Posts Tagged ‘antropocentrismo’

Empio sillogismo

lunedì 7 dicembre 2015

L’essenza della religione sta nell’antropocentrismo, nell’identificazione uomo-dio.
L’essenza dello spinozismo sta nella radicale ed estrema negazione di ogni forma di antropocentrismo.
Lo spinozismo è la più irreligiosa delle filosofie.

Filosofia della brutalità

martedì 1 dicembre 2015

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Sono sempre più convinto che l’unica vera risposta alle questioni poste alla conferenza sul clima di Parigi stia in una sorta di filosofia brutale, crudele, cinica: la natura, il pianeta, il clima, la vita se ne fottono degli umani – mentre appare evidente come non possa valere l’inverso.
Ecco, nella brutalità del nostro non contare un cazzo nell’economia dell’universo (altro che figli di dio, disegno divino, fine e scopo della creazione, con tutte le affini sciocchezze filate dal nostro cervello!) – in questa urgente presa di coscienza della stupidità di un antropocentrismo cieco e supponente, vedo l’unica debole possibilità di sopravvivenza della specie. Sopravvivenza per qualche tempo supplementare, s’intende, mica per sempre.
E sarei per cominciare ad insegnare questa brutalità della filosofia (o filosofia della brutalità) fin dall’infanzia. Giusto per aggiustare il tiro in tema di narcisismo e di future generazioni. E per tornare a dare un senso e una misura ai concetti di verità, giustizia e libertà. E a tutto il resto, a seguire.

Aforisma 93

mercoledì 19 agosto 2015

S’illudono gli umani che tutto muti a loro uso e piacimento, ma è l’inerzia la qualità essenziale delle cose. L’essere ha un culo di pietra.

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Aforisma 89

giovedì 19 marzo 2015

La storia del pensiero filosofico e scientifico – a prenderlo sul serio – è la storia della sistematica demolizione di ogni forma di antropocentrismo.

Senzaparole

giovedì 15 gennaio 2015

“A nessuno piace essere rinchiuso
o essere umiliato
sentirsi isolato in un luogo estraneo
o che altri decidano fino a quando
e come dobbiamo vivere“.

Eppure alcuni miliardi di “animali” vivono in queste condizioni, ogni giorno sul pianeta. L’albo illustrato (cui toglierei l’attributo “per bambini”) Senzaparole di Roger Olmos, edito in Italia da Logos, ce lo mostra attraverso immagini dure, implacabili, impietose. Così come dev’essere.
Immagini che però possono deviare dalla norma miserrima ed eterotrofa del dolore e dello spargimento di sangue, mi verrebbe da dire in una prospettiva utopica, che denazifichi una volta per tutte il nostro rapporto col mondo animale – così come ci viene rappresentato in quell’abbraccio che nell’ultima pagina del libro mozza il respiro e lascia, appunto, senza parole.

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Filosofia della contingenza – 1

lunedì 5 dicembre 2011

La lettura de La vita inaspettata del filosofo della scienza Telmo Pievani, mi ha sollecitato una serie di ulteriori riflessioni sul significato di alcune categorie filosofiche, scientifiche (e, se si vuole, ontologiche) che spesso sono state discusse su questo blog. Ma, ancor più, sul loro uso e sulla loro applicazione alla sfera dell’esistenza umana. A tal proposito il biologo e zoologo Carlo Alberto Redi si è molto risentito – anzi infuriato – per l’uso spregiudicato del concetto di natura umana: a sentir lui, filosofi, teologi e non-scienziati in genere, dovrebbero limitarsi a parlare di condizione umana, lasciando ai biologi di occuparsi di ciò che attiene al campo della “natura”.
Non è che sia molto d’accordo con questa tesi, anche se Redi ha dalla sua che spesso si parla di questi argomenti con estrema leggerezza, e senza magari avere sufficienti elementi di conoscenza. Gli risponderei kantianamente così: una categoria senza materia prima sarebbe vuota, ma i dati senza una teorizzazione sarebbero ciechi. Trovo dunque che il punto di vista di Pievani – lungo il crinale della ricerca scientifica e della discussione filosofica – sia quello più fruttuoso ed interessante, poiché tende ad unire (non a confondere) i campi di ricerca, anziché tenerli separati.
Svolgerò pertanto, nel corso di tre articoli, un ragionamento a chiosa del suo testo, così ripartito:
1. Chiarimenti preliminari sui concetti di necessità, caso, contingenza
2. Uno sguardo ai “fatti” e alla storia della vita e della specie
3. Conseguenze sulla “condizione (o natura) umana”

