Posts Tagged ‘voce’

Silence

mercoledì 15 marzo 2017

Nessun silenzio al mondo è più silente
di quello che sopporta
l’anima, e se trovasse voce
sgomenterebbe la natura
e atterrirebbe l’universo.

[E. Dickinson]

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Poesia non poesia

venerdì 14 ottobre 2016

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«I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno. Vale ancora di più per la poesia. Che per ammontare a qualcosa deve uscire dalla pagina, deve acquisire una voce» (Alessandro Carrera)

«Nel mondo della merce, dello spettacolo e del pensiero unico… chi perde più tempo a leggere, e a leggere versi? … C’era proprio bisogno di correre in soccorso delle star? Sarebbe bastato aprire altre sezioni del Nobel, e  nel frattempo lasciare sopravvivere quella parola fragile, “diversamente musicale”, che vive unicamente sulla pagina» (Valerio Magrelli)

Al di là delle polemiche sterili, della faciloneria delle sparate social e di qualche mal di pancia “di categoria”, il Nobel a Bob Dylan, e la straordinaria contingenza della sua assegnazione nel medesimo giorno della morte di un altro premiato controverso quale fu a suo tempo Dario Fo – è interessantissimo proprio per quanto concerne lo statuto della poesia e della letteratura, che cosa esse siano (o siano diventate, vista la loro ovvia cangiante storicità), quale funzione sociale rivestono, quale il loro significato.
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Penduli, o voi che vi credete eretti!

sabato 24 novembre 2012

C’è un incontrollabile proliferare di ricorrenze, giornate, anniversari dedicati a questo o a quello – tutte cose lodevoli e importanti, per carità, ma il rischio è come sempre quello della saturazione. Troppe voci, troppe cose, ma un unico rumore di fondo – per non parlare della marmellata insapore inodore incolore che ne vien fuori. L’ipercomunicazione, che è per sua natura una iperstimolazione, comporta anche questo pericolo. Ciononostante le celebrazioni servono ogni tanto a rimettere in circolazione autori, temi o testi che altrimenti rischierebbero di rimanere sullo sfondo (o in cantina, oppure in soffitta). È proprio il caso di Giovanni Pascoli – di cui quest’anno ricorre il centenario della morte – un poeta che sa di scuola, di vecchio, di muffa e di polvere, e che in genere rievoca mestizia, fanciullini, onomatopee e cavalle storne (en passant: quanti conoscono il significato dell’aggettivo “storno”? provate a chiedere un po’ in giro…) – un poeta che difficilmente riesce ad uscire dalle noiose aule scolastiche o dai bigi convegni accademici.
Ricordo che quando ero studente all’università, un mio compagno di non so più quale corso aveva cercato di smontare questa immagine passatista (che anch’io avevo in mente), imbastendo per un intero pomeriggio una appassionata apologia del poeta romagnolo, a suo dire ingiustamente rimosso e sottovalutato. A me parve francamente esagerata quella sua requisitoria, però non avevo molti argomenti da opporgli (anche perché non ricordavo quasi nulla di quei versi melanconici e pieni di natura, di uccelli – ciascuno col suo nome ben definito –  di sere morenti e temporali incombenti; e dunque mi limitavo a balbettare obiezioni per lo più scontate).
Oggi so che aveva ragione lui, dato che rileggere Pascoli – e soprattutto riascoltarlo attraverso la voce di qualcuno che lo sappia leggere – è insieme un piacere ed una scoperta (o ri-scoperta). Tecnica, estetica, tematica. È poesia di altissimo livello, raffinata, potente, evocativa. E, talvolta, rarefatta e filosofica, esistenzialista e struggente, come in questa stupefacente Vertigine, dove il consueto sguardo straniante del fanciullino si manifesta attraverso la perdita del senso di gravità, e il rovesciamento di ogni senso e prospettiva. Cosicché la condizione umana si rivela come un “precipitare languido, sgomento”, un vagare “da spazio immenso ad altro spazio immenso”, “di nebulosa in nebulosa”. Un “crescere sotto il mio precipitare” – uno dei versi più belli che mai siano stati scritti…

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Der Abschied

mercoledì 12 gennaio 2011

Il filosofo della musica Quirino Principe definisce azzurre quelle musiche, cariche di mistero, “che non ci hanno ancora svelato né mai ci sveleranno l’orizzonte ultimo del loro destino né lo spettro imprigionato nel loro cuore”. Musiche quantomai spettrali, dunque. Come Das Lied von der Erde di Gustav Mahler. Una vera e propria sinfonia (anche se spuria rispetto alla lista delle dieci ufficiali), che assegna alla voce e alla poesia – oltre che alle armonie e disarmonie sempre più rarefatte e misteriose dell’ultimo periodo del grande compositore mitteleuropeo – il compito di disegnare i suoni che quell’azzurro siano in grado di rappresentare.
Non posso non notare, da questo punto di vista, come appaia stridente quel titolo – Il canto della terra – nei confronti dell’allusività trasognata all’infinito e al suo colore più tipico. Quasi il segno della necessità di un abbandono e di un tramonto (si veda il lunghissimo Addio, il canto finale che occupa metà della composizione), da parte di quella creatura che nella/alla terra ha fin troppo confidato e affidato i propri desideri. Mentre è preferibile che quei desideri diventino sogni (“Ogni desiderio ora vorrebbe sognare”) e che si tingano d’azzurro.
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