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Settimo lunedì: speranza vs responsabilità

martedì 22 aprile 2014

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Il principio responsabilità è il titolo di un libro pubblicato nel 1979 dal filosofo tedesco Hans Jonas, che richiama espressamente un’opera della metà del secolo scorso - Il principio speranza – del filosofo marxista Ernst Bloch. Da questo incrocio nasce il titolo dell’incontro di questa sera.
Prima di occuparci di questi due filosofi e delle opere citate, vorrei però richiamare l’attenzione sui motivi – essenzialmente affettivi ed emotivi – delle categorie evocate:

speranza / paura

(è Jonas stesso, come vedremo, a parlare di “euristica della paura” quale elemento essenziale dell’etica della responsabilità).

Ho trovato una eccellente definizione di questi due “affetti” in un filosofo che di passioni e di sentimenti umani si intende parecchio, e di cui già abbiamo parlato, Baruch Spinoza:

“La speranza (il timore) è una letizia (tristezza) incostante, nata dall’idea di una cosa, futura o passata, del cui evento in qualche modo dubitiamo” (Etica, parte III, Definizioni degli affetti, prop. XII-XIII)

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Marxionne

mercoledì 7 agosto 2013

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Leggevo qualche giorno fa un articolo di Lucio Villari a proposito del Marx artista incompreso, dove lo storico rilevava ad un certo punto come le opere di Marx, su tutte Il Capitale, avessero in verità completamente mancato il bersaglio (non so come direbbero gli esperti di marketing editoriale oggi, parlerebbero forse di un errore di target): il filosofo e rivoluzionario tedesco finisce cioè per rivolgersi, suo malgrado, a coloro di cui veniva auspicata la dissoluzione – i quali, sottolinea Villari, fanno ovviamente orecchie da mercante. La prima edizione del primo libro del Capitale, uscita nel 1867, venne infatti accolta da un fragoroso silenzio – sia negli ambienti borghesi (gli unici che avrebbero potuto comprenderlo) sia in quelli proletari (per manifesta incapacità intellettuale).
È questa una vecchia storia, che la scuola di massa e la diffusione della cultura (facilitata oggi virtualmente dalla rete) non hanno ancora potuto risolvere: de te fabula narratur – proprio te di cui stiamo parlando sei l’ultimo a saperlo (quando va bene, perché spesso, invece, manco vieni a saperlo).

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Umana natura onnilaterale

mercoledì 19 giugno 2013

[Pubblico qui di seguito il mio contributo al saggio collettivo Corpo e rivoluzione: sulla filosofia di Luciano Parinetto, a cura di Manuele Bellini, edito da Mimesis nel 2012. Si tratta di una riflessione, a partire dall'opera e dal pensiero di Parinetto, sul concetto di natura umana in Marx, Spinoza, Rousseau e dintorni]

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Natura umana e Ganzheit nell’opera di Luciano Parinetto

“Non occorre tornare all’età dell’oro,
occorre diventare oro.
A cominciare dal proprio corpo”.
(Faust e Marx)

 

1. Prologo extravagante

“Progetto infinito”: questa la caratterizzazione che Parinetto dà dell’essere umano, in quella meditazione estrema e finale in versi, a proposito del “montaggio” che caratterizza il fenomeno morte, intitolata Extravagante. Sorella morte. Una vera e propria summa del suo pensiero intorno al concetto di natura umana, concetto-progetto quant’altri mai: “Noi siamo, che gli diamo un nostro senso / nel progetto perpetuo che noi siamo”.

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Cupiditas: l’orcio, il piviere e la scabbia

mercoledì 28 novembre 2012

[Quella che segue è una sintesi dell'introduzione con cui lo scorso lunedì ho aperto il Gruppo di discussione filosofica che si tiene mensilmente presso la Biblioteca di Rescaldina. Ho cercato di mantenere, per quanto mi è stato possibile nel passaggio alla stesura scritta, il tono colloquiale e il carattere divulgativo. Il tema in discussione era: (Iper)consumi: necessità, bisogni, desideri]

