Posts Tagged ‘urlo’

Caro Goffredo Guglielmo Leibniz, mi chiedo come ad una mente eccelsa come la tua sia potuta venire in mente una simile sciocchezza…

giovedì 3 ottobre 2013

…quel pensiero, cioè, che ti spinse a scrivere circa tre secoli fa: «Se noi potessimo intendere abbastanza l’ordine dell’universo, troveremmo che esso sorpassa tutti i desideri dei più saggi, e che è impossibile renderlo migliore di quello che è».
Ora, io, dal mio monadicissimo punto di vista (quello stesso che contribuisce all’armonia, alla varietà, alla molteplicità delle prospettive, e che è “specchio vivente, perpetuo, dell’universo”), penso che non solo questo non è il migliore dei mondi possibili (e poco m’importa sapere che non è nemmeno il peggiore o che è-quello-che-è-e-non-può-essere-altrimenti, oppure, a seguire, una qualunque delle solenni e consimili minchiate ontologiche).
E attenzione: non dico questo solo (!) perché un numero imprecisato di umani sono oggi crepati in un atto di infinita cosmica assoluta ingiustizia – per di più nello stesso mare che ha visto la nascita di Nostra signora filosofia (cioè di una delle più belle invenzioni di quella ridicola cosa che è la specie umana). Dopotutto sono innumeri gli esseri che, d’un colpo, sono sorti e tramontati nello spazio di un attimo.
Quel che però so e che sento, è che in questo momento avrei solo voglia di urlare al cielo fino a frantumarlo. E anzi, credo proprio che lo farò. Uscirò in questa cazzo di notte padana, attraverserò il solito campo (quello del tarassaco, delle brume, delle lingue di neve, del primo sole e di tutto quanto di bello c’è, esiste, è – e lo è perennemente, eternamente e maledettamente) e poi urlerò fino a sfinirmi e a sfinire l’intera fibra dell’essere.

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Psicosofie estive – 8. La potenza ebbra del concetto

mercoledì 31 luglio 2013

Urlo_Munch

Il mio primo incontro con la filosofia avvenne, tra le altre cose, all’insegna di un pensiero forte, duro, militante – tanto più che all’epoca si stava diffondendo la moda del pensiero debole. Certo, avrei potuto incontrare il pensiero debole, anziché quello forte, ed esserne fatalmente attratto tanto quanto venni conquistato dall’hegelismo poderoso del mio primo maestro (o dall’ontologia di Emanuele Severino). Il caso, la psicologia o altro possono benissimo spiegare (o evitare di farlo, quindi in maniera a sua volta debole) tali propensioni – ma non è che importi molto, né a me né ai miei eventuali lettori, tanto più che fa caldo e si ha voglia di pensieri rinfrescanti.
Se però torno con la memoria ai miei vent’anni, quel che più mi affascina (e terrorizza) è il ricordo delle cene (spesso ebbre) durante le quali qualsiasi cosa poteva essere affrontata, proprio perché investita dalla potenza del concetto. Poco importava che vi fossero conoscenze empiriche, queste stavano senz’altro in secondo piano, bollate come particolarità non sempre interessanti. Anzi, venivano talvolta considerate addirittura degli impedimenti alla comprensione profonda della realtà, quasi che i fatti, per loro natura disordinati e frammentati, non sempre inquadrabili in un sistema coerente, fossero una realtà sbiadita e di secondo grado. Erano invece la teoria, il concetto, il pensiero – la filosofia come pensiero forte, anzi fortissimo – quel che doveva stare sempre in primo piano.
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Psicosofie estive – 7. Repetita iuvant

