Posts Tagged ‘vita’

Aforisma 40

lunedì 1 agosto 2011

Non siamo noi a disporre per la vita o per la morte. Si tratta di decisioni extraterritoriali.

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Profanare i dispositivi

sabato 16 luglio 2011

“… e nel farsi comandare
ha trovato la sua nuova libertà”
(G. Gaber)

“Portare alla luce quell’Ingovernabile, che è l’inizio e, insieme, il punto di fuga di ogni politica” – con tale auspicio Giorgio Agamben conclude la sua lezione-saggio intitolata Che cos’è un dispositivo? Non posso qui dilungarmi nell’analisi (di tipo genealogico) del concetto di dispositivo, utilizzato da Foucault fin dagli anni ’70, alle cui spalle c’è il concetto hegeliano di positività e, prima ancora, la latina dispositio e l’oikonomia teologica – anzi, premetto subito che questo risulterà forse un post piuttosto denso ed ellittico, ma qualche esempio addotto qua e là potrà renderlo più comprensibile (ad ogni modo, il testo di Agamben è stato pubblicato nel 2006 da Nottetempo nella collana “I sassi“, quella serie di libretti a 2-3 euro che ricorda un po’ i vecchi e geniali Millelire di Stampalternativa).
Intanto comincio con il riassumere brevemente il significato di dispositivo – prima con le parole di Agamben: “qualunque cosa abbia in qualche modo la capacità di catturare, orientare, determinare, intercettare, modellare, controllare e assicurare i gesti, le condotte, le opinioni e i discorsi degli esseri viventi”; – e poi con la mia personale sintesi: il già-dato-e-prodotto tendenzialmente automatico e meccanizzato della rete sociale (una vera e propria ontologia sociale, così come esiste un già-dato dell’elemento biologico) che non solo avviluppa gli individui, ma che soprattutto ne produce (o destruttura) le soggettività. A tal proposito Agamben ipotizza addirittura una partizione ontologica tra due vere e proprie classi: gli esseri viventi e i dispositivi. Nel mezzo i soggetti, quali prodotti del “corpo a corpo” tra le due classi.
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Amletismi – 10

venerdì 24 giugno 2011

Purtuttavia, nella verditudine più brillante alligna e fa capolino l’atra e nera putredine.

Bioepoca – seconda parte

venerdì 29 aprile 2011

Diamo ora uno sguardo alla scienza e alla tecnoscienza.
La rivoluzione scientifica in epoca moderna – attraverso la riappropriazione della natura da parte della sfera umana, sottratta alla precedente ipoteca teologica – costituisce l’avvio di un processo di teorie e di conoscenze che oggi possiamo definire apparato tecnoscientifico, e che si sostanzia in una precisa mentalità nei confronti del mondo naturale.
La scienza si presenta apparentemente in forma di sapere neutrale ed oggettivo, lontano da ogni connotazione valoriale (fatti, non giudizi): in una formula matematica o in una reazione chimica, oppure nella conoscenza relativa alle tecniche riproduttive dei coleotteri non c’è, né può esservi, nulla di rilevante sul piano etico. Questo non vuol dire che il sapere scientifico è l’unica forma di conoscenza data. Anche un quadro o una sinfonia ci dicono qualcosa della realtà; basti poi pensare alla poesia, e a quanto essa sia in grado di descrivere con precisione i sentimenti umani, magari meglio di quanto non facciano le neuroscienze (che si limitano spesso a tradurli in reazioni chimiche o in “luci” che si accendono nelle varie parti del cervello).
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Bioepoca – prima parte

mercoledì 20 aprile 2011

(approfitto dell’ultimo degli incontri di “Introduzione alla filosofia”, costruito a partire dalle sollecitazioni di alcuni partecipanti, per fare il punto sul concetto di bioepoca, e sulla bruciante e connessa questione della bioetica).

Già l’uso della parola “epoca” accanto a bios (vita), ne orienta in una direzione precisa il significato: c’è un’epocalità, cioè l’apparire cruciale di un nuovo concetto di vita; ma “epoca” sta anche a dire che c’è l’emergenza di una temporalità e di una storicità: qualcosa di inaudito, che prima non era mai emerso, e che implica nel contempo qualcosa che è destinato a tramontare. Ci troviamo cioè, probabilmente, nell’epoca epochizzante per antonomasia – evo in cui si guarda alle cose nella loro determinazione storica e perenne mutabilità. Epoca transeunte del transeunte, che consuma il suo stesso consumarsi. Negazione della negazione.

Utilizzerò alcune parole-chiave per definire la costellazione concettuale da cui partire per una discussione etica del bios – una bioetica, come si suole ormai chiamare il nuovo orizzonte decisionale riguardante gli antichi estremi della condizione esistenziale: la vita, la morte, la nascita, la natura, la finitezza e l’immortalità. Alcuni concetti che è bene chiarire preliminarmente:

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Bioliste

giovedì 3 marzo 2011

(Un post al giorno, per tre giorni, su cose “biografiche”. Sull’ombelico. Su quanto siamo autocentrati. Io io io. Solo in seconda battuta – il mondo, gli altri, il non-io. Tutta colpa di René. Del Cristianesimo. E della Biologia. Tanto per fare un primo elenco).

