Posts Tagged ‘wittgenstein’

7 parole per 7 meditazioni – 2. Verità

venerdì 15 novembre 2019

«Bello, senza riserve, è l’amore della verità. Esso porta lontano, ed è difficile giungere al termine del cammino. Più difficile però è la via del ritorno, quando si vuol dire la verità. Voler mostrare la verità nuda è meno bello, poiché turba come una passione. Quasi tutti i cercatori di verità hanno sofferto di questa malattia, da tempo immemorabile».

Per quanto il concetto di verità sia un concetto-chiave del discorso filosofico (per certi aspetti lo fonda), è forse proprio per questo che risulta problematico da definire: un po’ come succede per parole come “essere”, “realtà”, “conoscenza”, “totalità”, “bene”, troppo estesi per essere chiaramente intesi, eccessivi ed eccedenti le nostre capacità discorsive. Quale paradosso! La mente evoca un concetto nel quale finisce per smarrirsi…
Siamo qui in presenza di fondamenti, di assiomi, di elementi costitutivi senza i quali il discorso filosofico non sarebbe nemmeno possibile, un po’ come quando la ragione ragiona su se stessa. Sono categorie nelle quali siamo immersi, così come siamo immersi nel linguaggio, che è il presupposto di ogni nostro discorso: per poter dire che qualcosa è vero dovrei già possedere un criterio di verità, ma da dove lo posso ricavare? Un tempo ci pensavano la fede, gli dei, i miti, le credenze – ma l’epoca del lògos e della sapienza greca ha rivoluzionato ogni cosa…

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Antropocene 6 – Il linguaggio (e ciò di cui non si può parlare)

lunedì 18 marzo 2019

Linguaggio-della-mente

Ciò su cui rifletteremo stasera sarà la funzione del linguaggio nel contesto antropologico (o meglio antropogenetico) che abbiamo fin qui discusso: come agisce il linguaggio nella costruzione di quella seconda natura che l’uomo edifica sulle proprie basi biologiche, per “liberarsene”, o per allentarne le catene?
Le domande essenziali che potremo farci riguardano quindi la natura del linguaggio – o meglio: della facoltà di linguaggio, ovvero di quello strumento universale che caratterizza la specie homo sapiens per lo meno fin dalla rivoluzione cognitiva (e che probabilmente l’ha resa possibile), ma le cui origini appaiono ancora avvolte dal mistero:
-perché compare il linguaggio?
-che cos’è il linguaggio?
-ha a che fare con la biologia o con la cultura? è per natura o è per convenzione?
-in che cosa si differenzia dai linguaggi e dalle forme di comunicazione delle altre specie animali?
-che rapporto c’è tra linguaggio e pensiero?
-qual è l’influsso del linguaggio sugli individui e come gli individui si rapportano al linguaggio?
-è il linguaggio una tecnica?
-possiamo vivere senza linguaggio?

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Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?

mercoledì 17 ottobre 2018

1. Possiamo introdurre il percorso di quest’anno partendo dalla celebre espressione di Kant che ho scelto come titolo generale – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” – contenuta nella conclusione della Critica della ragion pratica: le due direzioni dello sguardo cui qui si allude – fuori di me (il cielo stellato) e dentro di me (la legge morale, ma, più in generale l’intera sfera mentale, sia emotiva che razionale) – riguardano proprio la duplicità costitutiva della coscienza.
La coscienza è esattamente questo duplice modo di sentire e di considerare l’esistenza, uno rivolto all’interno e uno all’esterno. Che è come dire che la duplicità di corpo e mente (o anima o coscienza) è già contenuta nella coscienza stessa, che sembra quasi sdoppiarsi e fondare questa dicotomia.
L’esame di questa duplicità – che è anche un’opposizione – costituirà il nostro percorso di quest’anno, che avrà così un carattere insieme filosofico ed antropologico: natura e cultura – insieme a corpo e mente, materia e spirito – saranno i due poli principali di questa oscillazione originaria della coscienza.
Ho detto “originaria”, ma occorrerà verificare esattamente che cosa qui si intende per origine.

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Quel “che” muto e indecifrabile

venerdì 28 settembre 2018

Raramente s’è qui parlato di Ludwig Wittgenstein, filosofo ostico, o, per meglio dire, filosofo distruttore della filosofia, a voler prendere seriamente la pagina di prefazione al suo Tractatus logico-philosophicus: «il libro tratta i problemi filosofici e mostra – credo – che la formulazione di questi problemi si fonda sul fraintendimento della logica del nostro linguaggio».
Frase cui fa seguito la più enigmatica delle sentenze novecentesche:

