Posts Tagged ‘verità’

Finché le nostre labbra raggiunse il muschio

venerdì 4 marzo 2016

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Morii per la bellezza – ma non m’ero
ancora abituata alla mia tomba
quando un altro – morto per la verità –
nel sepolcro vicino fu adagiato –

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza” – gli risposi – e lui:
“Io per la verità – è una sola cosa”
disse “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

[oggi nessuno, per lo meno in questa parte del pianeta, ambirebbe più a morire per cose piuttosto aliene come la bellezza e la verità; e tutto sommato è un bene, ché di solito quando qualcuno brandisce la spada nel nome della verità produce più danni che benefici; però forse Emily Dickinson ci vuol suggerire una morte più simbolica e trasfigurata, fatta di sottili allusioni, smottamenti delle gerarchie e dei significati; e poi comunque lei muore per la bellezza, non per la verità; che si dissero da una stanza all’altra? e… ma forse è meglio tacere, e coprire quei nomi pudicamente, col muschio di un silenzio più antico di ogni parola sussurrataci dal passato]

Filosofia della brutalità

martedì 1 dicembre 2015

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Sono sempre più convinto che l’unica vera risposta alle questioni poste alla conferenza sul clima di Parigi stia in una sorta di filosofia brutale, crudele, cinica: la natura, il pianeta, il clima, la vita se ne fottono degli umani – mentre appare evidente come non possa valere l’inverso.
Ecco, nella brutalità del nostro non contare un cazzo nell’economia dell’universo (altro che figli di dio, disegno divino, fine e scopo della creazione, con tutte le affini sciocchezze filate dal nostro cervello!) – in questa urgente presa di coscienza della stupidità di un antropocentrismo cieco e supponente, vedo l’unica debole possibilità di sopravvivenza della specie. Sopravvivenza per qualche tempo supplementare, s’intende, mica per sempre.
E sarei per cominciare ad insegnare questa brutalità della filosofia (o filosofia della brutalità) fin dall’infanzia. Giusto per aggiustare il tiro in tema di narcisismo e di future generazioni. E per tornare a dare un senso e una misura ai concetti di verità, giustizia e libertà. E a tutto il resto, a seguire.

Piccola apologia dell’opacità

venerdì 10 luglio 2015

[L’ideologia panottica del cerchio – L’ideologia “democratica” della rete – Trasparenza orizzontale,  opacità verticale – Privacy, profilazione e neovalorizzazione – Alétheia, ovvero dell’ossimoro fondante il concetto di verità – Rousseau essoterico: giù ogni maschera! – La metafisica digitale di Gorgia – Trasparenza seduttiva e securitaria – Trasparenza satura – Trasparenza emotivo-immaginifica – L’acritica (in)coscienza social – L’eterno riposo digitale]

274998941. Un sistema di disseminazione di microvideocamere pressoché invisibile, virtualmente esteso a tutto il pianeta, che lo renda visibile e trasparente a chiunque in ogni momento; un microchip sottocutaneo per ogni nuovo bambino nato che lo renda tracciabile e dunque al sicuro da malintenzionati, pedofili, orchi e quant’altro; un automonitoraggio continuo del corpo attraverso una sostanza ingerita che produce la visualizzazione di tutti i dati biometrici sulla pelle del braccio; l’assoluta trasparenza dei politici, attraverso la visualizzazione pubblica di ogni minuto della loro vita; l’assoluta trasparenza di ciascun individuo; l’assoluta trasparenza e condivisione obbligatoria di ciascuna opinione, desiderio, decisione politica…

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Sesta parola: reale

lunedì 16 marzo 2015

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1. Realitas è termine coniato nel Medioevo e costruito sul latino res, cosa. Lo si rinviene per la prima volta nel filosofo Duns Scoto che lo utilizza all’interno di una discussione molto tecnica a proposito del problema degli universali: l’idea astratta è reale (esiste da qualche parte) o è soltanto il nome (che dunque sta solo nella nostra testa) volto ad indicare una cosa concreta?
La domanda – che cosa è reale? – potrebbe sembrare oziosa, ma vedremo che non lo è affatto.
Siamo portati a pensare che tutti sappiano bene che cosa sia reale e che cosa no: le cose che vedo e che tocco, il cibo che ingurgito, le persone e gli animali domestici con cui vivo, il lavoro che faccio – tutto questo è senz’altro reale. Ma un nome, un’idea, un sogno, un software, un simbolo, un’immagine, un ippogrifo o un drago – sono reali o no?

2. Siamo soliti contrapporre ciò che è reale ad entità inesistenti, fittizie od immaginarie, ai sogni, a ciò che è soltanto prodotto dalla nostra mente – ovvero al lato soggettivo della conoscenza (anche se tutti questi termini richiamano, per opposizione, la propria esterna ed oggettiva alterità).
C’è un oggetto proprio perché c’è un soggetto: un lato viene dato insieme all’altro, io (soggetto) conosco o percepisco qualcosa (oggetto), e questo oggetto è sempre correlato con il mio modo di intenderlo.

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Filosofi, maghi, deboli e prepotenti

lunedì 9 marzo 2015

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«Ci sono fondati motivi per credere, anzitutto in base agli insegnamenti della storia, che realtà e verità siano sempre state la tutela dei deboli contro le prepotenze dei forti. Se viceversa un filosofo dice che “la cosiddetta ‘verità’ è una questione di potere” perché fa il filosofo invece che il mago?».

