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Fuga di solo a solo

giovedì 22 giugno 2017
Ribana Szutor - Fuga verso l'alto

Ribana Szutor – Fuga verso l’alto

Le Enneadi di Plotino si concludono con un grande inno all’ascesa dell’uomo divino, in fuga dal mondo, verso le altezze irraggiungibili della metafisica forse più potente dell’antichità. Si va, cioè, ben oltre le costruzioni aristoteliche o platoniche, oltre il nous, il mondo delle idee, le sfere celesti o il motore immobile, oltre l’anima del mondo – oltre addirittura lo stesso Essere: l’Uno li trascende tutti, e si erge alla distanza abissale della lontananza e dell’alterità assoluta. Quell’Uno che non è persona, non è creatore, non è emanazione, non è ragione, non è sostanza, non è principio – insomma, innanzitutto non è, o è al di là dell’essere e del non essere – confine estremo (ed opposto) di questa landa materiale da cui siamo afflitti che, qui in basso, confina con la notte del non essere, della materia in perenne disfacimento e dell’insensatezza.
E allora noi umani, che abbiamo evidentemente una scheggia di quell’Uno conficcata nelle carni, pur essendo innanzitutto corpo, possiamo eventualmente abbandonare questa valle di lacrime, e scegliere la via dell’elevazione, della contemplazione, dell’ascesi trascendente che, anziché al nulla delle tenebre, conduce al nulla della luce. Ma forse nemmeno questa opposizione è calzante, visto che Plotino evoca, forse per primo, un’ulteriorità che se non è irrazionale è sicuramente metarazionale: il filosofo-monaco, l’uomo divino, viene «quasi rapito o ispirato» per entrare «silenziosamente nella solitudine e in uno stato che non conosce turbamenti, e non si allontana più dall’essere di Lui, né più si aggira intorno a se stesso, essendo ormai assolutamente fermo, identico alla stessa immobilità».
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L’eco della cinciallegra

sabato 30 giugno 2012

(Da qualche tempo mi frulla per la testa l’associazione tra filosofia e teatro: la discussione filosofica come drammatizzazione teatrale; il dilemma circa la verità come gioco di ruolo e delle parti; l’illusione puramente rappresentata di giungere a una qualche verità – ovverosia, la sua messa in scena; l’uscita da teatro come un ritorno filisteo alla vita che mediamente arranca; ed infine la vita stessa, come la filosofia, che è sogno. Teatro nel teatro…)

Mi ritrovo a Bose, senza sapere chi e di che cosa si parlerà. Mi ci ha trascinato un amico, che c’era stato tempo fa, il quale ha evidentemente ritenuto che dovessi andarci almeno una volta.
Massimo Cacciari era l’ospite d’onore – il grand’attore della messa in scena – invitato a parlare del senso epocale del cristianesimo (e dunque della sua possibilità). Enzo Bianchi, il generoso padrone di casa (il regista, suppongo).

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Delle due l’una

lunedì 22 agosto 2011

Gira e rigira, vengo tirato per i capelli (che non ho) nelle questioni teologiche (che pure non cerco). Da più parti mi giungono sollecitazioni in tal senso – dio, teismo, ateismo sono anch’esse (come quelle identitarie) questioni che bruciano. Personalmente credo di averle risolte una volta per tutte tre decenni or sono, al mio primo impatto (vitalissimo e imponente) con la filosofia, quando la questione del divino si pose alla mia mente sotto una nuova luce: delle due l’una, o la fede o la ragione. Che, da un punto di vista logico, è nota anche come disgiunzione: o…o.
Ma è bene chiarire – anche perché l’espressione “una volta per tutte” in filosofia non vale granché. Nel momento in cui, però, la ragione – cioè quell’organo del pensiero che è solo una parte di esso e, se vogliamo, una parte esigua dell’intero fenomeno mentale (entro cui ricomprendo anche l’elemento sentimentale e passionale) – quando la ragione, dicevo, comincia ad occuparsi di questioni come quella teologica (ma, vorrei dire, di qualunque questione), non vi è spazio per altre modalità conoscitive. Nostra signora ragione si comporta in maniera tirannica ed esclusiva.

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