Posts Tagged ‘vita/morte’

Una morte secca

mercoledì 4 settembre 2013

CathedralOfTrier_SkeletonLa giornata comincia a letto con la quantificazione dell’urina fatta durante la notte, l’apposizione di Epinitril (un cerotto alla nitroglicerina, che ho scoperto essere un vasodilatatore) e il gioco dell’emissione e dell’immissione di aria dai polmoni catarrosi attraverso un puff dotato di una graziosa rotella rossa da far girare due volte fino a sentire un clic. Poi continua in cucina, dopo una breve passeggiata in corridoio con l’ausilio di un bastone, eseguendo nell’ordine: misurazione della pressione arteriosa e dei battiti cardiaci, rilevazione della glicemia, iniezione di insulina, assunzione di Lansoprazolo a scopo di protezione gastrica, colazione leggera, assunzione di 125 mg di furosemide (molecola che favorisce la diuresi) e Pritor (antiipertensivo).
Si tratta ora di attendere l’ora di pranzo, quando si ripeterà il rito dell’insulina e si provvederà, subito dopo il pasto, all’assunzione della cardiospirina atta a fluidificare il sangue – ma il cardiochirurgo dice che è pessima per le funzioni renali. Sonnellino pomeridiano di un paio d’ore e poi, alle 16 in punto, è l’ora di Norvasc, una pastiglia dal duplice effetto: agisce sulla pressione e ossigena il cuore.
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Al galoppo

lunedì 12 agosto 2013

Segantini - cavallo al galoppo

Senti un po’:
se un giorno non potessi più galoppare?
Mi accontenterei di correre.
E se un giorno non potessi più correre?
Allora avanzerei con passo rapido e deciso.
Ma se un giorno non sapessi più nemmeno avanzare?
Mi limiterei a camminare.
E se azzoppassi?
Arrancherei, che altro potrei fare?
E se un giorno – senti bene – oltre che galoppare, correre, avanzare, camminare non potessi più nemmeno pensare?
Allora abdicherei e desidererei solo di morire, all’istante.

Tris cinefilosofico – 3. L’ontologia di Malick

lunedì 1 aprile 2013

tree-of-life-gustav-klimt

Il problema di The Tree of Life, forse il più importante film di Terrence Malick, è che siamo al limite dell’incommentabilità, tanto è ricolmo di cose, di concetti, di suggestioni (oltre che di visioni), sia in termini strettamente estetici (citazioni letterarie e pittoriche, prestiti cinematografici, uso della musica, ecc.) che filosofici. E ciò nonostante (o proprio grazie alla) scarna essenzialità della trama. Trama è detto qui in senso apicale, non banale – poiché di tessitura del cosmo si tratta, e del rapporto tra micro e macrocosmo. Una trama che nel nostro caso si appalesa nel destino di una delle tante famiglie dell’umana avventura (con annessi conflitti e tragedie secondo schemi classici: il padre e la madre, la physis e il nòmos, l’amore e l’odio, il conflitto verticale ed orizzontale, la morte), vicende ricorrenti che a sua volta intramano il mondo, e di cui in verità il mondo (l’essere) ben poco si cura.
Ed è proprio da qui che forse si deve partire, dalla domanda metafisica essenziale (altrimenti non si capisce perché dedicare mezz’ora di film alla cosmologia e alla paleontologia, confezionate ovviamente con immagini di straordinaria poeticità): che relazione c’è fra le trame degli umani e le trame ontologiche?
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Macchine per essere

venerdì 8 febbraio 2013

rire-homme-machineVuoi che ti dica una cosa? Più lo si analizza, questo corpo moderno, più lo si esibisce, meno esso esiste. Annullato, in misura inversamente proporzionale alla sua esposizione.

