Posts Tagged ‘utilità’

Prima passeggiata filosofica

giovedì 5 ottobre 2017

24-R.Guttuso-Passeggiata-in-giardino-a-Velate

Ogni giorno è raccomandabile iniettarsi in vena o inalare o masticare una dose modica di bellezza – unica sostanza stupefacente e psicotropa che non abbia danni collaterali.
Camminare è una di queste sostanze, e non deve mancare mai. Ma il passeggiare di cui facciamo esperienza oggi è piuttosto diverso dal camminare, dal marciare, dal correre, dal ritmico procedere della quotidianità. È più svagato, e, soprattutto, privo di scopo.
È inutile.
Ogni movimento della nostra giornata corrisponde ad una funzione, ha uno scopo predeterminato, pre-scritto (quasi sempre da altri). Sarebbe interessante mappare questi movimenti – da quelli automatici che facciamo al mattino appena svegli, a quelli della routine, lavoro-ufficio-scuola-università-spesa-incombenze varie, a quelli del tempo libero. Per quanto crediamo di essere liberi, la mappa corrisponde in massima parte (se non totalmente) a binari e fini precostituiti. Ogni movimento è utile, serve a qualcosa, risponde ad un bisogno o necessità o desiderio per lo più indotti.
Questo passeggiare, per contro, deve fuoriuscire dagli schemi, deve essere senza meta, privo di un fine. Non deve servire a nulla – non deve essere servo di nessuno.
Nella mappa della nostra giornata deve corrispondere allo scarabocchio insensato.

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Sesto fuoco: utopia dell’armonia

domenica 13 marzo 2016

balanced stones

discorde si accorda
stupenda armonia
da contrasti
(Eraclito)

Ci interrogheremo stasera sulla natura e funzione delle passioni, e sul conflitto tra narcisismo ed empatia – ovvero tra pulsioni egoistiche e altruistiche.
Possiamo dire che si tratta di forze compresenti, sia negli individui che nelle società, anche se la spinta naturale all’autoconservazione è quasi sempre prevalente. Vi sono anche manifestazioni sociali evidenti di tali spinte contrastanti: società più aperte e accoglienti rispetto a società più chiuse e arroccate. Noi però andremo a scavare più a fondo, alle radici di tali pulsioni, lasciando in secondo piano (e magari ad oggetto della discussione) le manifestazioni sociali o comportamentali più evidenti.
Lo faremo mettendo in scena il colloquio immaginario tra un neuroscienziato e un filosofo – Antonio Damasio e Baruch Spinoza – che a distanza di secoli si ritrovano sorprendentemente a condividere molte idee a proposito di mente, corpo ed emozioni.
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Aforisma 77

lunedì 2 dicembre 2013

La filosofia è inutile. Ed è proprio la sua inutilità a renderla più importante di ciò che, in quanto utile, dopo essere stato usato viene gettato.

(In)utilità della filosofia

mercoledì 5 giugno 2013

[Riporto la traccia del mio intervento all’ultimo incontro del Gruppo di discussione filosofica, presso la biblioteca di Rescaldina. I Lunedì filosofici riprenderanno in autunno]

 

“La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
“La nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.
Due frasi – una dal sapore popolaresco e canzonatorio, l’altra corrucciata dalla serietà hegeliana – che giungono ad una medesima conclusione: la filosofia come qualcosa di inutile, cioè privo di uno scopo determinato (non ha importanza qui il contenuto dello scopo; ciò che importa è che vi sia una finalizzazione dell’attività: faccio questo per ottenere quest’altro, purché mi sia utile, cioè vantaggioso, che mi apporti dei benefici – anche se poi esistono scopi reconditi, eterogenesi dei fini, beni che si rivelano mali, insomma una casistica esageratamente varia).
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“Tu guardala con la mente, e non lasciarti sbigottire dagli occhi”