[Maurizio Ferraris, Manifesto del nuovo realismo]

Verità minori

giovedì 6 giugno 2013

egon_schiele_003Già filosofi meno pretenziosi e umili come Lessing dichiaravano di accontentarsi di verità minori a fronte dell’Unica Verità Maggiore (e a Lessing mi ha fatto pensare l’apologo della compianta Franca Rame, narrato postumo dal suo compagno di una vita). L’Unica Verità Maggiore appare poi risibile, ma soprattutto inutile (come per sua natura non può non essere), accanto a verità minori – ma dovute e necessarie – quali quelle richieste da un corpo martoriato di un giovane concittadino che entra vivo ed esce morto dalle spire dello Stato. E la cui verità (sempre minore) esce ora di nuovo stritolata e negata dalla kafkiana Macchina della Giustizia.
Resta il fatto che l’immagine quantomai vera e vivida del volto tumefatto e devastato di Stefano Cucchi – che però non mi sono sentito di esporre – è lì ad interrogarci.

Philosophieren ist Heraclitieren

sabato 10 novembre 2012

«Considero a parte, con il più grande rispetto, il nome di Eraclito. Quando l’altro popolo dei filosofi respingeva la testimonianza dei sensi, perché questi stessi indicavano molteplicità e cambiamento, egli respinse la loro testimonianza, perché mostravano le cose come se avessero durata e unità… Eraclito conserverà per sempre il diritto di affermare che l’essere è una vuota finzione. Il mondo “apparente” è l’unico mondo: il “mondo vero” è solamente una fandonia in più».

[F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello; la citazione apre, con il medesimo titolo del post, un paragrafo del saggio di Umberto Curi, Pòlemos]

Terza (ed ultima) obiezione – Sul severinismo

martedì 6 novembre 2012

Ho letto d’un fiato – forse troppo – il libro-intervista di Emanuele Severino Educare al pensiero. Un po’ come tapparsi il naso, trattenere il respiro ed immergersi senza più risalire per alcuni minuti, con il rischio di soffocare. L’intervistatrice – Sara Bignotti –  cerca di fargli dire lungo tutto il colloquio, che il pensiero – in particolare il pensiero del grande maestro – è una forma alta ed eccelsa di educazione, salvo il fatto che “educare” nell’analisi severiniana è uno dei tanti errori generati dalla follia di avere pensato il divenire come un divenir-altro, e dunque di avere distrutto – o essersi illusi di farlo – l’eternità degli enti. L’educazione è una componente essenziale del sottosuolo del pensiero occidentale, ma proprio per questo si rivela come impossibilità e follia: «Educare vuol dire “trar fuori” (educere) […] Educare significa angosciare. Quale angoscia è maggiore di quella che consiste nel prender coscienza di essere di per se stessi nulla? un nulla che diventa essere ed è destinato a ridiventare nulla?» (pp. 83-4).
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Seconda obiezione: metànoia o paranoia?

venerdì 2 novembre 2012

«Nella verità appare anche che l’isolamento della terra dal destino è destinato al tramonto, e il tramonto è l’avvento della terra che salva. Prima di tale avvento è necessario che la situazione di minorità, di assoluta marginalità del linguaggio che indica attualmente il destino, si rovesci nella situazione in cui i popoli, dico tutti, diventino testimoni del destino. Se vogliamo parlare di “autoeducazione”, l’autentica autoeducazione è questa metànoia – questa sì radicale – in cui il linguaggio testimoniante il destino dominerà la totalità dei linguaggi. Questo, prima dell’avvento della terra che salva». (Educare al pensiero, pp. 101-2)

Dopo di che l’intervistatrice chiede conto al maestro dell’avvento di questa non ben precisata “terra che salva” (che, evidentemente, dovrà interessare i popoli tutti, non si sa bene per quale ragione, e anche se il concetto di “popolo” non viene chiarito), e ne chiede conto perché se fosse un processo – come tutti i processi storici fin qui occorsi – sarebbe allora… un “divenir altro”, e tutto il castello logico andrebbe in mille pezzi – eh no! chiosa Severino, si tratta invece del “sopraggiungere degli eterni”. Nientemeno!
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Il libretto rosso

giovedì 19 luglio 2012

Ho ascoltato stamane, ancora un po’ assonnato e dunque a stralci, un’intervista di Radio Popolare a Enrico Deaglio, autore del libro Il vile agguato, sulla strage di via D’Amelio. Mi è ad un certo punto giunto un frammento a proposito della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino, misteriosamente scomparsa. Deaglio diceva che non è tanto il valore in sé di quel libretto (che magari non contiene nulla di importante), ma il suo essere simbolico di un’intera stagione della storia italiana.
Cioè: quell’agenda è la cifra del modo in cui lo Stato italiano per decenni – da Piazza Fontana, ma a ben vedere fin dalla Strage di Portella della Ginestra – ha tramato, organizzato, coperto, gestito gran parte della propria nerissima storia politica, sociale e giudiziaria.
Al che, mentre terminavo di far colazione, ho associato tutto ciò alla figura hobbesiana del Leviatano. Hobbes pensava che lo stato – ab-solutus – non dovesse essere soggetto ad alcun controllo, né fosse tenuto al rispetto dei patti con i suoi cittadini-sudditi. Esso è un “Dio mortale” che detiene il monopolio del giudizio sul bene e sul male, sul giusto e l’ingiusto, e dunque, in ultima analisi, sulla verità.
La ragion di stato coincide così con la verità di stato. Concezioni incompatibili con lo spirito filosofico, che ha nel proprio cuore la ricerca moltitudinaria della verità, non il suo monopolio. Spinoza contro Hobbes, insomma.
Dopo secoli di statolatria, sempre più assomiglia ad una favola quel motto che dice “lo stato siamo noi”. L‘État c’èst moi, sembra più corretto e veritiero. L’alibi che senza lo stato sarebbe peggio e torneremmo ad essere lupi che si sbranano l’un l’altro, non deve esimerci dal ricercare e battere altre strade della convivenza.
Ricordare l’uomo di stato Borsellino assume così tutt’altro significato.