Partiamo dal titolo del nostro incontro: già il prefisso “iper” comporta un giudizio di valore (che è però tutto da argomentare). A tal proposito appare ovvio come ogni società umana (e dunque ogni singolo umano) non possa non consumare per sopravvivere. Senonché – anche questa è un’ovvietà – si sono date storicamente forme sociali diverse con modi diversi di consumare, uno dei quali è l’attuale, il tardo sistema capitalistico globale. Un sistema che non è eterno e che potrà in futuro essere modificato o sostituito. Questo modello viene da più parti denominato e caratterizzato come “consumistico” – ad indicare genericamente un eccesso di consumi, o un’eccessiva concentrazione sulla logica del consumo (senza magari farsi domande su motivazioni, radici, cause, effetti, ecc.). È comunque evidente che non ci sono mai state società in passato che abbiano consumato così tanto, così diffusamente ed intensivamente.
Ma la mia attenzione si volgerà piuttosto all’altra parte del titolo: necessità – bisogni – desideri, e verterà sul lato “soggettivo” più che oggettivo. Ci chiederemo cioè quali sono le spinte interne all’individuo che determinano la logica del consumo. E per far ciò partiremo dall’analisi di un celebre filosofo olandese del ’600, autore di una interessante teoria della natura umana, ed in particolare delle “passioni” umane: Baruch Spinoza (1632-1677).
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Il mio ultimo corpo a corpo con Dio

sabato 28 luglio 2012

(in verità è un corpo a corpo piuttosto impari, visto che siamo noi che abbiamo inventato lui, non lui noi, come tra l’altro si potrebbe evincere persino dal sancta sanctorum dell’arte sacra, se non fosse che quello di Adamo è un dito troppo languido; una disfida che dunque, alla fine, diventa il mio corpo a corpo con me stesso, non avendo di meglio da fare in questa fine di luglio)

1. Il filosofo della scienza Ludovico Geymonat nella sua monumentale Storia del pensiero filosofico e scientifico soleva indicare dio in minuscolo. Per un certo periodo l’ho fatto anch’io – e c’è chi ogni tanto lo scrive così, del tutto legittimamente. Senonché, trattandosi qui del dio-persona, della sua invenzione e della sua recisa negazione, preferisco renderlo con la maiuscola: Dio. Certo ogni religione (monoteistica) tende a chiamarlo con un nome proprio, ma sgombrerei il campo dalla spinosa (o spinoza) questione del nome di Dio. Dunque, si parlerà soltanto del Dio personale della teologia cristiana. Io sarò il Signore Dio tuo, eccetera eccetera.

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JJR 5 – Emilio e le finzioni roussoiane

venerdì 6 luglio 2012

Il tema della maschera è centrale nel pensiero roussoiano. E lo è proprio all’interno della concezione  di natura umana – dunque in termini antropologici oltre che psicologici. Il mettere a nudo ciò che si suppone coperto ed incrostato dalla (quasi sempre fallace) cultura umana, è un’ossessione che accompagna Rousseau lungo tutta la vita e la biografia (fin nelle Confessioni, dove tale meccanismo di messa a nudo viene impietosamente applicato su di sé, per quanto con ambiguo autocompiacimento).
Complementare a questa ossessione, vi è anche l’elemento della finzione. La natura è genuina e sincera, mentre la contorta psiche umana – corrotta da un sociopatico stare insieme detestandosi e facendosi la guerra – rende tutto falso, distorto, dissimulato.
La società immaginata da Rousseau è allora una società impossibile (lo “stato di natura” retrovolto ed utopico non essendo forse mai esistito, non esistendo attualmente e non potendo ragionevolmente esistere nemmeno in futuro) – così come impossibile è un ritorno individuale alla presunta bontà naturale.
Il suo pensiero si muove dunque lungo un corridoio strettissimo, al limite del contorsionismo teorico (e dell’inattingibilità pratica): fare come se la natura fosse ancora la via maestra in una situazione non più naturale, ma irreversibilmente artificiale.
È quel che ad esempio accade al sauvage Emilio (more…)

JJR 3 – Rousseau reazionario

venerdì 30 marzo 2012

“Commencez par resserrer vos limites
(J.J.Rousseau, Sur le gouvernement de Pologne)

Accanto ad un Rousseau rivoluzionario (quello del secondo Discorso e di alcune idee contenute nel Contratto Sociale) c’è un Rousseau altrettanto convintamente reazionario. Se ne trovano tracce un po’ in tutta la sua produzione filosofica e letteraria – ma direi che il testo che più rappresenta questo suo aspetto è il romanzo epistolare Giulia o la Nuova Eloisa, che fu tra l’altro un vero e proprio best seller per l’epoca.
Al di là della vicenda (abbastanza noiosa) ci viene descritta una comunità che nella mentalità di Rousseau assume caratteristiche archetipiche: quello di Clarens è un vero e proprio modello insulare di convivenza e di risoluzione delle controversie umane. A metà strada tra il naturalismo sauvage e il familismo patriarcale, Rousseau pare qui alludere al sogno di una convivenza fuori del tempo, autarchica, più Gemeinschaft (comunità, appunto) che Gesellschaft (società atomizzata), un idillio più che un progetto politico, una presa di distanza dalle affollate ed insensate capitali per immergersi nella ciclicità della vita rurale. Proprio per questo occorre un rigido ordine gerarchico: ruoli, riti sociali, differenza di genere, apologia del lavoro – tutto comporta una quotidianità pacificata, ed una tonalità reazionaria talvolta imbarazzante.
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JJR 2 – L’arcano della proprietà

