né mai ci sveleranno l’orizzonte ultimo del loro destino né lo spettro imprigionato nel loro cuore”. Musiche quantomai spettrali, dunque. Come Das Lied von der Erde di Gustav Mahler. Una vera e propria sinfonia (anche se spuria rispetto alla lista delle dieci ufficiali), che assegna alla voce e alla poesia – oltre che alle armonie e disarmonie sempre più rarefatte e misteriose dell’ultimo periodo del grande compositore mitteleuropeo – il compito di disegnare i suoni che quell’azzurro siano in grado di rappresentare.
Non posso non notare, da questo punto di vista, come appaia stridente quel titolo – Il canto della terra – nei confronti dell’allusività trasognata all’infinito e al suo colore più tipico. Quasi il segno della necessità di un abbandono e di un tramonto (si veda il lunghissimo Addio, il canto finale che occupa metà della composizione), da parte di quella creatura che nella/alla terra ha fin troppo confidato e affidato i propri desideri. Mentre è preferibile che quei desideri diventino sogni (“Ogni desiderio ora vorrebbe sognare”) e che si tingano d’azzurro.
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Terra di mezzo

venerdì 31 dicembre 2010

(È l’unico augurio che mi sento di formulare, in questa fine-inizio che periodicamente ci inventiamo, a ricordarci che è solo nel mezzo del circolo e del ciclo eterno delle cose che siamo e consistiamo..)

***

Siamo gettati nel mezzo. L’inizio e la fine – i nostri limiti estremi – sono e restano inintelligibili. Ci immaginiamo che lungo quelle linee – il sorgere e il tramontare di una vita individuale – si nasconda chissà quale mistero o significato. Non solo religioni, teologie e cosmologie, anche la filosofia più disincantata non riesce ad abbandonare il territorio della metafisica individuale: qual è il significato ultimo dell’inizio e della fine? Di ciascun inizio e di ciascuna fine?
Ma è bene ad un certo punto lasciare quelle terre insidiose – i confini che tanto ci tormentano. E con esse, il gioco imperscrutabile delle possibilità e dell’annientamento di ogni possibilità. Per avventurarci nella terra che ci è davvero data – la terra di mezzo. Quella nella quale possiamo giocare una parte, seppur minima. Determinare qualcosa, fosse anche un frammento di realtà o di significato. Il piccolo apporto di una creatura così insignificante come quella di un hobbit: paradosso dell’insignificanza che genera significati!

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Sum ergo cogito (aliquando)

giovedì 10 giugno 2010

(Con buona pace di Cartesio…)

Sono terra
i passi che la calcano
le foglie che calpesto
la polvere che sta all’inizio
e alla fine
la trasmutazione degli elementi
i corpi che ingoio
i corpi che ingoiano me
la sostanza di cui tutte le cose son fatte
io tra tutte le cose
tutte le cose in me
muto e riposo
dalla/sulla/nella/sotto
terra

Sono acqua
circolazione di liquidi
fiumi e cascate
che sento percorrermi le viscere
o gocce impercettibili
liquefazione nel caldo
solidificazione nel gelo
tutt’uno con lo scorrere
delle cose
del tempo
arché e destinazione
fino al grande mar
dell’essere

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Empedocle guerrafondaio ecologista

martedì 2 giugno 2009

Quattro_Elementi_Anjou_XVsec

Avevo già scritto a proposito delle cosmologie della guerra dei filosofi presocratici, in particolare in Anassimandro ed Eraclito. Ne avevo parlato qui e qui. Empedocle non fa eccezione.
Il filosofo-mago vissuto in Sicilia nel corso del V secolo a.C., viene di solito inquadrato nei manuali di storia della filosofia come “pluralista” e, secondo diversi interpreti, come colui che avrebbe fornito una sintesi risolutiva del grande conflitto ontologico apertosi tra e con Eraclito e Parmenide (naturalmente non è affatto così, Empedocle non ha risolto un bel niente, e magari non era sua intenzione nemmeno farlo).  Il suo sistema a due livelli sembrerebbe in effetti accogliere sia l’esigenza dei fisiologi e di Eraclito di garantire la diveniente molteplicità della physis, della natura e del mondo sensibile, sia quella parmenidea di un livello intangibile e incontrovertibile volto a garantire stabilità al mondo. I quattro elementi da una parte, il contrasto cosmologico di odio/amore dall’altro, sarebbero cioè in grado di spiegare la nascita, la morte e il divenire, non essendo essi a loro volta divenienti, né enti nati o destinati alla morte.  Partiamo dalle due forze cosmiche, motori del divenire.

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