sabato 5 novembre 2011

Bisogna ascoltarli i primi filosofi – quei presocratici che forse erano più sapienti di quanto non fossero amanti (ed anelanti) di sapienza. Ancora oggi le loro parole – e le loro teorie fisiche un po’ strane per la nostra mentalità scientifica (che pure è intrisa fino al midollo dei loro concetti e del loro linguaggio) – quelle parole risuonano forti e chiare. E ci avvertono che nonostante la natura ami nascondersi, occorre un’ampiezza dello sguardo e una capacità di penetrazione fuori del comune per poter vivere in essa e convivere con essa. Le nostre società ultratecnologiche ed onnipotenti hanno imparato solo una parte della lezione. E tendono, sempre più, ad avere lo sguardo corto e  miope, ed anzi rivolto ormai quasi solo al proprio ombelico.
Empedocle è alla ricerca forsennata di questo sguardo lungo ed ampio, che si rivolge tutt’attorno alle cose, dentro le cose, fin dentro se stessi – fino a ricomprendere quello stesso sguardo che guarda se stesso. E ci parla di una natura quantomai irrequieta, che si svolge muta ed indifferente sotto quello sguardo (come già succedeva per Anassimandro, ed ancor più per Eraclito):
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Lezione spinozista 7 – Sintesi delle precedenti, prima dell’ultima

giovedì 8 aprile 2010

Prima di concludere con il tema finale dell’Etica – e cioè la conoscenza nella sua forma più “alta” o “estesa”, il punto di accesso all’Etica stessa, la fine che è anche circolarmente l’inizio – vorrei brevemente richiamare il cammino fatto fin qui. Non è questa una sintesi dell’Etica (me ne guarderei bene, anche perché si tratta di un’opera immensa non sintetizzabile), ma solo un elenco degli snodi teorici emersi durante un primo studio (spero proficuo) del testo, alla luce delle questioni sensibili della nostra epoca, e, forse, di ogni epoca: la natura umana, la totalità, le passioni, la conoscenza, la relazione tra interno ed esterno, ecc.
(La numerazione ripercorre l’ordine delle “lezioni”, accessibili cliccando su ciascun numero in grassetto, ma non la partizione dell’Etica – suddivisa in cinque parti, di cui ho finora commentato le prime quattro).

1. L’ontologia naturale
Spinoza non ha una posizione a rigore panteistica, quanto piuttosto naturalistica o materialistica: Dio, che è causa immanente, non è una forza interna alla natura, ma è la medesima unità e totalità della natura. Sub-stantia non è solo ciò che sostiene tutto, il fondamento (hypòkeimeinon), ma il tutto stesso, l’essere nella sua interezza, ciò che i Greci chiamavano physis.
La sostanza, dice Spinoza, è l’individuo generale che riconnette tutti gli individui particolari – un corpo infinito fatto di infiniti corpi (duplice accezione del concetto di infinito, qualitativa e quantitativa). Un corpo immutabile ed eterno che racchiude in sé ogni possibile mutevolezza: “tutta la natura è un unico Individuo, le cui parti, cioè tutti i corpi, variano in infiniti modi senza alcun mutamento dell’Individuo nella sua totalità” (Et., II, Sc. Prop. XIII).
Il punto di vista della/sulla sostanza (che verrà mostrato solo al termine, attraverso la terza forma di conoscenza) è contraddistinto (o circoscritto) dai concetti di: necessità, determinismo, causalità, realtà, perfezione, eternità.

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Capire la filosofia, nientemeno!

lunedì 8 marzo 2010

Mi è sovvenuto solo ora che l’estate scorsa un lettore del blog mi aveva scritto, ponendomi due domande. La prima riguardava l’utilità della laurea in filosofia. La seconda, senz’altro più interessante, la trascrivo qui di seguito:

“Leggendo, coltivando le mie idee sono riuscito ad arrivare ad una “base” e da questa “base” ogni cosa mi risulta più semplice, così semplice che il mio interesse, nel continuare a studiare la filosofia non dico è svanito ma si è come “risoluto” e mi è sembrato stupido/inutile girare intorno a qualsiasi concetto proprio perchè così semplice; quindi, non credi che quando tutto è così semplice non ci sia più bisogno di filosofare? O magari tutto non è così semplice?”

Avevo risposto brevemente alla prima, lasciando del tutto in sospeso l’altra e promettendo al mio interlocutore un post dedicato all’argomento. Promessa finora non mantenuta, e che però, almeno in parte, vorrei soddisfare ora cogliendo l’occasione della lettura di un testo interessante di Fulvio Papi, consigliatomi da un amico, edito una decina di anni fa e intitolato nientemeno che Capire la filosofia.
Ne esporrò per sommi capi il contenuto, in maniera schematica, un po’ come se si trattasse di appunti presi a margine (in effetti è così), seguendo la numerazione dei capitoli e limitandomi a segnalare qua e là, tra parentesi quadre e in corsivo, i dubbi e le mie osservazioni. Certo, se ne potranno ricavare risposte solo laterali e indirette ai quesiti posti dal lettore – o magari nessuna risposta. Di sicuro, però, risponderanno all’ultima domanda: proprio così, tutto non è così semplice!

