Posts Tagged ‘zizek’

Ripetere Lenin

lunedì 6 novembre 2017

«Oggi la sinistra si trova in una situazione straordinariamente simile a quella che diede vita al leninismo, e il suo compito è proprio quello di ripetere Lenin. Questo non implica un ritorno a Lenin. Ripetere Lenin significa accettare che “Lenin è morto”, che la sua particolare soluzione è fallita, persino in maniera atroce. Ripetere Lenin significa che occorre distinguere tra ciò che Lenin ha effettivamente fatto e il campo di possibilità che ha aperto, riconoscere la tensione tra le sue azioni e un’altra dimensione, ciò che “in Lenin era più dello stesso Lenin”. Ripetere Lenin vuol dire ripetere non ciò che Lenin ha fatto, bensì ciò che non è riuscito a fare, le sue occasioni mancate»

[S. Zizek, Lenin oggi]

Proletari di tutto il mondo nazionalizzatevi

mercoledì 9 novembre 2016

usa-election-trump

Confesso che la vittoria di Trump (così come la Brexit di qualche mese fa) non mi ha punto sconvolto, anzi. Mi ha convinto ancor più che occorre andare a fondo nell’analisi di quel che sta accadendo, cambiare paradigmi, rifondare la stessa idea di politica – in un certo senso è come se il mio pensiero critico fosse più eccitato di prima, nonostante l’orrore antropologico che provo per il nuovo presidente della potenza americana. Ma sono più che mai convinto che occorra scindere l’aspetto emotivo (l’orrore, appunto, o il disgusto) dal ragionamento e dall’analisi, che devono farsi più lucidi che mai.
Era stato Slavoj Zizek a dichiarare qualche giorno fa che il voto per Trump avrebbe avuto un significato dirompente sul piano politico – in un’ottica che in passato sarebbe stata etichettata come logica del “tanto peggio tanto meglio”. Ecco, credo che ora l’ottica sia radicalmente cambiata, e quella formula non valga più. Trump rappresenta piuttosto la sintesi, la punta di diamante (o di merda, se la metafora non piace) di un processo che appariva inarrestabile dai lontani decenni del neoliberismo anglosassone (do you remember il vangelo thatcheriano-reaganiano?).
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Bìa

lunedì 17 ottobre 2011

(Non si può non essere colpiti dalla duplice assonanza nella lingua greca tra bìos e bìa – ed in quella latina tra vita e vis. L’intreccio tra forza, impulso vitale, vigore e violenza è troppo potente ed inestricabile fin nel linguaggio che li denota, per non lasciare impressionati. Nell’Iliade ciò appare in maniera nettissima, là dove la parola bìa viene addirittura usata in endiadi con arete: “la virtù e la violenza”, “la virtù cioè la capacità di usare violenza” – come annota Mario Vegetti. L’invenzione della pòlis – e dunque della sfera politica – è il tentativo di arginare l’ira funesta di Achille…)

Ieri pomeriggio, mentre mi recavo ad un mercato di prodotti biologici, stavo riflettendo sui fatti di Roma di sabato 15 ottobre, quando ho assistito alla seguente scena: un anziano alla guida di un’automobile, nel fare manovra per uscire dal parcheggio, sembra non vedere una famiglia  (padre, madre e tre bambini) in quel momento di passaggio. La reazione, che anch’io ho avuto, è stata comprensibilmente del tipo “ma guarda questo stordito!” – però il padre va molto oltre, ed esclama a voce alta: (more…)

L’omino di burro

giovedì 18 marzo 2010

“Figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre e una voce sottile e carezzevole, come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa. Tutti i ragazzi, appena lo vedevano, ne restavano innamorati e facevano a gara nel montare sul suo carro, per essere condotti da lui in quella vera cuccagna conosciuta nella carta geografica col seducente nome di Paese dei Balocchi.