mercoledì 24 luglio 2013

alcuni_cerchi_kandinsky

Già una volta mi ero meritato le lucciole.
Però non credevo che una cosa del genere si sarebbe potuta ripetere.
Certo, non è mai la stessa cosa. Trattasi degli ossessionanti indiscernibili leibniziani: perché mai dovrebbero esistere due cose identiche?
E di fatti: niente lucciole, tre anni di più, una maggiore stanchezza che grava sulle membra accaldate e sprofondate nella sedia a sdraio, qui sul balcone. Il crepuscolo promettente in arrivo non è sufficiente a farmi muovere.
Poi succede che… quel refolo d’aria fresca… quella striscia rosata di una certa nuvola… quel battito d’ali delle mie due amiche nottole… insomma, un concorso di banali concause, ed ecco che, come un automa, mi trovo catapultato sul solito viottolo di campagna, al limitar del bosco.
Se non altro, è fresco. Lo percorro mentre la luce si disfa e le tenebre faticano a prenderne il posto.
Decido che è meglio tornare, sto già crollando, e poi domattina… d’un tratto la vedo: ma quella? possibile che lei sia lì per me? quella forma, quella rotondità (invero smussata, anzi smangiata), quel suo sporgere inaspettata dalle robinie nerastre, quel colore inaudito: una lampada accesa sulla linea dell’orizzonte…
E così i pensieri si accendono dello stesso colore; la frase, scurrile, che si presenta è «ma che cazzo di dèi adorano gli umani, se io sono l’unico inginocchiato qui, su questo sentiero polveroso?».
E allora decido di farlo: ma non è un ululato, è un urlo che mi squassa il petto, e che spero squassi anche l’aria e la distanza che corre tra me e lei. Lei che, ne son sempre più certo, stava lì ad aspettarmi. Con quella faccia rosarancio mai vista, là dietro l’intrico dei rami e i profili scuri dei vegetali dai quali vorrebbe liberarsi. E sopra i quali, tra poco, sorgerà.
Mi spolvero le ginocchia e mi sovviene un ultimo pensiero: però qualcuno degli amici e delle amiche, qualcuno tra i viventi o tra gli essenti di questo pianeta, una qualunque anima sperduta come la mia, l’avrà pur notata, e come me si sarà inginocchiato ad adorarla e magari le avrà pure urlato qualcosa, o si sarà limitato ad accarezzarla, o a sognarla o… o a immaginarne forma e colore, come Kandinsky.
Lui, la luna e quei cerchi.
Segni e graffi, sulla tela nera ed immensa di questa notte muta e senza stelle.

Oltre il biancospino

lunedì 25 aprile 2011

Se segui l’arco rosato delle nuvole, e riesci a scorgere, dopo una lieve sfrangiatura, la freccia che indica verso ovest; se abbandoni l’asfalto e le ultime case e t’inoltri nella boscaglia, ignorando le bottiglie di plastica sparse qua e là e i criminali depositi di eternit in disfacimento; se ti lasci rapire dal profumo del biancospino prima che venga sommerso da quello del fiore di robinia; se varchi illegalmente la rete tagliata a misura d’uomo e poi giri a sinistra seguendo i ciuffi di ginestra sul ciglio del dirupo, senza però farti distrarre dall’automobile abbandonata nel bosco ormai fitto, dove nessuna coppietta o nessuno spacciatore è in attività; se finalmente raggiungi il punto d’osservazione che la freccia di nuvole già ti aveva indicato senza che te ne fossi accorto, e ti metti a sedere…
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Un ragazzo

venerdì 23 ottobre 2009

Un ragazzo è morto.
Non aveva ancora trent’anni.
Lo hanno trovato impiccato nei boschi.
Veniva ogni giorno nella mia biblioteca. Era strano. Si vedeva che aveva dei problemi.
Era venuto anche ieri. Agitato e sorridente come sempre. Ogni giorno più scosso. Ogni giorno più solo.
Ascoltava della gran buona musica. Vedeva buoni film. Era curioso. Mi chiedeva sempre consigli in proposito. Voleva scambiare due chiacchiere.
E io lo cacciavo via, quasi sempre.
Gli dicevo che stavo lavorando, che non potevo chiacchierare con lui. Che alzava troppo la voce e disturbava.
Ma lui, imperterrito, tornava alla carica ogni giorno, con quel sorrisino un po’ ebete.
Così ha fatto anche ieri.
E anche ieri l’ho cacciato.
Ora non tornerà più. Non mi disturberà più. Non disturberà più nessuno. Ci ha pensato da solo a togliersi di torno.
E io mi sento una merda.
Uno che predica bene, e razzola male.
Che non vale un cazzo.
Possibile che la vita non ci insegni nulla? Nemmeno a captare le urla silenziose che vengono dalle persone che abbiamo intorno? Le loro continue ambasciate e richieste di aiuto?
E vi assicuro che confessarlo qui non mi farà sentire meglio.