Oggi, per l’appunto, si stilano liste. L’altr’ieri ho letto la lista di Roberto Saviano sulle “cose per cui vale la pena vivere”. Ieri mattina alla mia radio preferita ho ascoltato le liste (ridotte all’osso per motivi di programmazione) dei radioascoltatori sul medesimo tema. Dopo di che mi sono detto: voglio redigere anch’io la mia bella lista! Le 10 cose per cui (finora) è valsa la (mia) pena di vivere.
(Di nuovo mi sorprendo per l’indebita interpolazione del termine pena nella lista delle gioie, che sempre mi riprometto di indagare, magari prima o poi lo farò).
Siccome è mia ed è pena, il risultato non potrà che essere stucchevole (aggettivo spesso utilizzato da un ironico e caro amico fuggito in montagna – beato lui!). E dunque, chi non vuole farsene ammorbare, tediare, nauseare – stuccare – salti pure il seguito (certo non me ne dorrò), e, se poi gli garba, attenda con fiducia e legga l’aforisma di domani e il narcisismo numero 3 di posdomani…

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La fine

venerdì 24 dicembre 2010

“E lascio la mia vita a te
Tu mi conosci non puoi dubitare
Fra mille affanni non sono andata via
Rimani qui al mio fianco sfiorandomi la mano (…)
Mi manca la presenza della sua figura”
(G. Russo)

“Il modo più importante di ricordare qualcuno
è essere la persona che quel qualcuno ci ha reso”

(M. Rowlands)

Non c’è nessun Dio padre a consolarci. Né un suo presunto figlio. E nemmeno un qualche spirito che aleggi non si sa bene dove. Non c’è nessuna vita dopo la morte. La trascendenza è pura immaginazione. Tutto quello che esiste è qui: la vita, la morte e le figure cangianti dell’essere. So per certo che è così.
I versi e la voce della poesia immaginano altro, immaginano l’impossibilità. Ed è bene che sia così.
Ce lo ricordano la sublime – morta e mai mortaGiuni Russo e il poeta mistico spagnolo Giovanni della Croce. Le figure scomparse e transeunti tornano alla figura che le ha generate – poco importa il nome che le danno gli umani.
Quelle essenze che fluiscono nel nostro ricordo – così come tutte le altre essenze del vivente che fluiscono nell’unica essenza della vita.

In memoria di quella che per me è stata una tra le figure-essenze più care – morta eppure mai morta alla vigilia di natale di due anni fa – pubblico qui sotto, in forma di racconto, la cronaca del nostro ultimo incontro. La fine – l’esito senza ritorno entro cui la mia amica temeva che la sua figura si smarrisse, che non fosse più riconoscibile, deturpata dalla malattia e dall’angoscia. I suoi occhi scintillavano ancora, dietro il velo della morte, nel pormi quella domanda inespressa.
Ma la sua figura è eterna, come tutte le cose.

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B-sides: Anassimene

sabato 4 dicembre 2010

Con una titolazione poco filosofica, piuttosto anglomane e alquanto ammiccante al mondo della musica pop, inauguro una serie di post sui “filosofi minori”, ma non per questo meno interessanti dei loro fratelli “maggiori”. Anche perché a decidere sulle comparazioni, rimozioni ed interpretazioni è pur sempre la storiografia, quanto mai relativa e diveniente – con buona pace dell’Hegel estremista che riduce la storia al sistema (suo), fino all’incredibile e lucida follia di compiacersi per la perdita di migliaia di pagine di testi antichi, inessenziali – a suo dire – a spiegarlo quel sistema…

***

Schiacciato dai suoi illustri predecessori – il “primo” filosofo Talete, simbolo archetipico della storia filosofica, e Anassimandro, immenso cosmologo e pensatore dell’infinito – il povero Anassimene di Mileto rientra a pieno titolo nel novero dei filosofi “minori”, quelli del “lato b”, meno citati e presi in considerazioni. Ed è un vero peccato, poiché a ben vedere non ha nulla da invidiare ai suoi antecessori e presumibilmente maestri, anche se è difficile calare sulla realtà filosofica dell’epoca le nostre categorie storiografiche (che sono poi state in principio quelle di Aristotele); oltre al non piccolo problema della pressoché totale mancanza di fonti originali e della necessità di ricorrere alle testimonianze.
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Frammenti monicelliani

mercoledì 1 dicembre 2010

Chiedi quale sia la strada per la libertà?
Una qualsiasi vena nel tuo corpo

(Seneca)

Un gesto secco. Silenzioso e però assordante. Insieme un “mi sottraggo a questo stillicidio” e un “andate tutti affanculo”. Tragicomico?

Amarezza. La parola che Davide mi manda a dire dalla Roma degli studenti in piazza senza che io gli abbia risposto. È forse anche un po’ colpa di Mario. Sua, non mia.

Riso amaro. Commedianti della vita, che arrancano come sempre, come tutti. Ridicolmente piccoli, perché si sentono pacchianamente al centro del mondo. Grillocentrici.

Rappresentare la comédie humaine non è facile. Lui l’ha saputo fare. Anche gettarsi da una finestra è comédie humaine. Profondamente humaine.

Speranza: parola da abolire, invenzione dei padroni. Un po’ come dire state bboni! Incazzatevi davvero o andate in malora!

Insondabilità del gesto, si suol dire. Rispetto per chi sceglie di farsi fuori – a 15 come a 95. Anche se la seconda evenienza è un po’ più digeribile. Su tutto, il composto sudario della pietas.

Ma quale eutanasia! Sempre a disseminare cazzate ideologiche a spanne e a piene mani. Buona vita, buona morte. Parole-involucri da lasciar seccare.

E allora, me la fate o no ‘sta rivoluzione? Forza armatevi, voi nuovi Brancaleone!