Posts Tagged ‘virtù’

Zoon politikon – 1. Le origini della polis

mercoledì 18 ottobre 2017

Il senso di questi incontri – in netta controtendenza con la nostra epoca – è quello di scavare nelle parole, di andare alla ricerca dei significati originari e delle loro successive stratificazioni, di portare alla luce ciò che la superficie nasconde, in un’epoca in cui tutto è apparenza e i nomi vengono spesso usati in maniera superficiale se non a caso, senza cognizione di causa. Questo vale in particolare per l’ambito politico.
La lingua e la cultura greca designano per la prima volta con grande forza la “politicità” di homo sapiens: egli, dice Aristotele, è zoon politikon, essere (vivente, animale) eminentemente politico.
È di questo che ci occuperemo in questo ciclo, di questo elemento essenziale, delle forme che storicamente ha assunto e del loro destino in Occidente, alla luce dell’attuale crisi dell’idea stessa di politica.
Personalmente credo che non vi sia un eccesso, semmai una carenza di politica, nell’epoca in cui tutto appare politica, senza esserlo, mentre l’umanità politica arretra all’avanzare di nuove forme di barbarie.

1. Quel che i greci intendevano per “politica” è diverso da quel che intendiamo noi: polis è cosa diversa da stato o da società civile (che per i greci tendono a sovrapporsi). Credo però si possa sostenere che la domanda, il problema che sta alla base dell’invenzione della forma politica di convivenza (in particolare di quella sperimentata dai greci tra il VII e il IV secolo a.C., ovvero la democrazia), siano i medesimi, fatte le debite proporzioni demografiche o riguardanti la complessità sociale. Io ho sintetizzato quel problema in una domanda-simbolo: come contenere l’ira funesta di Achille?

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Settima parola: bene

lunedì 27 aprile 2015

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(Vista la vignetta dei Peanuts qui sopra, mi toccherà forse parlar male del bene…)

Nel termine latino bonum (aggettivo bonus) ci sono tutte le caratteristiche con le quali viene comunemente utilizzato il concetto di bene: dal summum bonum, all’essere retti e onesti, alla felicità, utilità, prosperità, ecc.
Senonché dire:
il Bene
-fare il bene (o meglio, buone azioni)
-io sto bene
sono espressioni molto differenti, che si riferiscono ad accezioni parecchio diverse della medesima parola.
Che alludono ad una diversa caratterizzazione del bene a seconda che esso venga inteso in termini oggettivi (il bene come idea-valore in sé) o in termini soggettivi, e dunque relativi a situazioni sociali e storiche determinate, o più semplicemente concernenti le relazioni intersoggettive (utilità, felicità sociale e individuale, ecc.).

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(In)utilità della filosofia

mercoledì 5 giugno 2013

[Riporto la traccia del mio intervento all’ultimo incontro del Gruppo di discussione filosofica, presso la biblioteca di Rescaldina. I Lunedì filosofici riprenderanno in autunno]

 

“La filosofia è quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”.
“La nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.
Due frasi – una dal sapore popolaresco e canzonatorio, l’altra corrucciata dalla serietà hegeliana – che giungono ad una medesima conclusione: la filosofia come qualcosa di inutile, cioè privo di uno scopo determinato (non ha importanza qui il contenuto dello scopo; ciò che importa è che vi sia una finalizzazione dell’attività: faccio questo per ottenere quest’altro, purché mi sia utile, cioè vantaggioso, che mi apporti dei benefici – anche se poi esistono scopi reconditi, eterogenesi dei fini, beni che si rivelano mali, insomma una casistica esageratamente varia).
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Il batticuore per l’umanità e lo spirito del mondo

mercoledì 20 luglio 2011

Avevamo ragione noi, in quel luminoso e tragico luglio 2001. Su tutta la linea. E, come sempre, aveva ragione anche quel rompicoglioni di Hegel. Ed è ancora più chiaro a distanza di (rispettivamente) 10 e 204 anni. Le ragioni di quel movimento (il primo vero movimento globale, a dispetto del nome) sono ancora tutte qui, aperte e squadernate davanti ai nostri occhi increduli e sbarrati – e riempiono (almeno a parole) le agende di politici e governi (compresi quelli che ci hanno sparato addosso), del tutto incapaci non dico di risolvere ma nemmeno di affrontare seriamente i nodi che la ragione e le ragioni avevano fatto emergere.