Sono ormai innumerevoli i tentativi di spiegare l’anomalia (o normalità?) politica italiana di questi ultimi due decenni, riassunta nella (resistibilissima) ascesa del berlusconismo. Si fa riferimento ora all’intramontabile propensione all’autoritarimo degli italiani, ora alla tecnocrazia mediatica, ora al populismo fondamentalista. C’è chi mette in rilievo il capitalismo autoritario, chi la fabbricazione del consenso, chi la logica della paura; il filosofo sloveno Slavoj Zizek ritiene Berlusconi una sorta di abolizionista dell’alienazione-scissione classica tra bourgeois e citoyen, e quello italiano un laboratorio politico piuttosto emblematico, quanto cinico e volgare. Circolano poi in rete accostamenti tra Berlusconi e Mussolini (l’ultimo di cui ho notizia è relativo a uno scritto di Elsa Morante del 1945, di cui però è bene controllare la fonte originale). C’è poi la questione del “corpo” del sovrano, del giovanilismo, dell’eterno italiano medio (e mediocre), del “sono uno di voi”, eccetera eccetera. La lista si può allungare, ma i temi sono grosso modo gli stessi.

A proposito del Berlusconi “licitazionista”, spacciatore di desideri, sogni e consumi facili, vorrei partecipare anch’io al gioco degli accostamenti: trovo che la figura collodiana dell’omino di burro che conduce Pinocchio e Lucignolo al Paese dei Balocchi, gli si attagli alla perfezione. Oltretutto alcuni grandi illustratori del più bel libro per ragazzi di tutti i tempi, ce ne hanno offerto alcune rappresentazioni straordinarie. Ne cito qui due, quella di Attilio Mussino e quella di Roberto Innocenti.
Il primo, a giudizio del libraio e scrittore per ragazzi Roberto Denti, raffigura l’omino di burro nell’edizione del 1911 delle Avventure di Pinocchio della Bemporad (quasi un secolo fa!), con un viso che, per quanto tondeggiante, non può non ricordare quello della maschera berlusconiana.
Ma è Roberto Innocenti (che ho avuto la fortuna di conoscere proprio ieri alla Libreria dei ragazzi di Milano) che ci dà nel suo meraviglioso Pinocchio edito da La Margherita, la rappresentazione pittorica più efficace del Paese dei Balocchi: l’omino sta in alto a dominare la scena del bengodi e della festa – “un’allegria, un chiasso, uno strillio da levar di cervello! […] in mezzo ai continui spassi e agli svariati divertimenti, le ore, i giorni, le settimane, passavano come tanti baleni”, così ce la descrive Collodi –  ma lo sfondo crepato e la sua posizione sul palcoscenico, ci mostrano quella che in realtà è una scena fittizia, con un cielo e un sole di cartapesta.
Rimane solo da auspicare che tanto l’omino con la faccia di burro, quanto il paese di cuccagna, si squaglino presto prima che ci si ritrovi tutti quanti con le orecchie da ciuco staccate a morsi!

Trilogia del lato oscuro – 3. La violenza

giovedì 11 febbraio 2010

Si trovò immerso, senza quasi accorgersene, nella folla festante di ragazzi, tra lazzi e piccole baruffe, parole lanciate come pugnali a trafiggere l’aria e volti solcati da sorrisi sguaiati e vagamente perfidi. Nessuno portava maschere o travestimenti – quelle erano ormai cose da bambini, che si erano lasciati alle loro spalle da almeno un paio d’anni. Ora brandivano fiale puzzolenti, bombolette di schiuma da barba sottratte ai padri (non sempre c’erano i soldi per comprarle), micce di vari calibri e piccole mazze di gommapiuma sequestrate alle bande avversarie l’anno prima, l’anno memorabile della calata dei lanzichenecchi, quando la battaglia all’ultimo sangue con le bande del paese vicino decretò per la prima volta la loro vittoria.
Si vociferava addirittura che girassero lamette e coltelli, ma lui non ne aveva ancora visti. Si trovò al centro della calca, trascinato dalla forza degli eventi. Ma non sembrava più l’allegra calca di prima: si avvertiva chiaramente che qualcosa stava per succedere. Prima una folata improvvisa di vento, seguita da un tremito e da un urlo sopra le righe; poi un gesto nervoso, un ghigno malevolo, una parola più tagliente delle altre; infine una scossa violenta, un movimento controcorrente lungo il flusso dei corpi – e il clima di festa era stato lacerato. A due metri da lui, un ragazzino minuto e dalla faccia angelica, con la maglietta a righe, ne stava affrontando un altro molto più grosso. Questi gli aveva sputato in faccia e l’altro, per tutta risposta, stava cercando di avvinghiarglisi addosso.
Lui si mise in mezzo per dividerli. Il cazzotto del mingherlino, inatteso, lo raggiunse al centro dello stomaco. Si piegò, mentre sentiva dire da entrambi – ma tu che cazzo vuoi?

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