e su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere

– con la quale il saggio, poi, si chiuderà. L’analisi chiarificatrice di Wittgenstein si muove quindi all’interno del dicibile (che è zona logica), all’interno cioè del mondo inteso come totalità di fatti – e di speculari proposizioni linguistiche che li rappresentano, espungendo ciò che dicibile non è, e che però è la materia oscura che più brucia in ciò che è essenzialmente filosofico.
La conclusione della prefazione chiarisce bene questo punto, nell’indicare un po’ protervamente (ma a ragione, vista la potenza logica della mente dell’autore) intangibile e definitiva la verità dei pensieri qui comunicati – l’espressione “comunicati”, così compassata e distante, sembra sottintendere qualcosa come “io ve lo dico, poi fate un po’ quel che vi pare” (pur sapendo che quel “voi” cui il Tractatus si rivolge saranno sì e no un pugno di accademici, peraltro quasi sempre ostili o beatamente indifferenti).
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La scala di Wittgenstein

venerdì 31 agosto 2018

6.54   Le mie proposizioni fanno chiarezza in questo modo: colui che mi comprende, infine le riconosce sensate, se è salito per esse – su di esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che vi è salito).
Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo.

7   Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere.

[Tractatus logico-philosophicus]

Disonora il padre e la madre

lunedì 11 marzo 2013

NZO«Noi diciamo pure di odiare i nostri genitori, e in realtà li odiamo, perché non possiamo amare i nostri procreatori non essendo noi persone felici, la nostra infelicità non è immaginaria come lo è invece la nostra felicità, di cui ogni giorno cerchiamo di convincerci per trovare il coraggio di alzarci e lavarci, vestirci, bere il primo sorso, mandar giù il primo boccone.
Perché ogni nuovo mattino ci ricorda immancabilmente che è solo in una terribile sopravvalutazione di se stessi e nella loro effettiva megalomania che i nostri genitori ci hanno concepiti e figliati, gettandoci in questo mondo più orribile e disgustoso ed esiziale che non piacevole e utile. La nostra inermità la dobbiamo ai nostri procreatori, e così la nostra inettitudine…»

Sto leggendo un minuscolo libro – di quelli belli belli dell’Adelphi, collana Piccola Biblioteca, che è un piacere già solo vederli – che contiene quattro racconti di Thomas Bernhard, uno scrittore austriaco molto interessante, anche se non proprio edificante. Uno che le canta chiare, e che dice che forse è meglio non nascere affatto, anche se lo fa in modo ironico e intelligente.
Nel primo racconto c’è un Goethe morente che vorrebbe incontrare Ludwig Wittgenstein (!), perché, prima di trapassare, desidera ardentemente discutere con lui del dubitabile e del non dubitabile. Ma quando l’emissario di Goethe giunge in Inghilterra, Wittgenstein è appena morto (non è chiaro se a Oxford o a Cambridge). E Bernhard, sarcastico e beffardo, conclude facendo dire a un testimone che… col cavolo che le ultime parole di Goethe sono state Mehr Licht! (più luce): in verità esse furono Mehr nicht! (più niente).
Nel secondo racconto, quello da cui ho tratto il brano pubblicato sopra, c’entra invece Montaigne, il quale, in piena notte e dentro una torre-biblioteca, offre il proprio conforto al figlio quarantaduenne (e forse un po’ svitato) di una famiglia borghese oppressiva e detestabile: un libro preso a caso e al buio, dal lato sinistro della biblioteca, quello con “i cosiddetti libri filosofici”, senza accendere alcuna luce per via delle zanzare, e con il pericolo di perdere l’equilibrio e di precipitarci dentro, come nel pozzo da bambino…
Gli altri due racconti… li leggerò tra poco.

Prima obiezione: scatole cinesi

domenica 28 ottobre 2012

Il filosofo della scienza Telmo Pievani ce lo riassume così, in modo molto efficace: «Già ora abitiamo su un magnifico sasso vagante alla periferia della Via Lattea, schiacciati fra il gelido vuoto dello spazio esterno sopra di noi e colossali mantelli di magma incandescente sotto di noi, lì a metà, in bilico sopra zattere continentali in movimento e sotto una sottile striscia di atmosfera. In questa pellicola di gas instabili il 99% delle specie esistite nella storia naturale si sono già estinte e fanno parte dei cataloghi museali di un passato che non tornerà mai più».
È una radicale affermazione di contingenza. Scientificamente (e forse psichicamente) è un concetto molto sensato. Ontologicamente lo è un po’ meno – ma si può dissentire dall’ontologia e ritenerla una millenaria frottola o una gran perdita di tempo. Se però si tiene fermo il punto di vista ontologico, che è peraltro molto prossimo all’autoaffermazione non smentibile in nessun caso, occorre dire che: la contingenza si volge facilmente in necessità, poiché è in ogni caso, e quel che è ha una sua incontrovertibilità ed innegabilità, fosse anche errore, sogno o follia.
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Estì (esistenze semantiche)

martedì 1 febbraio 2011

L’espressione “è” costituisce la presupposizione indimostrabile, e però irrefutabile, di ogni discorso o pensabilità. L’esistenza è l’orizzonte inaggirabile e al contempo tautologico: è=è. Questo mio dire o chiedermi dell’essere (che ne è dell’essere, che ne è dell’è che ho già da sempre evocato) – ebbene, è già pre-definito: è un circolo vizioso, una petitio principii. Non potrei dire nulla (il mio dire non sarebbe), se non ci fossero l’essere, l’ente, le cose, l’esistenza (la mia esistenza) – qualcosa-che-è.