mercoledì 29 febbraio 2012

Qualche giorno fa una ricca ministra del governo italiano in carica, rivendicava la propria ricchezza come “non peccaminosa”, e come qualcosa di cui non ci si debba vergognare. A parte l’interessante accostamento alla sfera del sacro, la suddetta ministra rimuoveva l’ovvietà (sepolta sotto anni di pesante restaurazione) di dover rendere conto delle cause e delle radici di quella ricchezza. Non tanto della sua propria – di cui m’interessa poco (e su cui i riccastri fanno di solito leva, per argomentare con la naturale passione umana dell’invidia) – ma, più in generale, della genesi e struttura della proprietà in quanto tale. Continuare a suonare la campana a morto del pensiero marxiano, che aveva messo il dito sulla piaga, non li esime  certo dal dover rispondere alla domanda essenziale: donde viene, qual è il senso storico, sociale ed antropologico della loro ricchezza? come si è originata ed accumulata? e che cosa se ne fanno?
Sono domande che, come appare evidente, esulano dalla sfera etica o morale. Non è con i sensi di colpa che si cambiano le cose, ma con il “movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Togliere il velo dagli occhi di chi guarda e il velo dell’oblio dai rapporti sociali (cos’altro è la ricchezza se non questo?), è semmai il compito primario del pensiero critico.
Ascendendo di causa in causa, uno degli affluenti più importanti del fiume marxiano è proprio il pensiero politico-antropologico di Jean-Jacques Rousseau, in particolare quello del Discorso sull’origine e i fondamenti della disuguaglianza fra gli uomini, la cui rilettura attenta consiglierei al ministro di cui sopra…

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Catalogo delle passioni: elefantiaca avidità

lunedì 23 gennaio 2012

Bombardato dalle quantità tabellari e dal serioso chiacchiericcio economico che imperversa per ogni dove da qualche tempo, ho provato a domandarmi se tutto ciò non corrisponda forse ad una qualche fondamentale tendenza della natura umana. Se cioè la dittatura del quantitativo e i relativi miti che lo accompagnano, non siano da ricondurre ad una qualche inveterata ed insopprimibile passione, e se dunque la loro maschera iperrazionale (fatta appunto di numeri, tabelle e ragione calcolante e strumentale) non sia in realtà il camuffamento di una qualche banalissima pulsione biologica e paraanimale. Insomma, scimmioni implumi (e non sempre) incravattati e impomatati, che compilano i loro grafici e giocano con i loro rating. Ho allora deciso di rivolgere la domanda direttamente ad uno dei miei analisti preferiti delle passioni, che con poche parole e con geometrica precisione ha provato a disegnarle in alcune celebri pagine del suo testo più importante – sto naturalmente parlando del maestro Baruch Spinoza e della sua Etica.

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Il tallone del Kapitale

sabato 15 ottobre 2011

(note a margine di questo 15 ottobre, giornata di lotta globale – tra Barletta, Steve Jobs e un bel po’ di indignados)

1. Mi capita spesso di pensare alla celebre metafora hegeliana della nottola di Minerva, che cala a sera, come la filosofia, quando ormai tutto è accaduto. Un po’ meno spesso – e ciò è grave, forse un segno dell’età – al rovesciamento di questa sorta di schematismo, tentato da Marx, il quale pensa, al contrario, che il pensiero, rimesso sui suoi piedi, può essere l’avanguardia dell’accadere.
Mi pare che in questa fase di sommovimenti locali e globali, manchino però entrambi questi aspetti: sia la ferrea pensosità hegeliana, sia soprattutto lo spazio marxiano (ma anche roussoiano e spinoziano) dell’agire politico, della prassi – della convinzione profonda, cioè, che il mondo può essere modificato per davvero.
E dio solo sa quanto il mondo ne avrebbe bisogno (in verità avrebbe bisogno soprattutto di essere risparmiato, e già questa sarebbe una gran bella rivoluzione).

2. La tragedia di Barletta di qualche giorno fa (peraltro già metabolizzata e rimossa dalla scena), è una rappresentazione emblematica ed angosciosa di questo girare a vuoto della storia e della vita sociale ed individuale. Come se si fosse persa la bussola di quel che si è, e perché – e soprattutto perché non si può essere e vivere altrimenti.
Già Marx aveva evocato nel Capitale l’anima nera dello sfruttamento, (more…)


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