Posts Tagged ‘xenofobia’

Livor verde

lunedì 16 aprile 2012

Dai diamanti non nasce niente
dal letame nascono i fior

Il leghismo è programmaticamente quanto di più lontano e avverso alla mia mentalità, al mio essere sociale, politico ed antropologico. Sia nei suoi connotati ideologici: razzismo, familismo, machismo, etnocentrismo, conservatorismo; sia nei suoi tratti psicosociali: fobia, rancore, livore, cieco e bieco egoismo, piccineria piccolo-borghese; sia nelle sue manifestazioni politiche: contiguità con le peggiori destre italiane ed europee, costruzione di figure abominevoli di nazisindaci (veri e propri borgomastri in camicia brunoverde), alleanza strategica con il berlusconismo; sia per gli aspetti folclorici e la sua sbandierata incultura: le barbe verdi, i raduni e i riti, le ampolle, le corna, la barbarie da incubo (più che sognante), l’invenzione di piccole patrie inesistenti. Insomma: non c’è una sola cosa che abbia a che fare con il leghismo che non mi provochi forti conati di vomito, sia fisico che spirituale.
Detto questo, cercherò di mettere tra parentesi i miei conati (l’effetto sulla pancia dovuto al loro costitutivo ragionare con la pancia), e proverò a schizzare qualche riflessione generale sulla questione settentrionale che la Lega ha utilizzato come volano per la sua ascesa, e su cui rischia – sperabilmente presto – di rompersi le luccicanti corna barbariche.

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LA BANALITÀ DEL MALE

lunedì 2 febbraio 2009

volti by hidden sideQuel che spesso mi colpisce nei volti migranti che si incontrano quotidianamente nelle strade, sui treni, sui tram e sugli autobus delle nostre caotiche città, è il “peso” dei pensieri da cui vedo gravate le loro fronti, i loro sguardi, le loro bocche. Si capisce senza alcuno sforzo di penetrazione che hanno mille preoccupazioni: le nostre “normali” più le loro, specifiche, dovute alla precarietà, alla lontananza, al senso di estraneità e di spaesamento, al surplus di sfruttamento e ingiustizia, e, spesso, di paura che pervade la condizione dello xénos, dello straniero (e straniera, con l’ulteriore gravosità che ciò comporta), nel paese che lo ospita.
Eppure xénos, nella lingua greca, vuol dire non soltanto “straniero”, “forestiero” (con i significati connessi di insolito, sorprendente, meraviglioso), ma soprattutto ospite, colui/colei che viene accolto/a e che si lega ad altri per vincoli di reciproca ospitalità. E di fatti questa reciprocità è contenuta nel significato stesso della parola “ospite”, una parola della lingua italiana che mi ha sempre intrigato per quel tratto duplice, ancipite, dato che si riferisce tanto a chi ospita quanto a chi è ospitato – come a voler indicare che, al di là dell’appartenenza ad un luogo anziché ad un altro, tutti siamo ospiti della medesima terra, partecipiamo della medesima condizione di provvisorietà e fragilità, ed è un imperativo etico quello di soccorrerci nella comune sorte.

Dicevo del “peso” dei pensieri: posso solo vagamente immaginare quel che gravava sul povero Navtej Singh Sidhu – persona ed essere umano, xenos nel senso più pieno, prima ancora che “indiano”, “immigrato”, “disoccupato”, “barbone” – quando è stato aggredito e bruciato l’altra notte, poiché non bastavano ancora le quotidiane ambasce, doveva essere leso e devastato nella sua totale vulnerabilità.

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