A questo punto ciò che mi fa muovere dall’impasse parmenidea (cos’altro dire dell’essere se non che è e che è tutto quello che è senz’altra specificazione o determinazione?), è l’idea che ciò che esiste si trova in relazione con altro: è il categorizzare aristotelico o la fattualità wittgensteiniana. Ciò che è, è in relazione ad altro, ogni fatto è ciò che è poiché relativo ad un altro fatto (sua causa e suo effetto). Ma altro non è forse autocontraddittorio, poiché indica altro dall’essere, dunque ciò che non può nemmeno essere nominato?

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Dis-facimenti

giovedì 25 marzo 2010

Uno slogan che si sente ripetere in questa (orribile) campagna elettorale, è relativo al fare. “Noi che siamo al governo facciamo” – così dicono, in contrapposizione a quelli che invece chiacchierano o criticano e basta. Poco importa qui quale delle forze in lizza utilizzi tale motto, che peraltro è un ferrovecchio. Nella mia militanza politica giovanile era un luogo comune questa faccenda del contrapporre il fare al parlare – come se il parlare non fosse un’azione e il fare a sua volta denso di linguaggio e di elementi simbolici. Ma si sa, la politica è sempre più il luogo del non-pensiero e dell’assurdo, una gara a chi è più decerebrato (e fatto in tutt’altro senso!).

Ma torniamo al termine “fare” e ai concetti ad esso collegati. Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein apre il suo Tractatus logico-philosophicus con una vera e proprio ontologia del factum (anche se, a rigore, fare e fatti non sono poi così perfettamente sovrapponibili) – e scrive: “Il mondo è tutto ciò che accade”, “Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose”. Tutto ciò che esiste attiene ai fatti e però insieme al linguaggio; non c’è un fatto che non sia dicibile e un dire che non sia anche fattuale: il linguaggio da questo punto di vista è la “raffigurazione logica del mondo”, aderisce rigorosamente alla fattualità ed esaurisce in sé la sfera del pensiero.
Non volevo però avventurarmi lungo lo scivoloso terreno logico-epistemologico, ma solo limitarmi a “giocare” un poco con la parola in questione. Essa richiama anche il contraffare, sopraffare, strafare, rifare: in genere tutto ciò che è manipolazione della realtà, fino addirittura alla sua destrutturazione (dis-fare, rare-fare, lique-fare).
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CONTRONARRAZIONI

martedì 17 giugno 2008

Prima parte – la teoria

Che cos’è un fatto?
La parola evoca il verbo “fare”, l’attività del fare, ma si tratta in realtà di qualcosa di meno generico e di più definito: il fatto è un “già fatto”. Come dire, qualcosa di definitivamente dato, accaduto, che non può più essere revocato in dubbio. “Cosa fatta capo ha”, è un’espressione della lingua toscana attribuita a Mosca Lamberti, che indica inequivocabilmente il significato che qui si vuole sottolineare: fatta una cosa è impossibile disfarla. Che io stia scrivendo su questa tastiera è un “fare” qualcosa; il post che avrò presumibilmente scritto alla fine della mia attività costituirà un “fatto”. Ma: quel che a noi interessa di più di un fatto non è la sua mera datità o effettualità, quanto piuttosto l’intenzione che gli sta dietro, ciò che lo spiega, ne dà ragione – e che può al limite prescindere dalla sua stessa fattualità.
Questo complesso di motivi che stanno alle spalle o alla base di un fatto, e che ne complicano la natura, è ciò che definiamo interpretazione. Un fatto non significa nulla senza la sua intenzione/interpretazione. Ma qui nascono i problemi, dato che per ogni fatto possono esserci molteplici interpretazioni, sia da parte degli attori che degli osservatori. Il pezzo che sto scrivendo può essere retto da intenzioni inconsce, a me ignote, e, ancor più, potrà essere interpretato in mille modi diversi da chi lo leggerà. Non solo: ci sono miriadi di fatti, ma
-solo una parte di essi viene rilevata
-solo alcuni di questi ultimi vengono giudicati importanti
-determinati fatti semplicemente non esistono, o è come se non esistessero
-fatti importanti spariscono, mentre fatti irrilevanti vengono amplificati a dismisura
-catene di fatti impercettibili possono generare sul lungo periodo improvvisi smottamenti e fatti di grande portata
e così via…
Questo vuol dire che non esistono nudi fatti, ma solo fatti – formati o de-formati ad arte – di cui viene data una interpretazione.

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