Posts Tagged ‘vegetariani’

Dall’altra parte delle sbarre

sabato 29 aprile 2017

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Sempre più spesso rimango turbato nel vedere animali ingabbiati – siano essi rinchiusi nelle gabbie dorate della compagnia d’appartamento o nei ben più brutali allevamenti. Certo, c’è differenza di grado tra la condizione della felina di casa oppure le bucoliche galline della ridente campagna o i campi di concentramento degli allevamenti intensivi. Ma è, appunto, solo una differenza di grado, la sostanza non cambia: noi abbiamo intrappolato dei viventi e li abbiamo piegati ai nostri scopi. Ora, io non so dire se un giorno potremo vivere davvero in pace, per lo meno col mondo animale, eliminando integralmente l’addomesticamento, e dunque la produzione di infinite moltitudini di schiavi, e di un’inenarrabile quantità di dolore – così come proposto dall’abolizionista americano Gary Francione. Proprio non lo so. Quel che sento, però, è la crescita continua del disagio, del turbamento – dello straniamento ogni qual volta vedo animali e umani gli uni di fronte agli altri.
Proviamo, per una volta, a rovesciare la scena e a metterci dall’altra parte delle sbarre: qualche umano grasso da far schifo che zampetta nel fango, qualcun altro che invoca cibo emettendo suoni striduli, cuccioli nudi come vermi ammassati in pochi metri quadrati, vecchi macilenti in attesa di essere abbattuti, femmine gravide che mostrano le pudenda – mentre maiali eleganti, asini tirati a festa, galline sorridenti e mucche infiocchettate passano tra le gabbie e i recinti riprendendo con i loro smartphone quei poveri umani, un po’ riluttanti un po’ speranzosi di rimediare un tozzo di pane secco.
Subito dopo le famigliole di animali civilizzati si siederanno su tavoli ben assortiti d’ogni ben d’umano (affettati di coscia umana, braciole e stinchi e fegatini e bolliti e arrosti di carne umana, costolette di teneri fanciulli umani, grigliata e frittura di adolescenti umani…) – con gli sguardi ben lontani dai rigagnoli di sangue che nei macelli dietro le cucine scorrono a fiumi.
È tutto così bello e buono! e oggi, poi, è domenica!
Poveri umani, però, che vita grama che conducono.

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Il volto e il corpo dell’altro – 4. L’animale in noi, gli animali fuori di noi

venerdì 20 gennaio 2017

La “questione animale” è probabilmente una delle grandi questioni filosofiche (se non la più importante) della contemporaneità. A ben pensarci è un tema che mette in causa lo statuto etico, antropologico, persino ontologico della nostra specie – i concetti di natura umana, scienza, vita, morte, compreso il crescente desiderio di immortalità: attraverso il nostro rapporto con gli animali e l’animalità definiamo quel che siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando.
Animale è concetto paradossale che evoca prossimità e separazione ad un tempo. Tutto il discorso sul rapporto umano/animale è, come vedremo, costellato di elementi paradossali.

Partiamo, come sempre, dalle parole, dai concetti: “animale” è parola astratta, se si vuole vuota, del tutto incapace di definire la moltitudine di forme viventi cui parrebbe alludere. Animale ed animalità si pongono in prima istanza come i concetti che discriminano l’essere umano da ciò che non lo è, sé dalle altre specie, sé dall’altro da sé: l’animale è il paradigma dell’alterità, l’altro per eccellenza. E su questa alterità è probabile che si siano storicamente costituite tutte le altre.
Ma l’animale è, in primo luogo, l’animale in noi: ciò da cui homo sapiens intende separarsi – natura, corpo, sensibilità. L’animalità è essenzialmente ciò da cui l’io – la forma propria dell’umano – si allontana progressivamente: io – l’umano – è mente, coscienza, spirito, ovvero tutto ciò che non è corpo e natura. Come ci suggerisce Cimatti, in questo processo di costituzione della nostra antropologia, del nostro modo di essere, addomesticamento dell’animale esterno e autoaddomesticamento del corpo (l’animale interno) corrono paralleli.
La macchina antropologica (o antropogenica) è esattamente il processo storico di separazione dall’animalità.

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Senzaparole

giovedì 15 gennaio 2015

“A nessuno piace essere rinchiuso
o essere umiliato
sentirsi isolato in un luogo estraneo
o che altri decidano fino a quando
e come dobbiamo vivere“.

