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Zombie filosofici

venerdì 16 Mag 2014

the-walking-dead-

Ho già avuto occasione di parlare su questo blog della rilevanza filosofica non solo del cinema d’autore, ma anche di una certa serialità televisiva (specie americana). Mi pare un fenomeno importante, tanto più che si rivolge ad un pubblico magari non vastissimo, ma certo nemmeno di nicchia come succede nel caso di alcuni cineasti.
D’altro canto, dopo la fantascienza e il prolifico immaginario novecentesco sulle distopie – prodotti inevitabili dell’impatto violento delle macchine e della tecnologia su abitudini millenarie e su una psiche spesso impreparata – non poteva non seguire in piena bioepoca un vasto capitolo narrativo sulla natura umana. A parte le innumerevoli serie mediche ed ospedaliere (che però credo abbiano ormai raggiunto la saturazione), è sempre nelle situazioni-limite ed estreme che gli autori e gli sceneggiatori trovano ampi spazi di indagine (così era stato in passato per Lost o Six feet under, più di recente in Dexter o Breaking Bad).
Vi è poi il capitolo immaginifico sempreverde di vampiri e zombie. Dopo i film di George Romero e gli splatteriani anni ottanta, credevo non ci fosse molto altro da dire sui non-morti, finché non ho cominciato a vedere The walking dead. Ovviamente lo scenario post-apocalittico (un po’ come succede ne La strada di McCarthy) favorisce la radicalità dell’analisi, cosicché tutti i sentimenti e gli istinti umani vengono fortemente sollecitati e potenziati dalle situazioni-limite e dallo stress permanente per la sopravvivenza: oltre alla potenza sul piano narrativo ed immaginifico, il risultato è che assistiamo alla messa in scena di veri e propri trattati filosofici sulla natura umana. Vi sarebbe poi molto da dire su virus, contagio, peste e paura (Givone ne aveva parlato nel suo ultimo saggio Metafisica della peste).
Ad ogni modo filosofi come Hobbes, Spinoza o Rousseau, oggi come oggi avrebbero probabilmente deposto penna e calamaio e preso in mano una videocamera. Tra l’altro, avrebbero guadagnato molti più denari.

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Trinacriablog – 1. Ipocondriache vigilie

lunedì 10 agosto 2009

zombie

“Se noiosa ipocondria t’opprime…”
(G. Parini)

Se non ho commesso errori nella programmazione del buon vecchio WP, questo post dovrebbe comparire mentre sarò in volo per l’isola. Nelle prossime settimane, fino al mio ritorno alla base, avrei intenzione di pubblicare pensieri ed impressioni legati ai miei periodici ritorni “a casa”. Vecchi pensieri – se riemergeranno – e nuovi – se ce ne saranno. A metà, inevitabilmente, tra l’intimità biografica e la generalità filosofica. Chi quindi non gradisce lo stile diaristico (genesi del mezzo stesso sul quale sto scrivendo) salti pure a piè pari tutta questa parte e attenda, se vuole attendere, la metà di settembre.
Devo però preventivamente registrare un disagio che m’assale ormai ogniqualvolta torno laggiù. Sarà per l’acuirsi della sensibilità e della “tonalità emotiva” (rieccola!), sarà per una maggiore eccitabilità dovuta al sovraccarico di aspettative, o perché la “vacanza” è innanzitutto una disposizione (e una voragine che si va aprendo) dell’anima – fatto sta che la “scheggia nelle carni” dell’angosciatissimo danese s’infiamma sempre più spesso quando sono in procinto di partire. E così quest’anno si è presentata in forma di ipocondria. Già il “mio” omeopata di una stagione di molti anni fa mi disse senza peli sulla lingua che ero affetto da ipocondria. Chissà, magari aveva ragione. E allora una piccola ferita diventa un purulento anfratto che si fa incunabolo del tetano (so che il termine giusto è “incubazione”, ma l’assonanza è evidente, e cunabula sta per culla); ogni passo può essere foriero di una brutta caduta; e persino una pedalata nei boschi può diventare un incubo (di nuovo: da cubare, giacere, che quindi pesa sul dormiente).
E però quest’ultimo episodio ansiogeno ha ben poco a che fare con l’ipocondria…

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