993

993 – i morti per Covid in Italia di oggi – è un numero enorme. Mi pare che nemmeno in primavera venne raggiunto, quando tirammo un mesto sospiro di sollievo per non aver superato la soglia angosciosa delle 1000 morti.
Purtroppo questo numero – come il totale dei morti per la pandemia e come tutti i numeri della demografia, comprese le altre cause di morte – questo numero resta un nudo dato statistico. Dietro cui si fa sempre più fatica a vedere volti, persone, dolore: l’assuefazione di chi legge i dati contro l’atroce sofferenza di chi li subisce in prima persona. È una delle terrificanti dinamiche delle società e della psicologia di massa.
Quando però poco fa ho letto quel numero – 993 – mi sono chiesto (come sempre in questi mesi) quanto potevano essere evitate quelle morti, e quanta responsabilità abbiamo. Perché anche questo è un elemento atroce che occorre dirsi, e cioè che c’è una ineludibile responsabilità collettiva. Mi verrebbe da dire necessitata dal modo in cui abbiamo organizzato le nostre esistenze e le nostre società.
Non mi cimento qui – perché sarebbe troppo lungo – con l’elenco di cose infernali o di imperdonabili errori fatti (di molti siamo ampiamente consci). Questi attengono a noi, al sociale: ma il sociale, così com’è, comporta dei “costi” (altra parola orribile). Avremmo potuto congelare ogni cosa, per non avere tutti quei morti. Ne avremmo avuti altri. Di nuovo, dati statistici. Segmenti sociali fragili sono stati sacrificati per… già, per che cosa? Il bene comune? Il profitto? La tenuta del sistema sociale? Le scuole, le future generazioni? I consumi e il becerismo dilagante? Ma ognuna di queste cose è la “sostanza sociale”, ciò di cui tutti siamo fatti.
Dunque, in ogni caso, la risposta alla domanda “sono responsabile per quei 993?” è: sì, anch’io sono responsabile.
Anassimandro – nella sua gelida e crudele cosmologia – affermava che ciascun essere deve pagare la colpa di esistere, cedendo il posto ad un altro essere, che farà poi la stessa fine, in un ciclo di continue nascite e distruzioni. La morte è naturale ed inevitabile, molto più della nascita. Noi abbiamo fondato le società – addolcite dalla cultura – proprio per dimenticare «quell’espressione di smorfia dolorosa sul volto della natura, quel lamento funebre senza fine, in tutti i campi dell’esistenza» – per usare le parole tragiche di Nietzsche, a commento di quelle di Anassimandro.
Ma non credo ci siamo mossi molto dall’angoscia delle origini.

Autore: md

Laureatosi in Filosofia all’Università Statale di Milano con la tesi "Il selvaggio, il tempo, la storia: antropologia e politica nell’opera di Jean-Jacques Rousseau" (relatore prof. Renato Pettoello; correlatore prof. Luciano Parinetto), svolge successivamente attività di divulgazione e alfabetizzazione filosofica, organizzando corsi, seminari, incontri pubblici. Nel 1999, insieme a Francesco Muraro, Nicoletta Poidimani e Luciano Parinetto, per le edizioni Punto Rosso pubblica il saggio "Corpi in divenire". Nel 2005 contribuisce alla nascita dell’Associazione Filosofica Noesis. Partecipa quindi a un progetto di “filosofia con i bambini” presso la scuola elementare Manzoni di Rescalda, esperimento tuttora in corso. E’ bibliotecario della Biblioteca comunale di Rescaldina.

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