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Fiere

sabato 3 dicembre 2011

Leggo che è ormai vicino il giorno in cui si parlerà dell’ultima tigre sulla terra. 100.000 esemplari stimati un secolo fa, meno di 4000 oggi. L’immaginario catastrofista che simula la stessa situazione per gli animali umani, e che ha fornito parecchio materiale sia al cinema che alla letteratura, non spende nemmeno un millesimo della sua fervida fantasia quando sono le altre specie animali a giungere alla fatidica soglia. Après moi le déluge! – sembra il motto dell’homo sapiens sapiens, la cui unica e vera sapienza si riduce sempre di più alla sistematica distruzione di ciò che lo ha reso sapiente (e potente). Una insipientissima sapienza.
Certo, se noi non ci fossimo e non ci sentissimo il centro dell’universo, non ci sarebbe nemmeno la doglianza per le estinzioni altrui, che madre natura non si perita affatto di procurare a piene mani, con un infinito sterminio di esseri viventi, compreso quello (pur piccolissimo) di umani da parte di spietate tigri cacciatrici  (del resto lei dà la vita lei la toglie). Senonché, ora, la causa prima delle estinzioni di massa siamo noi, non è il caso né tantomeno la necessità. Noi, qui e ora, cause storiche e contingenti.
Ricordo che da bimbo, durante i primi anni della scuola elementare a cavallo tra i ’60 e i ’70, incappai ad un certo punto in una parola per me inaudita, volta a descrivere la condizione dei poveri uomini primitivi in epoca preistorica: i nostri eroici post-scimmioni dovevano lottare con le fiere che ne mettevano a repentaglio la sopravvivenza. Le prime volte non capivo cosa fossero, poiché io alle fiere ci andavo col mio babbo e non mi sembravano granché pericolose. Ma ora lo so fin troppo bene: fiera – cioè belva feroce, dal latino ferus, indomito, selvaggio, crudele – è una buona definizione zoologico-antropologica di essere umano.

Immaginastrazione

martedì 15 novembre 2011

“Noi cerchiamo sempre “risposte” e “soluzioni”,
abbiamo mente, occhi e orecchie solo per l’utile ed il pragmatico.
Sembra che il mondo inizi e finisca a pochi metri dal nostro naso.
E’ per questo che la filosofia, l’esercizio della ragione,
desta sospetti soprattutto oggi: sembra un futile
esercizio mentale, inutile quanto astratto..
.”

(Roberto Fiaschi, in un commento su questo blog)

***

[Sommario: Prolegomeni – Filosofia (troppo) astratta – La domanda metafisica – Ontologia sospetta – Dialogo tra sordi –  L’astratto e il concreto – Aphàiresis – Esempi e paradossi – Excursus hegeliano – Filosofia (troppo) concreta – Immaginazione filosofica: l’inizio di una riflessione – Le dorate ali del mito]

(Se volessi scrivere una Introduzione alla filosofia, comincerei con i seguenti capitoli:
1. Straniamento – (ne avevo parlato qui);
2. Astrazione, ovvero dell’immaginazione filosofica…
È possibile che il terzo capitolo venga dedicato al rapporto tra i due concetti, ma per ora – dato che non sto scrivendo un libro, ma un post – mi voglio dedicare alla sola nostra facoltà di astrarre).