Eppure alcuni miliardi di “animali” vivono in queste condizioni, ogni giorno sul pianeta. L’albo illustrato (cui toglierei l’attributo “per bambini”) Senzaparole di Roger Olmos, edito in Italia da Logos, ce lo mostra attraverso immagini dure, implacabili, impietose. Così come dev’essere.
Immagini che però possono deviare dalla norma miserrima ed eterotrofa del dolore e dello spargimento di sangue, mi verrebbe da dire in una prospettiva utopica, che denazifichi una volta per tutte il nostro rapporto col mondo animale – così come ci viene rappresentato in quell’abbraccio che nell’ultima pagina del libro mozza il respiro e lascia, appunto, senza parole.

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Menu-necrologio di Natale

martedì 25 dicembre 2012

Fanny e Alexander_Bergman

Può essere che la parte etica (e/o sentimentale) del nostro ipertrofico encefalo si sia così tanto rammollita da farci inutilmente disperare per quella ben poco gentile disposizione degli esseri viventi a farne fuori altri per nutrirsene (i biologi la chiamano eterotrofia). E d’altra parte l’unica alternativa sarebbe il suicidio. Un nichilismo maggiore, a fronte di un nichilismo minore (maggiore e minore sono però quantomai relativi). Ma la parte più dura ed ancestrale del suddetto encefalo se ne sbatte e continua nell’immane opera trituratrice, divoratrice e distruttrice. È solo l’altra parte – quella molle – che aspetta che giunga il manto / della grande consolatrice…
Ci sono poi le vie intermedie – il vegetarianesimo o, meglio, il veganesimo a cercare di ridurre lo spargimento di sangue. Oppure, l’amara ironia della poesia. Come in questa Coercizione – tra le ultimissime, in punta di morte – di Wislawa Szymborska, che prende in giro un po’ tutti, onnivori, vegetariani e carnivori, e che spero vogliate mettere, magari al posto dei capponi o dei tacchini o dei capitoni, sulle vostre natalizie tavole scarlatte (per il sangue che scorrerà comunque copioso, e che però sulle tovaglie non si noterà, dato che sarà rosso su rosso). Vi è poi la possibilità – come conclude la grande e saggia poetessa – di coprire grida e necrologio con l’inutile ed allegro chiacchiericcio.
Ed è questo il mio augurio – ben poco simpatico e piuttosto rompicoglioni – per il giorno di Natale.
[P.S. L’immagine sopra è tratta dal film Fanny e Alexander di Ingmar Bergman che, se la memoria non mi inganna, si apre – e mi pare si chiuda – con una gran tavolata natalizia e un poderoso discorso del capofamiglia; la scena m’impressionò a tal punto che, quando la vidi al cinema poco più che ventenne, decisi che avrei organizzato qualcosa di simile con l’unico mio nonno superstite, che già vedevo assiso a capotavola, raccogliendo intorno a lui figli e nipoti a decine, sparsi in tutta Italia – una missione impossibile, che infatti non sarei mai riuscito a compiere; di lì a poco, tra l’altro, il vecchio patriarca migrò a miglior vita…].
E ora, finalmente, la poesia di W.S.:
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Genealogia del piatto

venerdì 3 agosto 2012

Mi è sempre assai piaciuto il termine eziologia. Sembra una parola complicata, ma in realtà non lo è per nulla, anzi è il termine che indica la necessità di veder chiaro nelle cose, di andare alla loro radice, di verificare da dove esse saltino fuori. Viene dal greco aitìa – causa – e quel logia finale lo rende un po’ pomposo, perché suona come “scienza” o “studio” o “discorso” intorno alla causa. Se ne fa un uso forse prevalente in medicina: l’eziologia di una malattia è praticamente la singola malattia in tutte le sue concause, variabili e manifestazioni (in pratica quasi un sinonimo di patologia).
Mi è venuto in mente l’altro giorno mentre mangiavo. Ebbene sì, mi succede di filosofare anche mentre mangio. Del resto niente di strano: i greci filosofavano a cena, sbevazzando, camminando e persino – come ci insegna il mio mentore Diogene – pisciando e defecando. Cercavo nel mio piatto – peraltro molto colorato e gustoso – le antiche cause di quel che stavo sentendo, gustando, vedendo, percependo e pensando in quel momento. Eziologia: forse addirittura genealogia di quel che andavo, forchettata dopo forchettata, portando alla bocca.
Ed ecco che uno dei problemi più gravi del nostro tempo è saltato fuori in maniera chiara – letteralmente dal piatto (more…)

Quel che penso davvero in 19 tesi

giovedì 3 dicembre 2009

(Questa volta la summa è farina del mio sacco mentale – anche se le granaglie provengono da antiche e sparse comunità agricole, passate poi sotto le macine  del tempo. Si tratta di sintetiche quanto ellittiche suggestioni di quel che penso a proposito del nostro posto nel mondo. Scritte in concomitanza col mio terzo compleanno vegetariano. Dedicate dunque alla cura e alla pietas che si devono agli enti, ai viventi, agli animali –  e forse un po’ anche a noi stessi. Non sentimentalismo, non pietismo. Cura e pietà semmai, cioè modalità della ragione. Quel “davvero” del titolo è solo un rafforzativo, un esornativo o uno stratagemma retorico – da intendersi a piacere. Mentre il numero 19 è del tutto casuale).

