Le gocce di Emily

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[il 21 marzo scorso, dalla biblioteca chiusa e subito dopo da casa, ho cominciato a pubblicare quotidianamente sui social – facebook e whatsapp – un frammento tratto dalle poesie di Emily Dickinson: alcuni versi ogni giorno per 100 giorni, la prima parte dei quali terribili, cupi, funesti; qui sotto raccolgo tutte insieme queste “gocce di splendore” – 110, 10 in più di quelle pubblicate – che sono state per me – e forse per altri – un piccolo balsamo ad ogni risveglio]

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Ho deciso di chiamarle così – “gocce”.
Il sottinteso può essere “di splendore”, come nella smisurata preghiera di De André.
Una goccia di splendore ogni giorno. Tante piccole gocce di refrigerio, tratte dalle poesie di EMILY DICKINSON – “se mai dovesse essere la mia goccia / che lenisca la sete d’un viandante”.
A partire da domani, 21 marzo, primo giorno di primavera e Giornata internazionale della poesia.
Perché di poesia abbiamo bisogno, ora più che mai.
Pochi versi – in qualche caso un solo verso, fulminante. Una goccia al giorno, per un buon numero di giorni. Più di 100, a coprire la primavera e l’insorgere dell’estate.
Le riporterò virtualmente su queste pagine digitali – e poi le trascriverò su carta, in biblioteca: tappezzerò una parete e spargerò i versi qua e là. Un arazzo di bellezza che – spero presto – diventi visibile a tutti voi.

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7 parole per 7 meditazioni – 1. Meraviglia

Cominciamo dalle parole di Aristotele (che in verità non è il primo filosofo ad avvicinare la meraviglia alla filosofia, già lo aveva fatto Platone nel Teeteto : “Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo”).
All’inizio della Metafisica, dopo aver ricordato (nelle prime righe) che tutti gli uomini sono per natura portati alla conoscenza, e che anzi essi amano conoscere, a partire dall’esperienza estetica, sensibile – Aristotele riprende l’espressione platonica e afferma che “gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare”.
Il termine thauma (verbo: thaumazo) si riferisce sia all’oggetto meraviglioso – il portento, il prodigio, il miracolo, anche in senso mostruoso – sia al sentimento che si prova di fronte a quell’oggetto: la meraviglia, l’ammirazione, lo stupore, la sorpresa.
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#100Dante 81-90

#100Dante 81.
Quell’uno e due e tre che sempre vive
e regna sempre in tre e ‘n due e ‘n uno,
non circunscritto, e tutto circunscrive”
(Par. XIV, 28-30)
L’uno e due e tre è l’eterno, il creatore, uno e trino, infinito – in una terzina tutti gli attributi di Dio, non abbracciabile (nemmeno dal pensiero) e che tutto abbraccia.
Salomone risolve una questione teologica sulla riunificazione di anima e corpo – e un amen accorato degli spiriti mostra a un Dante stupito il loro “disio de’ corpi morti”.

#100Dante 82.
“A così riposato, a così bello
viver di cittadini, a così fida
cittadinanza, a così dolce ostello,
Maria mi diè, chiamata in alte grida;
e nell’antico vostro Batisteo
insieme fui cristiano e Cacciaguida”.
(Par. 130-35)
Siamo passati dal quarto al quinto cielo: Marte, il regno degli spiriti militanti.
È questo il primo dei tre canti del Cacciaguida, trisavolo di Dante, che evoca i bei tempi della Fiorenza antica, quando “si stava in pace, sobria e pudica”.

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#100Dante 71-80

#100Dante 71.
Beatrice mi guardò con li occhi pieni
di faville d’amor così divini,
che, vinta, mia virtute diè le reni,
e quasi mi perdei con li occhi chini.
(Par. IV, 139-42)
Non ci si faccia ingannare dalla bellezza svenevole di questa chiusa: l’amore di cui si parla è effetto (o meglio causa) del ragionare con cui l’intero canto risolve i dubbi di Dante. L’amore di Beatrice è amore del vero, amore intellettuale, che effonde sé con luce che gli occhi dei mortali non sanno reggere.

#100Dante 72.
Lo suo tacere e ‘l trasmutar sembiante
puoser silenzio al mio cupido ingegno,
che già nuove questioni avea davante;
e sì come saetta che nel segno
percuote pria che sia la corda queta,
così corremmo nel secondo regno.
(Par. V, 88-93)
Il “trasmutare” è verbo tipico di questa rapida ascesa da un cielo (o regno) all’altro del Paradiso; Beatrice muta aspetto, così come Dante muta interiormente: ad ogni questione chiusa un’altra gli si apre dinanzi, in una crescente dialettica di approssimazione all’assoluto.

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#100Dante 61-70

#100Dante 61.
“Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.
(Purg. XXVII, 139-42).
La missione di Virgilio volge al termine, e Dante si trova ormai alle porte del Paradiso: ora è in grado di autodeterminarsi, e di accordare ragione e desiderio.

#100Dante 62.
E là m’apparve…
una donna soletta che si gìa
cantando e scegliendo fior da fiore
ond’era pinta tutta la sua via.
(Purg. XXVIII, 37-42)
La donna è Matelda, che accoglie Dante nell’Eden, luogo dell’età dell’oro e dell’innocenza originaria, “campagna santa” che “d’ogni semenza è piena”. E per una volta il Dante cittadino tesse le lodi di una natura rigogliosa.

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Quarta passeggiata filosofica

La filosofia, nata in città, volge lo sguardo alla natura – la physis nella lingua greca – fin dagli esordi. Uno sguardo razionale, che cerca un principio da cui ogni cosa sporge e sorge – l’arché. Per poi, infine, ritornarvi. Il medesimo principio da cui noi stessi siamo generati – in un unico flusso metamorfico.
La primavera, il risveglio della natura, lo sbocciare della vita, evocano con forza quell’idea, quel principio, quella sensazione di comunanza.
In quella natura-riserva un po’ asfittica che è la natura in città, proveremo a camminare, a pensare, ad immaginare e a meravigliarci di fronte a quel principio sorgivo che tutto regge. Physis, arché, natura naturans – natura che sempre si genera, da sé, muta e si espande. E a sé ritorna. Iuxta propria principia.
E che – proprio in questa stagione – esplode in una miriade di forme, di spore, di gemme, di fiori, di colori, di foglie e di frutti, un carnevale e una festa della moltitudine vegetale (una “verditudine”) resa possibile dall’ “invenzione” evolutiva delle angiosperme.
Alla ricerca di un linguaggio insieme razionale e poetico, logico ed emotivo.
Filosofeggiare camminando, per il puro piacere di farlo.
Al battere del passo senza meta, fine a se stesso.

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