Mi trovo totalmente in sintonia con la posizione esposta nel commento in esergo, posizione che ho sempre sostenuto e perorato su questo blog, soprattutto nei confronti di coloro che criticano la filosofia perché astratta o, peggio, astrusa, inconcludente, staccata dal reale, inutile, ecc. Così come ho sempre ritenuto che parlare di “essere” e “nulla”, di divenire, di enti, essenti, realtà, necessità, verità, eternità e quant’altro, non sia affatto un esercizio capzioso ed autoreferenziale, ma anzi il cuore stesso del discorso filosofico. Più che una riduzione della filosofia ad ontologia, parlerei di una curvatura ontologica inevitabile del discorso filosofico, che non può prescindere da quei concetti e da quelle domande.
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Era solo un gatto

mercoledì 14 settembre 2011

Così essi mi mostrano la parentela con me, e io l’accolgo.
Essi mi portano le doti del mio io,
e le mostrano chiaramente in loro possesso.
(W. Whitman)

I filosofi non hanno mai granché preso in considerazione gli animali. E quando lo hanno fatto li hanno guardati quasi sempre dall’alto in basso, con malcelato disprezzo. Macchine senz’anima (come ritiene Cartesio) che fanno arrivare a dire al signor Malebranche una frase orribile, che già ebbi a citare in altra occasione: “Si può maltrattare un cane senza curarsi dei suoi guaiti, semplici stridori di una macchina mal lubrificata.” Naturalmente non mancano le eccezioni, tra cui Hume, Bentham, Rousseau, che per motivi diversi si preoccuparono di teorizzare nei confronti degli animali una qualche forma di rispetto, se non proprio di dovere morale.
Gli è che la filosofia occidentale non solo non ha fatto nulla per smontare il pregiudizio antropocentrico e lo specismo, ma anzi li ha abbondantemente alimentati. E non si può dire che la scienza si sia comportata meglio, anzi!
Ho invece trovato in letteratura una maggiore sensibilità per l’argomento. Cito solo i primi esempi che mi vengono in mente: il rapporto tra l’anziano vasaio Cipriano Algor, protagonista de La caverna di Saramago, e il cane Trovato (ma forse si potrebbe dare lo stesso nome ad entrambi); la prima parte del romanzo Oltre il confine di Cormac McCarthy, dove una caccia ad una lupa diventa una delle più belle e commoventi storie che mi sia capitato di leggere. E si potrebbe continuare con altri scrittori: Dostoevskij, Kafka, Coetzee…

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Bioepoca – seconda parte

venerdì 29 aprile 2011

Diamo ora uno sguardo alla scienza e alla tecnoscienza.
La rivoluzione scientifica in epoca moderna – attraverso la riappropriazione della natura da parte della sfera umana, sottratta alla precedente ipoteca teologica – costituisce l’avvio di un processo di teorie e di conoscenze che oggi possiamo definire apparato tecnoscientifico, e che si sostanzia in una precisa mentalità nei confronti del mondo naturale.
La scienza si presenta apparentemente in forma di sapere neutrale ed oggettivo, lontano da ogni connotazione valoriale (fatti, non giudizi): in una formula matematica o in una reazione chimica, oppure nella conoscenza relativa alle tecniche riproduttive dei coleotteri non c’è, né può esservi, nulla di rilevante sul piano etico. Questo non vuol dire che il sapere scientifico è l’unica forma di conoscenza data. Anche un quadro o una sinfonia ci dicono qualcosa della realtà; basti poi pensare alla poesia, e a quanto essa sia in grado di descrivere con precisione i sentimenti umani, magari meglio di quanto non facciano le neuroscienze (che si limitano spesso a tradurli in reazioni chimiche o in “luci” che si accendono nelle varie parti del cervello).
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