Che cos’è un corpo? che cosa può un corpo? che rapporti intrattiene il corpo con la mente? siamo riducibili ad un corpo? che significato ha il corpo (nella nostra cultura)? E si potrebbe andare avanti ancora.
Daniel Pennac non aveva forse intenzione di scrivere un romanzo filosofico che fosse in grado di rispondere a queste domande – ma certo la sua Storia di un corpo (Journal d’un corps, nel titolo originale) non può non avere profonde implicazioni filosofiche ed antropologiche.
Ed è curioso (ma forse inevitabile) che sia proprio uno scrittore francese – dopo lo scissionista e meccanicista Descartes, il sensista Condillac, il materialissimo homme-machine di La Mettrie – ad occuparsi del corpo prescindendo dalla mente, dai sentimenti, dalle emozioni, e da tutte le relative elucubrazioni che occupano gran parte del reticolo neuronale (per lo meno di quello che attiene alla cosiddetta coscienza).
Cosa impossibile, naturalmente, visto che il protagonista – registratore impassibile ed ultraoggettivo lungo una settantina di anni di quel che succede al proprio corpo – ne è spesso stupito, e non può, anche volendo, scindere del tutto il complesso mentale da quello fisico-meccanico (ché di un tutt’uno si tratta).
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Sazio di giorni: visione

sabato 29 settembre 2012

Prefigurare la sazietà. Immaginarmi vecchio, ma non cadente.
Sotto un ulivo, l’amaca a dondolare l’ultima fertile lettura.
La collezione di grasse sculture vegetali,
decenni di cura di cui andar fieri.
La collezione di memorie con pochi rimpianti.
I chiaroscuri inevitabili, le ferite che bruciano
– lasciarle bruciare, che è giusto.
La vasta collezione di volti e di gesti e di affetti.
Una musica diversa ad ogni tramonto
eco di tutte le canzoni cantate, di tutte le sinfonie ascoltate.
Un bagno all’alba sotto la torre Saracena, per lavar via la malinconia.
E camminare risalendo il torrente, anche se le gambe dolorano.
E pensare, pensare il più possibile, pure se la mente brucia.
Lasciarla bruciare, male non fa.
Poco cibo, l’essenziale, senza scorticare troppi viventi.
Lasciare il mondo su binari più diritti di un tempo.
Con qualche seme e qualche giovane mente in più in circolazione.
Lasciare alcuni scritti (pochi ed essenziali)
parole che scavano e che s’innalzano (poche ma essenziali)
incise su pietre che il vento e la pioggia scalfiranno
– ma solo tra un po’.
Ed un corpo scolpito da bellezza e avversità
esposto al lavorìo del tempo, senza coprire cicatrice alcuna.
Avere amato altri corpi altre anime,
ma alla fine aver lasciato indietro tutti.
Perché di fronte al gorgo si è soli.
Sazi e soddisfatti, sereni ma non felici,
oh! sarebbe così bello!
Il gorgo non sarebbe poi così male.
Vi si scivolerebbe piano fino in fondo
come fosse un antro fresco e odoroso.
E io, sazio di giorni.

Quel dito puntato sulla fronte di mio padre

giovedì 28 luglio 2011

“Canto chi mi ha preceduto […]
L’amore non cantarlo, è un canto di per sé
più lo si invoca meno ce n’è”
(Montesole, PGR)

(quando ho cominciato a scrivere queste note, non avrei mai pensato che sarebbero diventate una sorta di diario… come chiamarlo?… bioaffettivo? bioemotivo? una cronaca a metà tra la riflessione e la passione-pietà, schizzi disordinati sulla vita, la malattia, la fragilità dell’esistenza – e la paura della morte – con un unico filo: il volto smarrito di un padre, la sua indecifrabile agitazione interna; e gli occhi ondivaghi di un figlio, che talvolta fissano quel volto e talvolta deviano lo sguardo; forse ci sarebbe anche da riflettere sulla relazione insieme biologica e affettiva tra genitore e figlio, sul detto e non detto che comporta, su sangue, istinto e cultura – ma forse è meglio, per questa volta, lasciare tutto ciò tra parentesi)

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