Però Hegel, che pure aveva una inconfessabile attrazione per le rivoluzioni (“splendide aurore”),  ci avverte che il corso del mondo (e la sua ragione, il suo essere pervicacemente reale-razionale) fa spesso a pugni con le anime belle che lo vorrebbero un po’ più somigliante ai loro soggettivi desideri. Ne discute a lungo, aggrovigliandosi un po’ nel suo linguaggio criptico e gergale, in alcuni celebri paragrafi della Fenomenologia dello spirito, che non è il caso qui e ora di analizzare, ma che certo sanno evocare molto bene la sostanza del conflitto in corso.
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Introduzione alla filosofia – 2. I “giganti”: Socrate, Platone, Aristotele

lunedì 21 febbraio 2011

Noi siamo come nani sulle spalle di giganti
così che possiamo vedere più cose di loro
e più lontante, non certo per l’altezza del
nostro corpo, ma perché siamo sollevati
e portati in alto dalla statura dei giganti

(Bernardo di Chartres)

Socrate non è una dottrina, è una vita
(A. Banfi)

Mi tremano le vene dei polsi se penso che dovrò parlare, in poco più di un’ora, di Socrate, Platone, Aristotele – cioè delle tre figure più influenti, nel bene e nel male, di tutta la filosofia occidentale.
Comunque ci piazzeremo comodamente come nani sulle spalle dei tre “giganti”: la celebre metafora, che risale al filosofo medioevale Bernardo di Chartres, illustra chiaramente la situazione nella quale ci troviamo quando ci confrontiamo con la tradizione (sia essa quella di artisti o pensatori, così come della specie più in generale). Rispetto, riverenza, imbarazzo, persino impotenza (hanno già detto, fatto e pensato tutto loro!) – ma, anche, la capacità di essere fortunati e di poter guardare più lontano. Oltretutto è un’immagine particolarmente calzante per i tre filosofi di cui parleremo, dato che gran parte delle questioni filosofiche e dei relativi termini, l’idea stessa di discussione filosofica, una certa figura di filosofo, nascono proprio con loro.

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Catalogo delle passioni: i talenti dei generosi e dei depressi

venerdì 8 gennaio 2010

Mi ritrovo sempre più spesso a raccomandare ai ragazzi che frequentano la biblioteca dove lavoro, di cercare di essere più generosi. Lo trovo più importante di qualsiasi altra predica, anche perché può essere facilmente comunicato attraverso la prassi e l’esempio (con il che, però, ci si espone ad una precisa responsabilità e ad una facile verifica sul campo). Intendo quel termine – generosità – in maniera un po’ generica: una disposizione di apertura al mondo in senso lato, intesa a volersi mettere in gioco, a dare senza necessariamente ricevere nulla in cambio. Un flusso che va dall’interno all’esterno e che richiede di essere pronti ad impiegare se non addirittura a “sprecare” i propri talenti. Forse il termine che più si avvicina a quel che intendo è il francese dépense, concetto utilizzato ampiamente da Bataille (e traducibile all’ingrosso con un bruttissimo “dispendio”, oppure, con un giro di parole, “non badare a spese”), volto ad indicare quella sfera pulsionale contraria alla dinamica dell’utile e dell’accumulazione (non solo capitalistica).
Nel caso però dei giovani cui mi rivolgo (che sono determinati e in carne ed ossa, e non i rappresentanti generici dell’intera quanto fumosa generazione dei 12-20enni), si tratta ancor più di invitarli a vincere l’inerzia e la pigrizia da cui sono costantemente attanagliati, dovute più che al possesso delle cose accumulate, al loro uso/abuso, e forse anche alla mancanza di esempi convincenti. Prede anche loro, come tanti adulti, di una sorta di diffusa e sistematica accidia – uno dei sette vizi capitali, se non erro!
Sì, perché chi dovrebbe insegnar loro la “generosità” – la disposizione positiva nei confronti del mondo, lo spendersi, l’uscire da sé, l’ampliarsi, l’entrare in relazione, ancor prima del “donare” – è sempre più spesso a sua volta attanagliato da una sorta di sentimento contrario, anche se non simmetrico, che Spinoza identifica in maniera molto precisa nella sua Etica e che definisce abjectio.
La difficoltà sta da una parte nel tradurlo in qualcosa di concettualmente comprensibile per noi adulti (molto meno per loro che ancora non lo sono, né vorrebbero esserlo mai), e dall’altra nel metterlo socialmente ed eticamente alla prova all’interno del discorso che sto qui imbastendo. Ma partiamo dal testo, come sempre, e ricominciamo dall’inizio.