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Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi

venerdì 8 gennaio 2010

Mi ritrovo sempre più spesso a raccomandare ai ragazzi che frequentano la biblioteca dove lavoro, di cercare di essere più generosi. Lo trovo più importante di qualsiasi altra predica, anche perché può essere facilmente comunicato attraverso la prassi e l’esempio (con il che, però, ci si espone ad una precisa responsabilità e ad una facile verifica sul campo). Intendo quel termine – generosità – in maniera un po’ generica: una disposizione di apertura al mondo in senso lato, intesa a volersi mettere in gioco, a dare senza necessariamente ricevere nulla in cambio. Un flusso che va dall’interno all’esterno e che richiede di essere pronti ad impiegare se non addirittura a “sprecare” i propri talenti. Forse il termine che più si avvicina a quel che intendo è il francese dépense, concetto utilizzato ampiamente da Bataille (e traducibile all’ingrosso con un bruttissimo “dispendio”, oppure, con un giro di parole, “non badare a spese”), volto ad indicare quella sfera pulsionale contraria alla dinamica dell’utile e dell’accumulazione (non solo capitalistica).
Nel caso però dei giovani cui mi rivolgo (che sono determinati e in carne ed ossa, e non i rappresentanti generici dell’intera quanto fumosa generazione dei 12-20enni), si tratta ancor più di invitarli a vincere l’inerzia e la pigrizia da cui sono costantemente attanagliati, dovute più che al possesso delle cose accumulate, al loro uso/abuso, e forse anche alla mancanza di esempi convincenti. Prede anche loro, come tanti adulti, di una sorta di diffusa e sistematica accidia – uno dei sette vizi capitali, se non erro!
Sì, perché chi dovrebbe insegnar loro la “generosità” – la disposizione positiva nei confronti del mondo, lo spendersi, l’uscire da sé, l’ampliarsi, l’entrare in relazione, ancor prima del “donare” – è sempre più spesso a sua volta attanagliato da una sorta di sentimento contrario, anche se non simmetrico, che Spinoza identifica in maniera molto precisa nella sua Etica e che definisce abjectio.
La difficoltà sta da una parte nel tradurlo in qualcosa di concettualmente comprensibile per noi adulti (molto meno per loro che ancora non lo sono, né vorrebbero esserlo mai), e dall’altra nel metterlo socialmente ed eticamente alla prova all’interno del discorso che sto qui imbastendo. Ma partiamo dal testo, come sempre, e ricominciamo dall’inizio.

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Lezione spinozista 6: lupi utilitaristi e gaudenti

giovedì 17 dicembre 2009

C’è una proposizione della parte IV dell’Etica, la XXXVII, da cui vorrei partire per esaminare una delle questioni più importanti trattate qui da Spinoza, ovvero il concetto di utilità. Del tutto casualmente si tratta di una proposizione posta al centro esatto di questa parte, dedicata – lo ricordo – alla schiavitù umana causata dalla forza degli affetti, cioè dalle passioni. Quasi si trattasse di un grimaldello per entrare di soppiatto e capire meglio sia quel che viene prima che quel che viene dopo. Scrive Spinoza:

Il bene che chiunque, il quale segua la virtù, appetisce per sé, lo desidera anche per gli altri uomini, e tanto più quanto maggiore sarà la conoscenza che avrà avuto di Dio.

Questo passo è di una densità e di una potenza straordinarie, e sembra quasi voler mettere in relazione tutti gli elementi fin qui emersi (o, se si vuole, tutti gli elementi possibili): Dio (cioè la sostanza, cioè la natura in senso lato), gli appetiti e i desideri come modalità costitutiva e originaria dell’essere umano, la conoscenza razionale, il rapporto tra individuo e società. Ma è su quest’ultimo aspetto che vorrei appuntare l’attenzione, dato che si riaffaccia in più luoghi della parte quarta, quasi a costituirne un filo conduttore. Spinoza cita l’utilità fin dalle definizioni iniziali, legandola a ciò che è buono: “Per buono intenderò ciò che sappiamo con certezza esserci utile”.

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