***

1. Il nostro essere nel mondo è innanzitutto un essere inclusivo. Noi abitiamo il mondo, ne siamo parte integrante, innestati, fusi e confusi in esso.

2. Ma la mente ha la tendenza a considerare l’essere nel mondo in modo esclusivo: gli umani si sono sentiti, immaginati e rappresentati, via via, come i padroni del mondo, la punta di diamante del mondo, addirittura fine e scopo del mondo – fino al delirio di onnipotenza di credersene creatori e ideatori. Il tutto sarebbe apparecchiato per noi. Il mondo come cosa nostra e nostra rappresentazione.

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Pianeta Vegan

sabato 4 aprile 2009

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Che cosa si prova ad essere un pipistrello? – si chiedeva Thomas Nagel. Il neuroscienziato vegano Massimo Filippi ci invita ad estendere l’esperimento, chiedendoci di immaginare che cosa proveremmo al posto delle galline ovaiole, dei maiali e dei vitelli da carne bianca costretti all’immobilità; dei pulcini maschi stritolati vivi appena nati perché inservibili per la produzione di uova; degli uccelli accecati e dei pesci asfissiati nelle vasche di coltura, delle mucche da latte eternamente ingravidate e private della prole – di quell’esercito sterminato, cioè, di animali – forse 50 miliardi all’anno – che vengono schiavizzati e sterminati per finire sulle nostre tavole (un numero peraltro approssimativo, dato che quel che si conta è spesso il tonnellaggio – ma che importa contare, visto che “si conta quando quello che viene contato non conta più”?).
Filosofare significa allargare lo sguardo a tutti gli enti, mettersi al posto di, andare a vedere cosa c’è dietro o sotto; filosofare significa costruire un’etica delle relazioni con gli enti, eticizzare l’ontologia, ontologizzare l’etica; filosofare presuppone sempre il partire da sé. La questione animale credo sia un cruciale campo di prova di tutto ciò. Anche perché nutrirsi non può più essere considerato un atto extramorale – e quel che noi consumiamo a livello alimentare è una corposissima metafora del nostro modo di intendere e di consumare l’essere, gli enti, le cose. Della nostra inguaribile bulimia e ipertrofia. Del nostro essere fondamentalmente cancerogeni nei confronti del pianeta.
Un ottimo scritto introduttivo a questi temi, del succitato Filippi, lo troviamo nel numero 12 di Diogene – Filosofare oggi; è possibile leggerlo sul sito della rivista, o anche qui:

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Marx e Kant alla tavola di Ivan

lunedì 16 marzo 2009

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Ho avuto il piacere di discutere ieri della mia scelta vegetariana con un amico ventenne, durante una conversazione a tavola. Tralascio qui i dettagli della discussione per soffermarmi su due punti ai quali il nostro conversare, pur non convergendo nel merito, è approdato: il concetto di limite e, inevitabilmente connessa a questo, l’etica del limite.

Il giovane Ivan, piuttosto dubbioso sulla mia scelta, mi chiedeva conto del perché ci si dovesse autoimporre un limite: se qualcosa è per noi possibile deve avere anche un suo senso, una sua giustificazione razionale. Senza forse esserne del tutto consapevole, credo abbia individuato in un solo colpo il nodo più profondo e intricato della ricerca razionale, con il suo inevitabile risvolto etico. In primo luogo la domanda filosofica che sorge (o dovrebbe sorgere) su ogni faccenda che ci riguarda: amo spesso a tal proposito indicare nell’arcano della merce di cui parla Marx un eccellente modello di indagine razionale. Chiedersi sempre che cosa si nasconde dietro ogni nostro gesto, anche il più banale, può aprire scenari immensi (e talvolta terribili) di comprensione: quel che beviamo o mangiamo, il clic di un interruttore o l’avvio del motore di un’automobile, un prodotto che acquistiamo o anche una parola che ci scappa di bocca… gli esempi possono essere infiniti, e dietro ciascuno è in agguato un arcano da svelare. Ma senza scomodare Marx, si tratta poi del normalissimo procedere dell’indagine razionale e, più specificamente, scientifica: ad ogni effetto (quel che ho di fronte) corrisponde una qualche causa che lo ha generato. La difficoltà sta nell’individuare tutte le cause, tutte le variabili e tutte le leggi che reggono il meccanismo causale. (Tralascio qui di parlare dei differenti campi dell’indagine, in particolare della classica partizione tra mondo umano e mondo naturale, scienze umane e scienze naturali).

