Posts Tagged ‘coscienza’

Il rovello della filosofia

venerdì 10 maggio 2019

Ho ripreso qualche mattina fa, a distanza di 4 anni anni dall’ultimo, uno dei miei tentativi di filosofia coi bambini.
Tempo fa avevo confessato ad una mia cara amica (e a me stesso) di non voler più fare quell’esperienza, per diversi motivi (non ultima una certa stanchezza esistenziale), ma soprattutto per una ragione che non so dire se sia filosoficamente fondata: contribuire ad aumentare la coscienza aumenta anche l’umana potenza distruttiva; non solo: perché pungolare così presto dei bambini di soli 10-11 anni coi rovelli della filosofia, con le domande, con i dubbi, e dunque con una potenziale sorgente di infelicità?
So anche, però, che siamo in trappola, dato che dalla coscienza non si esce e che l’unico modo per porre rimedio ai disastri dell’antropocene e dell’antropocentrismo è comunque la coscienza: una coscienza più accorta e discreta, a basso tasso di narcisismo (ma è pensabile una coscienza umana che non sia narcisista?) – insomma, una coscienza supercosciente, un’autocoscienza responsabile che però non so ancora bene che forma dovrebbe avere e con quali prospettive. Una strada che saranno proprio quei bambini decenni già così incasinati a dover cercare, trovare, percorrere.

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Antropocene 7 – Elogio della discrezione

mercoledì 24 aprile 2019

Il percorso di quest’anno – dedicato all’Antropocene, cioè all’epoca in cui sul pianeta parrebbe essere dominante e determinante per i suoi equilibri la specie umana – è stato inevitabilmente attraversato dai consueti chiaroscuri: se il successo evolutivo di homo sapiens, con la progressiva espansione della sua parte mentale e “metafisica” (quel che abbiamo denominato come sfera della coscienza) ha del prodigioso, d’altro canto proprio questo sviluppo ha comportato ricadute letali per l’ecosistema e le altre specie (e, in prospettiva, per la sopravvivenza della stessa specie umana).
Quel che faremo stasera è provare a identificare nel concetto di discrezione – in senso lato, e sulla scorta del libro L’arte di scomparire del filosofo francese Pierre Zaoui – un possibile antidoto (un contravveleno, come dice Zaoui) alla forma più letale dell’antropocentrismo fin qui manifestatasi nella storia umana, una forma che ha avuto origine in Occidente ma che interessa ormai l’intero ecumene, che ha anzi come esito finale quello dell’istituzione dell’ecumene (la casa umana) come casa globale tendenzialmente coincidente con la biosfera: l’occupazione sistematica del pianeta da parte della specie umana pretenderebbe quindi di far diventare la casa di tutti una casa esclusivamente propria.
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Antropocene 5 – Homo deus

sabato 16 febbraio 2019

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Il termine Antropocene fu coniato negli anni ’80 dal biologo Stoermer, e ripreso dal chimico olandese Paul Crutzen nel 2000 per sottolineare il cambio di paradigma nella definizione delle ere geologiche: non siamo più nell’Olocene, ma nell’Antropocene, cioè nel periodo in cui è la specie umana a determinare le condizioni generali di vita nel pianeta. Questo smottamento è dovuto essenzialmente alla principale delle caratteristiche specie-specifiche di homo sapiens, la più variabile delle sue invarianze biologiche, ciò di cui parleremo principalmente stasera – Nostra Signora Tecnica.

Possiamo ritenere che la tecnica [dal greco téchne: arte, saper fare,  da intendersi sia come imitazione che come manipolazione della natura: ciò che è artificiale ed artefatto, contrapposto a naturale] sia la facoltà di costruire protesi e dispositivi, la potenza di agire sull’ambiente esterno e su di sé (a fini adattativi e trasformativi) – ciò che è coessenziale alla stessa natura umana. Ovvero: l’essere umano non è concepibile senza le proprie capacità tecniche, non esiste un homo sapiens che non sia tecnico.
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Neuroriduzionismo