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Lezione spinozista 6: lupi utilitaristi e gaudenti

giovedì 17 dicembre 2009

C’è una proposizione della parte IV dell’Etica, la XXXVII, da cui vorrei partire per esaminare una delle questioni più importanti trattate qui da Spinoza, ovvero il concetto di utilità. Del tutto casualmente si tratta di una proposizione posta al centro esatto di questa parte, dedicata – lo ricordo – alla schiavitù umana causata dalla forza degli affetti, cioè dalle passioni. Quasi si trattasse di un grimaldello per entrare di soppiatto e capire meglio sia quel che viene prima che quel che viene dopo. Scrive Spinoza:

Il bene che chiunque, il quale segua la virtù, appetisce per sé, lo desidera anche per gli altri uomini, e tanto più quanto maggiore sarà la conoscenza che avrà avuto di Dio.

Questo passo è di una densità e di una potenza straordinarie, e sembra quasi voler mettere in relazione tutti gli elementi fin qui emersi (o, se si vuole, tutti gli elementi possibili): Dio (cioè la sostanza, cioè la natura in senso lato), gli appetiti e i desideri come modalità costitutiva e originaria dell’essere umano, la conoscenza razionale, il rapporto tra individuo e società. Ma è su quest’ultimo aspetto che vorrei appuntare l’attenzione, dato che si riaffaccia in più luoghi della parte quarta, quasi a costituirne un filo conduttore. Spinoza cita l’utilità fin dalle definizioni iniziali, legandola a ciò che è buono: “Per buono intenderò ciò che sappiamo con certezza esserci utile”.

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Spinoziana lectio

giovedì 10 dicembre 2009

E’ la seconda volta che ho il piacere di ascoltare una conferenza di Carlo Sini su Spinoza. L’occasione era ghiotta, dato che Spinoza è in questo periodo al centro dei miei interessi e il relatore ne conosce molto bene i testi e il pensiero. E’ successo qualche sera fa a Canegrate, un piccolo paese della provincia milanese, dove da anni un’eroica insegnante di filosofia del liceo (ora in pensione) organizza incontri filosofici a carattere divulgativo. La lectio aveva dunque un carattere non specialistico, si rivolgeva a tutti, anche ai non esperti di cose filosofiche. Ritengo che proprio dalla capacità orizzontale di comunicare la filosofia si possa misurare la bravura di un filosofo o di un docente. Tanto più che, nel caso in questione, si trattava di rendere in un’ora l’attualità di un classico come Spinoza, con particolare riferimento all’etica.
Direi che il buon Sini c’è riuscito molto bene, senza per questo sminuire o annacquare troppo la potenza di quel pensiero.
Tra le varie questioni sollevate, ne vorrei ricordare in particolare una, da Sini segnalata come cruciale per la piena comprensione del pensiero del filosofo olandese: quella che potremmo definire come la disarticolazione interna al soggetto delle categorie di libertà, volontà e necessità. Disarticolazione che è innanzitutto una chiarificazione.

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