Posts Tagged ‘poesia’

Silence

mercoledì 15 marzo 2017

Nessun silenzio al mondo è più silente
di quello che sopporta
l’anima, e se trovasse voce
sgomenterebbe la natura
e atterrirebbe l’universo.

[E. Dickinson]

Piccola fenomenologia della carezza

mercoledì 8 marzo 2017

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Puoi solo accarezzare questa fragilità che ti angoscia – la fragilità dell’altro, le cui certezze oscillano di fronte ai tuoi occhi lucidi.
Accarezzare l’altro, mille volte al giorno, col pensiero e talvolta con dita leggere – l’unica certezza che rimane.

La carezza è l’alleggerimento del gesto, la sua trasparenza, il contatto con l’altro che non vuole possederlo né dominarlo né respingerlo né trattenerlo né blandirlo né penetrarlo.
La carezza è il gesto soave dello sfiorare, consolazione e pietas, piena identificazione all’altro, ambasciata fisica d’affetto. La carezza è eloquente in sé, non deve aggiungere altro, e non è nemmeno travisabile. È un gesto perfetto, in bilico tra il battere e il levare, senza essere né l’uno né l’altro.

Anche il bacio è una carezza, ma è già più definito, grave, ammiccante – allude ad altro. Un bacio può essere stampato, una carezza no. Nella sua apparente fuggevolezza è uno scorrere rispettoso e delicato sul corpo dell’altro, un delimitarne la forma, ma con un afflato contemplativo, lenitivo, per nulla invasivo.

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Gomitoli sul pavimento sparsi

sabato 18 febbraio 2017

La mia mente sentii fendersi –
come se il mio cervello si fosse spaccato –
Cercai di ricongiungere i due orli –
ma non riuscivo a farli combaciare.

Il pensiero anteriore al successivo
tentavo in ogni modo di allacciare –
ma la sequenza era un groviglio muto –
gomitoli sul pavimento sparsi.

[E.D.]

Poesia non poesia

venerdì 14 ottobre 2016

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«I vari scrittori, italiani e non, i quali hanno strillato che Dylan non fa parte della letteratura, dovrebbero chiedersi prima di tutto se ne fanno parte loro, perché pubblicare un libro, o anche molti libri, significa essere dei lavoranti della scrittura, il che va bene, ma non significa per forza far parte di ciò che la letteratura decide di essere giorno per giorno. Vale ancora di più per la poesia. Che per ammontare a qualcosa deve uscire dalla pagina, deve acquisire una voce» (Alessandro Carrera)

«Nel mondo della merce, dello spettacolo e del pensiero unico… chi perde più tempo a leggere, e a leggere versi? … C’era proprio bisogno di correre in soccorso delle star? Sarebbe bastato aprire altre sezioni del Nobel, e  nel frattempo lasciare sopravvivere quella parola fragile, “diversamente musicale”, che vive unicamente sulla pagina» (Valerio Magrelli)

Al di là delle polemiche sterili, della faciloneria delle sparate social e di qualche mal di pancia “di categoria”, il Nobel a Bob Dylan, e la straordinaria contingenza della sua assegnazione nel medesimo giorno della morte di un altro premiato controverso quale fu a suo tempo Dario Fo – è interessantissimo proprio per quanto concerne lo statuto della poesia e della letteratura, che cosa esse siano (o siano diventate, vista la loro ovvia cangiante storicità), quale funzione sociale rivestono, quale il loro significato.
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Finché le nostre labbra raggiunse il muschio

venerdì 4 marzo 2016

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Morii per la bellezza – ma non m’ero
ancora abituata alla mia tomba
quando un altro – morto per la verità –
nel sepolcro vicino fu adagiato –

Piano mi domandò perché ero morta –
“Per la bellezza” – gli risposi – e lui:
“Io per la verità – è una sola cosa”
disse “siamo fratelli”.

Così, come congiunti che di notte s’incontrino –
dall’una all’altra stanza conversammo –
finché le nostre labbra raggiunse il muschio –
e coprì i nostri nomi –

[oggi nessuno, per lo meno in questa parte del pianeta, ambirebbe più a morire per cose piuttosto aliene come la bellezza e la verità; e tutto sommato è un bene, ché di solito quando qualcuno brandisce la spada nel nome della verità produce più danni che benefici; però forse Emily Dickinson ci vuol suggerire una morte più simbolica e trasfigurata, fatta di sottili allusioni, smottamenti delle gerarchie e dei significati; e poi comunque lei muore per la bellezza, non per la verità; che si dissero da una stanza all’altra? e… ma forse è meglio tacere, e coprire quei nomi pudicamente, col muschio di un silenzio più antico di ogni parola sussurrataci dal passato]

Perle di fine anno – 4

mercoledì 30 dicembre 2015

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Io sono Nessuno! Tu chi sei?
Sei Nessuno anche tu?
Allora siamo in due!
Non dirlo! Potrebbero spargere la voce!

