Posts Tagged ‘vuoto’

Il silenzio dei chiostri

lunedì 26 marzo 2012

Da dove viene l’impulso (o meglio il bisogno intellettuale) di far silenzio intorno a sé, dentro di sé, o quello parallelo di staccare, di-staccarsi, togliere anziché aggiungere, azzerare, fare terra bruciata, isolarsi?
Si parte sempre da un pieno, ci deve essere preliminarmente (ontologicamente) qualcosa che ingombra la vita percettiva e spirituale: un essere, degli oggetti, un rumore, una luce, delle relazioni – per poter poi desiderare che si crei un vuoto, un nulla, un silenzio, un buio, un deserto, una condizione di solitudine. Per togliere qualcosa questo qualcosa dev’esserci già, il togliere è un gesto successivo, secondario. Ma perché questo desiderio? Come mai ad un certo punto, passeggiando oppure sedendosi su una panchina, trovandosi ad alta quota o all’ombra di una quercia, od anche nel mezzo di un affollato luogo metropolitano – sorge quel desiderio? O meglio: perché, proprio nel mezzo del pieno, sorge il desiderio di trovarsi in mezzo a quel vuoto?
Tanto più che sappiamo bene che qualcosa come il vuoto, il nulla, il silenzio – in termini assoluti – non possono darsi mai, o per lo meno non sono esperibili dal nostro corpo, un corpo che è un essere sensibile e percettivo per definizione, già da sempre immerso in un pieno di corpi – fatto di volumi, di materie, di rumori, di colori, di sensazioni (foss’anche il lieve sibilo della circolazione sanguigna, nel momento in cui dovessimo riuscire a sigillare l’esterno), sensazioni non toglibili – se non togliendo se stessi e la facoltà percettiva.
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Immagine linguaggio figura

martedì 21 settembre 2010

E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude…

Ho letto con molto interesse il libro di Emilio Garroni – filosofo innovativo del campo estetico in Italia,  nonché scrittore e pittore – intitolato Immagine Linguaggio Figura, edito da Laterza nel 2005, poco prima della sua morte: un piccolo saggio suddiviso in brevi capitoli che, a dispetto dell’apparenza, è in realtà denso di questioni di grande rilievo, sia sul fronte conoscitivo, che su quello propriamente estetico; ed infine, anche se lasciate un po’ sullo sfondo, di ordine etico-politico. In verità, a partire dalla domanda cruciale a proposito dello statuto della percezione e di quel suo prodotto tipico che è l’immagine interna, la ricerca ha come orizzonte ben più ampio quello riguardante il nostro stesso statuto antropologico, la nostra modalità di stare al mondo e di costruirci un’idea totale del mondo.
Si potrebbe tranquillamente dire che il tentativo non dichiarato dell’autore sia quello di promuovere una vera e propria metafisica della percezione (nonostante l’espressione suoni quasi come un ossimoro), cioè una riconduzione della nostra facoltà linguistica (e dunque teoretica, astratta, metaoperativa, metaoggettuale, e quant’altro) alla sua ineludibile base percettiva. Senza per questo cedere a ingenui riduzionismi o a facili schemi causali – alternative estreme tra soggettivismo e oggettivismo, nominalismo e realismo, o antiche scissioni tra anima e corpo, spirito e materia, mente e cervello, e così via.
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