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BISOGNA SDRAIARSI PER TERRA TRA GLI ANIMALI

martedì 23 settembre 2008

Nel dicembre 1917, la rivoluzionaria e pensatrice comunista e antimilitarista Rosa Luxemburg si trovava rinchiusa nella prigione di Breslavia, in Polonia. Di lì a un anno sarebbe stata massacrata con il compagno di militanza Karl Liebknecht, a colpi di calcio di fucile, dai soldati dei Freikorps agli ordini del governo del social-democratico Ebert. In quel mese di dicembre ebbe a scrivere una lettera a Sonja Liebknecht, moglie di Karl, dalla quale traspaiono, a onta del luogo in cui si trova, una serenità e una felicità sorprendenti: “Intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito”. Senonché questa “letizia interiore” viene profondamente turbata da un episodio cui la donna ha assistito, e che ci viene minuziosamente riportato: un soldato aveva frustato a sangue, usando la parte del manico, un bufalo utilizzato come bestia da soma. Alla guardiana che redarguisce il tipo brutale, costui risponde che “neanche per noi uomini c’è compassione” e riprende a battere con maggiore violenza. Scrive una Rosa sconvolta da quel che va accadendo di fronte a lei: “…gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza”.

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VEGETARIANI DI TUTTO IL MONDO…

mercoledì 25 giugno 2008

Bene! Leggo sull’inserto R2 della Repubblica di oggi che il numero dei vegetariani nel mondo è in crescita. Non sono un idolatra delle quantità (sempre meglio la qualità), ma esiste pur sempre la dialettica legge di engelsiana memoria di conversione della quantità in qualità – e quindi talvolta è bene partire dai numeri: India 180 milioni, Stati Uniti 7 milioni, Germania 6 milioni, Gran Bretagna 5 milioni, Italia 2,9 milioni (non male per un paese così culturalmente arretrato), Francia e Spagna 1,3 milioni (in questo i nostri cugini europei sono decisamente meno “avanzati” di noi…).
Poi: l’acqua consumata per produrre un chilo di carne è qualcosa come 20.000 litri contro i 200 per fare un kg di insalata; il 18% delle emissioni di diossido di carbonio sono prodotte dall’allevamento; il 40% dei cereali coltivati nel mondo vengono assorbiti dall’allevamento (percentuale che negli USA sale all’incredibile cifra del 70%); 1 ettaro di terra ha una resa proteica 12 volte superiore rispetto alla stessa superficie coltivata per nutrizione animale; all’effetto serra contribuiscono per il 18% i latticini, per il 10% polli e pesci, per l’11% la frutta, per l’11% i cereali, per il 20% oli, bevande, dolci e altro – e per il rimanente 30% la carne rossa!!!! Eccetera eccetera.
Sono d’accordo con Franco Battiato, intervistato per l’occasione, che non lancerebbe mai anatemi contro i carnivori, e che non è convinto della campagna promossa da Paul McCartney, che invita i suoi connazionali a non mangiare carne di lunedì per aiutare l’ambiente… (perché poi proprio di lunedì? non sarebbe meglio di sabato o di domenica, quando si consumano infiniti banchetti sacrificali, causa prima e diretta di immani stragi di animali, ben più di quelle del sabato sera sulle strade di mezzo mondo?). Ma, appunto, Battiato pensa che sia meglio non dare consigli agli altri e partire da sé – che è esattamente quello che penso anch’io, che però, come lui, “non posso più nutrirmi di qualcosa che è così vicino alla sensibilità umana”. Proprio non ce la faccio, ed anzi non mi capacito di come abbia potuto essere cannibale per così tanta parte della mia vita…

(Umberto Veronesi scrive: “Sono vegetariano da quando ho iniziato a scegliere, e la mia è una scelta d’amore, di filosofia e di scienza. Di amore per gli animali e per la vita in tutte le sue forme, specialmente quando è inerme e non può far valere il suo bisogno disperato di sopravvivere. Nessuna esistenza è piccola, nessuna è insignificante. Mangiare è una forma di celebrazione della vita, e non negazione della vita stessa ad altri esseri viventi, perché “inferiori”. […] La filosofia del vegetarianesimo è la non-violenza e la violenza a cui gli animali da macello sono sottoposti è efferata e crudele. […] Rinunciare alla carne inoltre è per me anche una forma di solidarietà e responsabilità sociale. […] Una dieta priva di carne non ci indebolirebbe certamente, e ci rimetterebbe in armonia con gli equilibri naturali perfetti del nostro pianeta”.)