sabato 2 febbraio 2019

Siamo liberi o siamo macchine? Siamo macchine che si credono libere, o esseri così liberi da poter decidere di diventare macchine, negando la nostra stessa libertà?
(Il fatto che me lo stia chiedendo non dimostra automaticamente che io sia libero – al più, che sono “libero” di chiedermelo).
Non sono certo nuovi gli argomenti volti a smontare la nostra pretesa costituzione ontologica quali esseri razionali, coscienti, liberi di scegliere o di determinarsi.
Gli stoici erano piuttosto fatalisti in proposito, mentre Epicuro ipotizzò una sorta di torta tripartita (anche se non ci è dato sapere in quali proporzioni): mi prendo la libertà di stabilire nella misura di un terzo la necessità naturale, un altro terzo la fortuna, e l’ultimo terzo il destino deciso da noi stessi. Linee che vanno in una sola direzione, linee che si muovono a caso, linee che deviano (klinàmen).
Spinoza (e, in continuità con lui, Schopenhauer) pensava che il libero arbitrio fosse frutto di immaginazione: gli esseri umani sono determinati dalla loro stessa costituzione naturale ed emotiva, sono per lo più superagiti dalle passioni (affetti o affezioni), dalla volizione, dal desiderio, dalla forza propulsiva del conatus. Essere liberi nel mondo di Spinoza significa solo accettare di essere cosiffatti – estremizzando: accettare di essere delle macchine naturali. Leibniz distingueva tra macchine organiche (le cui parti sono macchine all’infinito) e macchine artificiali, che una volta smontate non sono nulla: e comunque la coscienza viene garantita da quel crescente fenomeno percettivo che attraversa la materia fino a farle aprire gli occhi, e che nel sistema leibniziano ha nome monade.
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Antropocene 3 – Leibniz vs Spinoza (o delle umane macchine barocche)

venerdì 14 dicembre 2018

Ho scelto di parlare di Leibniz in questo nostro percorso sulla coscienza e la natura umana, perché trovo che la sua filosofia – e forse la sua stessa biografia intellettuale ed esistenziale – siano indicative di un dramma cruciale che si svolge nel cuore della modernità – e che, anzi, è l’essenza stessa della modernità: l’avere cioè subodorato il pericolo di una cancellazione della peculiarità umana all’interno della natura, di una riduzione di tipo meccanico e materialista di una specie che si crede speciale. Il pensiero di Leibniz può cioè essere (anche) letto come la reazione ad una vera e propria espulsione dal mondo umano dello spirito, di Dio, dell’anima così come erano stati fino ad allora intesi.
Leibniz rappresenta il filosofo (e lo scienziato) più cosciente di questo “pericolo”, che assume come problema e tenta di annullare costruendo una vera e propria filosofia barocca di taglio spiritualista, in grado di unire il fronte meccanicista e quello finalista, la materia e lo spirito, la natura e Dio.
Ma vi è un convitato di pietra, un’ombra che incombe su tutta l’attività filosofica leibniziana: Spinoza, il filosofo che invece aveva portato alle estreme conseguenze l’idea di immanenza – ovvero la concezione per cui tutto sarebbe natura e noi umani non saremmo altro che corpi, ingranaggi, parti di un grande ed unitario meccanismo naturale.

[È questa, ad esempio, la tesi sostenuta (e, potremmo dire, drammatizzata) dal filosofo americano Matthew Stewart nel celebre saggio Il cortigiano e l’eretico]

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La coscienza del porridge freddo

mercoledì 31 ottobre 2018

consciousness

La Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza, stilata il 7 luglio 2012 da un insigne gruppo di neuroscienziati, riconosce come non esclusivi degli umani gli stati coscienti, a partire dall’osservazione che condividiamo con molte specie (tutti i mammiferi, tutti gli uccelli, “e molte altre creature, compresi i polpi”) i substrati che generano la coscienza, facoltà che non viene nemmeno preclusa dall’assenza di neocorteccia.
D’altro canto fa un poco sorridere la constatazione, in apertura del testo,  che le ricerche comparative vengono ostacolate dall’incapacità (inability) animale (e spesso umana) “di comunicare prontamente e chiaramente riguardo ai propri stati interni” – come a dire che gli scienziati lamentano una certa riluttanza nei soggetti ad esprimere compiutamente la propria soggettività in relazione alle necessità della scienza oggettiva.
Quasi si trattasse di una nuova accolita di preti, ma molto più acuti ed illuminati dei precedenti, che armata di microscopi e strumenti sofisticati, pretende di poter frugare nella coscienza di tutti i viventi, così da portarne alla luce i misteri più reconditi – dimenticando, però, un’ovvietà: o è coscienza o è oggetto. Né io né il polpo, cioè, ci facciamo ridurre ad un sostrato neurale – anche se non ci fa affatto specie (per quanto io ne sappia e per quanto mi immagini del polpo) che i nostri più splendidi ed evoluti stati coscienti emanino similmente da quella comune materia grigiastra e molliccia, che a qualcuno ricorda il tofu e a qualcun altro del porridge freddo.