Che grande peso essere Qualcuno!
Così volgare – come una rana
che gracida il tuo nome – tutto giugno –
ad un pantano in estasi di lei!

[Emily Dickinson]

Presi gli arcobaleni per cose usuali

venerdì 18 dicembre 2015

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La felicità è come la brevità –
o ad essa proporzionale,
direbbero le scuole –
il modo dell’arcobaleno –
Un velo
colorato, spiegato dopo la pioggia,
avrebbe la stessa chiarezza
non fosse la fuggevolezza –
che è alimento –

“Potesse durare”
chiedevo all’Oriente
quando la striscia curva
accendeva il mio infantile
firmamento –
e io, dalla gioia,
presi gli arcobaleni per cose usuali,
e i cieli vuoti
per eccezionali –

[Emily Dickinson. Immagine: Sul tetto del mondo, di Girolamo Peralta]

La dissoluta di rugiade!

venerdì 30 ottobre 2015

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Emily Dickinson è una poetessa incendiaria. Una cantrice, come poche altre, della bellezza dell’essere, delle cose e della natura, e – insieme – dell’incongruenza umana (e dell’abissalità divina) – condizione umana che però, dall’assurda soglia su cui si trova in bilico, è pur sempre in grado di evocare l’inferno e il paradiso, la vita e la morte, la comunanza assoluta e la disperata solitudine. Un canto totale per voce e sentimenti.
In questa poesia, definire l’ape “dissoluta di rugiade” e se stessa desiderante “qualche giorno di gala” (nell’originale – some gala day – suona meglio), colloca la Dickinson in un vertice emotivo, e pure filosofico, difficilmente raggiunto da altre voci e menti umane.
Da leggere e delibare piano, a voce alta…

***

Portatemi il tramonto in una coppa,
numerate i flaconi del mattino,
contate la rugiada;
ditemi dove il mattino si spinge,
ditemi quando dorme il tessitore
che ordì l’azzurra vastità!

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Musa, lascia le guerre, e canta tu con me

lunedì 23 marzo 2015

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Questo blog ha sempre avuto un’attenzione particolare alla poesia. Forse perché confinante con la filosofia (Aristotele la riteneva una verità di tipo universale, diversamente dalla storia, impigliata nel particolare); oppure per quel suo essere crocevia tra la ragione e il sentimento, un vero e proprio linguaggio del cuore (i poeti tentano di scrivere e di dar forma a ciò che più è sfuggente); od ancora perché si tratta di un accesso diretto alla bellezza che le astratte e rarefatte sinfonie ontologiche difficilmente consentono. Di certo la poesia è ciò che parla a tutti e a nessuno, di tutto e di niente, a nulla serve e vola sulle ali del vento – e forse è bene che resti imprendibile.
Qualche giorno fa, in occasione della giornata mondiale a lei dedicata, ho colmato di poesia un cesto e l’ho posto all’ingresso della biblioteca dove lavoro, in attesa di qualche viandante che afferrasse qualcuno di quei versi inafferrabili. Devo dire che molti hanno risposto all’appello, e lo hanno fatto con entusiasmo. Ancora più bello sarebbe stato spargerli a caso là fuori – in attesa del passaggio incerto di un vero viandante, o magari di nessuno. E di una improbabile poetizzazione del mondo. I lacerti poetici che ho scelto (secondo criteri del tutto soggettivi) sono i seguenti – anche se non so dire che effetti abbiano generato nei cuori e nelle menti di coloro che (almeno per un attimo) hanno avuto l’illusione di afferrarne o di possederne il senso…

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Leopardi progressivo

venerdì 24 ottobre 2014

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Era il titolo di un saggio del filosofo e militante del Pci Cesare Luporini, scritto nell’immediato secondo dopoguerra e che ebbi la fortuna di leggere una trentina di anni fa, nel contesto di un esame universitario – contesto obbligato che non mi impedì di apprezzarlo, anzi di trovarla una delle letture più esaltanti dei miei vent’anni. Ovviamente, insieme alla lettura degli idilli, dei canti, delle operette morali e di qualche passo sparso dello Zibaldone. Oggi ripartirei da quest’ultimo e me lo leggerei integralmente – se solo potessi, qualche pagina ogni giorno.
Il saggio di Luporini mi è tornato alla mente qualche sera fa, nel corso della visione del film di Martone Il giovane favoloso. Non sto a dare giudizi articolati su di esso: indiscutibilmente bravo l’interprete, con qualche sbavatura ed eccesso la sceneggiatura – rimane il fatto che occorre avere parecchio fegato per cimentarsi in un film su Leopardi. Quel che però è assolutamente apprezzabile del lavoro di Martone è da una parte l’immagine vitale e proiettata nel futuro del poeta di Recanati che ne vien fuori, e dall’altra l’essere riuscito ad articolare in poco più di due ore la summa, gli snodi essenziali, il filo del progresso mentale, psicologico ed intellettuale di Leopardi – che non è certo cosa facile. Ed è forse questo il motivo per cui mi è tornato in mente quello scritto.
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