Antropocene – 1. Che cos’è la coscienza?

mercoledì 17 ottobre 2018

1. Possiamo introdurre il percorso di quest’anno partendo dalla celebre espressione di Kant che ho scelto come titolo generale – “il cielo stellato sopra di me, la legge morale in me” – contenuta nella conclusione della Critica della ragion pratica: le due direzioni dello sguardo cui qui si allude – fuori di me (il cielo stellato) e dentro di me (la legge morale, ma, più in generale l’intera sfera mentale, sia emotiva che razionale) – riguardano proprio la duplicità costitutiva della coscienza.
La coscienza è esattamente questo duplice modo di sentire e di considerare l’esistenza, uno rivolto all’interno e uno all’esterno. Che è come dire che la duplicità di corpo e mente (o anima o coscienza) è già contenuta nella coscienza stessa, che sembra quasi sdoppiarsi e fondare questa dicotomia.
L’esame di questa duplicità – che è anche un’opposizione – costituirà il nostro percorso di quest’anno, che avrà così un carattere insieme filosofico ed antropologico: natura e cultura – insieme a corpo e mente, materia e spirito – saranno i due poli principali di questa oscillazione originaria della coscienza.
Ho detto “originaria”, ma occorrerà verificare esattamente che cosa qui si intende per origine.

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Aforisma 108

venerdì 21 settembre 2018

L’enigma della coscienza: un ascesso interiore che diventa eccesso esteriore.

Languore ontologico

martedì 4 settembre 2018

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Prima di sintetizzare il mondo in un sistema metafisico, occorre guardarci dentro. Anzi, rotolarcisi dentro. Sporcarsi le mani. Intrallazzarcisi. Esserne invischiati. Entrarci e guardarlo dall’interno. Poi uscirne ed edificarne un senso possibile. (Giammai “il” senso, questo sarebbe semmai compito di un eventuale dio).
Dentro. Fuori. Dentro. Fuori.
Ogni volta che si entra si scopre qualcosa di nuovo. Poi se ne esce e si vengono a modificare i profili delle forme generali.
E così via, fino al termine della propria vita, della storia della filosofia, della storia della specie, della storia della coscienza…
L’estraneità al mondo ci consente di guardarlo meglio.
E l’antica ed ancestrale familiarità con esso – il tutt’uno naturalistico e biologico cui da sempre apparteniamo – non ci impedisce di desiderare d’uscirne per contemplarne l’interezza.
Ma senza parti nessun intero. Senza dettagli nessuna totalità.
Sarebbero altrimenti gusci vuoti.
Tuttavia non siamo fatti per impigliarci nella parte o nel dettaglio. Ci sentiremmo perennemente incompleti.
Siamo instancabili ed infelici animali dialettici e metafisici. Bisognosi non solo di scienza ma anche di filosofia.
Siamo una specie strana, estranea, straniata, straniante.
Un puntino nell’universo (o nel multiverso) che vorrebbe ingoiarlo per comprenderlo.
È questa stranezza che chiamiamo coscienza.
E che crediamo specialissima, nell’economia dell’essere.
Ma nessuno, mai, ci saprà dire se lo è davvero.
Ci estingueremo con questo languore ontologico.

Io penso esiste?

venerdì 29 giugno 2018

Gli scienziati cognitivi Sloman e Fernbach sostengono che l’intelligenza individuale sia sopravvalutata e che il modo migliore per imparare sia pensare insieme agli altri: “quello che succede tra le nostre orecchie è straordinario, ma dipende strettamente da ciò che accade altrove”. A ben pensarci, delle ovvietà.
Io, però, mi spingerei oltre, fino a sostenere che l’intelligenza individuale non esista proprio (e che forse non esiste nemmeno qualcosa come “un individuo”) – tesi radicale che però pone una domanda: quando dico “io penso che”, che cosa sto esattamente dicendo?